Cronaca del viaggio esterno. Day 8. Yerevan. Diaspora, manoscritti e tanta musica

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Nascosti in un cespuglio alle pendici del monte Ararat speriamo che la notte senza luna ci protegga dai predoni che ci inseguono. Non avranno mai il medaglione. Ok, avete capito, un altro giorno tranquillo…. Ma avrete notato che questo post e’ partito in ritardo. Non perdete il post di domani, in cui ritorna l’avventura.

Yerevan. Di giorno temperature sopra ai 35, la sera un venticello rende le temperature più sopportabili. Ci imbattiamo subito in varie troupe che stanno filmando, crediamo, qualche spot o qualche fiction.

Il viaggio per arrivare a Yerevan e’ stato tranquillo. Le strade dell’Armenia sono messe peggio di quelle della Georgia, ma sono decisamente meno affollate, sia di macchine che di mucche. Al primo impatto Yerevan e’ meno bella di Tbilisi. Due elementi, il vecchio e il nuovo, contribuiscono alla sua apparenza. Il vecchio: monumenti imponenti in stile sobrio, sovietico. L’influenza sovietica si nota più’ chiara che in Tbilisi dove a ricordarla c’erano solo alcune case a blocchi in periferia ben visibili dalla fortezza.

Il nuovo: l’America, l’occidente con vari negozi di brand ben noti che decorano i viali del centro e bar in puro stile occidentale.

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Alcune piacevoli sorprese, come un bar con uno splendido giardino costruito all’interno di una galleria d’arte e, anche qui, un’energia molto positiva, con la più’ alta presenza di musicisti da strada per metro quadro che io ricordi.

Anche l’offerta e’ piuttosto varia: da un duo chitarra clarinetto che interpreta pezzi famosi in chiave jazz, a un duo chitarra e voce che interpreta pezzi pop armeni, un chitarrista elettrico che suona classici del rock con dubbio senso del ritmo a un duo di fisarmoniche che suonano musiche tradizionali. Musiche tradizionali che ascoltiamo a profusione in un ristorante/trappola per turisti, dove un gruppo vestito in abiti tradizionali composto da quattro voci, percussione e, ovviamente, due duduk coinvolge alcuni turisti (armeni che vivono all’estero) in danze tradizionali. L’ultimo pezzo, triste, maestoso ed emozionante, mi riconcilia con il duduk.

Alcuni degli armeni, in visita dall’estero, che frequentano il locale, lo cantano con trasporto, uno di loro quasi in estasi. Mentre li osservo e li filmo, penso al tema della diaspora, qui molto sentito. Lo stato armeno occupa uno spazio molto minore rispetto ai territori tradizionalmente abitati da Armeni, che ricomprendono anche parti della Turchia, i famosi distretti di Kars e Ardahan, a lungo teatro di rivendicazioni Turche e Russe, il Nagorno Karabakh parti della Siria e dell’Iran e, a macchia di leopardo, altri territori circostanti.

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Il terribile genocidio a cavallo della prima guerra mondiale accentuo’ il fenomeno dell’esodo e si calcola che a fronte di 3 milioni di Armeni che vivono in Armenia, circa 8 (+ i Kardashian) vivono all’estero, soprattutto in Russia, negli Stati Uniti, in Francia, in Canada, Australia e Iran.

Il tema della diaspora e’ molto sentito. Quasi tutti gli Armeni che mi e’ capitato di conoscere hanno parenti all’estero. In effetti il frastuono che, poco prima di andare al locale ci aveva richiamati, curiosi, verso Piazza della repubblica ha a che fare con la diaspora. Su un gran palco un presentatore in smoking e una presentatrice in paillettes pronunciano in armeno nomi di nazioni, seguiti da un applauso mentre una banda suona delle marcette. Volgendo lo sguardo verso il viale, vediamo una serie di delegazioni con un cartello indicante il nome della nazione in Armeno, la bandiera e vari atleti. Come una cerimonia di apertura delle olimpiadi. Sono delle “Armeniadi” o olimpiadi della diaspora in cui atleti Armeni provenienti da vari stati del mondo, persino Argentina e Uruguay, competono come in delle vere olimpiadi. – “E’ un’occasione per tornare in Armenia, vedersi e stare insieme” mi dice il signore a cui ho chiesto di spiegarmi cosa stava succedendo.

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La canzone, sempre più’ drammatica, prima cantata dalla bella solista e’ adesso diventata un coro, cupo, su tonalità basse e finisce in un crescendo. Un secondo di silenzio e poi scoppia uno scrosciante applauso. Parlo con il gruppo di dieci ragazze del tavolo affianco. Anche loro sono Armene all’estero, vivono in una regione caucasica della Russia il cui nome non ho ben capito. Sono a Yerevan, appunto, nell’ambito di un programma di studio per migliorare la loro conoscenza dell’armeno.

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Il genocidio, tragico episodio della storia che e’ ancora causa di tensioni con la Turchia, che continua a non riconoscerlo, salvo alcune voci fuori dal coro come il premio nobel Orhan Pamuk. Pamuk che mi e’ tornato in mente stamattina nello splendido museo dei manoscritti Armeni che conteneva, tra l’altro, alcune splendide miniature persiane (le miniature sono un tema ricorrente nel suo splendido “Il mio nome e’ rosso”).

Il museo ospita manoscritti recuperati dai vari monasteri diffusi nel territorio dell’Armenia, alcuni risalenti al 6 secolo dopo cristo o addirittura al terzo.

Tigran, un amico di amici di Francesco, che ci viene a prendere al museo, mi dice “le chiese erano difese con i denti, a differenza delle case, le chiese erano un simbolo, andavano difese. Per quello trovi monasteri di più di mille anni fa”. Un po’ come, mi raccontavano, i rumeni della transilvana spesso non davano ai propri figli nomi facilmente “ungheresizzabili” come “Stefan/Istvan”, ma nomi legati all’antica tradizione romana a cui is rumeni sono legati, loro unici latini tra gli slavi: Constantin, Octavian, etc. L’Armenia, baluardo di cristianità circondato nei secoli da stati musulmani. Di questo, del Nagorno Karabakh e del conflitto con l’Azerbaijan, della chiesa armena, della straordinaria crescita del settore IT in Armenia, parliamo con Tigran, che ci porta in un ristorante in campagna, che alleva pesci in delle grandi vasche centrali, pesci che vengono scelti dagli avventori e cucinati.

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Tigran, gentilissimo, ci offre il pranzo. In serata ricambiamo il favore in un’ottima birreria artigianale del centro.

Andiamo a letto. Domani le otto ore che ci separano dal confine con l’Iran, dall’Asia, quella vera. O forse no: riusciremo ad arrivare in Iran? Scopritelo nel prossimo post.

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