Cronaca del viaggio esterno. Day 11. Meghri-Tabriz. Facilitatori, Bazar e Azeri

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E’ mattina. L’ho capito dal verso del Gallo che ha iniziato a gridare dalle sei circa come se lo stessero sgozzando, sottraendo altre preziose ore di sonno. Partiamo verso le otto e mezza del mattino verso la frontiera dopo una ricca colazione.

Alle nove siamo alla frontiera. Con nostra grande sorpresa la frontiera e’ semideserta. Non ci sono i soliti caselli da attraversare con la macchina per il controllo passaporti. C’e un cancello chiuso con un lucchetto che impedisce il passaggio verso l’Iran.

Parcheggio la macchina e cerco qualcuno a cui chiedere come fare. Un poliziotto mi controlla il passaporto e poi mi indica dove spostare la macchina. Tanto per cambiare tocca il controllo. Stavolta, pero’, visto che siamo quasi gli unici alla frontiera, e il poliziotto non ha sostanzialmente nulla da fare, il controllo e’ molto approfondito. Ogni angolo, persino il cofano del motore.

Il poliziotto, in verità, e’ cordiale e simpatico e, finito il controllo, ci saluta con un sorriso. Mi devo quindi recare, parcheggiata la macchina, a un altro sportello dove una poliziotta controlla a lungo il passaporto con una specie di lente di ingrandimento, poi i documenti della macchina. Poi sorride e mi timbra il passaporto. I hope that you enjoyed Armenia.

Un terzo poliziotto apre il lucchetto del cancello e ci lascia uscire.

Passato il fiume siamo in Iran. Anche qui non e’ chiaro da dove dobbiamo passare. Il poliziotto controlla i passaporti, scrive i nostri nomi e dati su un registro e ci dice di lasciare la macchina la’ per recarci a un altro ufficio. Nell’ufficio dobbiamo fare quattro controlli. Uno e il classico controllo del passaporto, dove ci viene apposto il timbro. Il secondo e’ la polizia, che ci fa alcune domande come il nome di nostro padre, la nostra professione etc. Gli altri due non ho ancora capito che sono.

Finito questo controllo, un funzionario mi dice “Mister!” (mi parlano tutti un linguaggio composto da una sola parola: “Mister”. Per esempio, per dire sposta la macchina un po’ a sinistra, facendo gesti con le braccia mi dice: “Mister, mister mister mister“.) Il funzionario mi dice “Mister, mister, mister commercial office” . Credo voglia dirmi di andare al “commercial office” per le formalità della macchina. Li’ per fortuna abbiamo un vantaggio, il facilitatore, Hossein, che abbiamo pagato per aiutarci a sbrigare le pratiche. Dopo qualche minuto di attesa ci saluta un suo collaboratore.

Non parla una parola d’inglese, nemmeno “car”. Ma per fortuna sa fare bene il suo mestiere. Estrae una marea di scartoffie dalla sua ventiquattrore e inizia a compilarle. Ogni tanto mi fa firmare qualche documento, tutto scritto in Farsi. Potrei aver acconsentito all’adozione dei miei figli nati o nascituri o, ancor peggio, firmato una dichiarazione di fede juventina.

Conosce bene tutti. Si dirige a otto sportelli diversi e tre uffici, ogni tanto si insinua proprio dietro allo sportello per conversare con i funzionari e aiutarli a compilare moduli.

Poi esce e mi fa firmare un altro modulo: oh, no! ho promesso di diventare vegano… Stanco dell’ottocentesimo controllo e iter burocratico, esco a fumare una sigaretta e un tipo, forse un funzionario mi dice – “Mister”. Io – “che re’, vuo’ controlla’ coccosa pure tu? – Mister – mi risponde, facendo il gesto dell’accendino.

Dopo due ore e mezza di scartoffie e ventordici documenti firmati, l’uomo di Hossein, esclama “finish!”.

Noto che, nell’orgia di scartoffie e di controlli di documenti, per una volta nessuno ha controllato la macchina.

Siamo finalmente in Iran. Le strade sono senza dubbio molto migliori che in Georgia e Armenia. Soprattutto, pero’, la strada dal confine a Tabriz attraversa la valle di Aras, uno spettacolo della natura. La strada costeggia il fiume in una stretta gola tra le montagne, che poi si apre su una splendida valle circondata da montagne, alla nostra destra l’Azerbaijan.

Abbiamo cambiato pochi soldi, quindi decidiamo di mettere solo 8 euro di benzina. Riusciamo a fare il pieno. Qui sono seduti sul petrolio e il costo della benzina e’ più che irrisorio.

La prima impressione che abbiamo e’ che gli iraniani siano straordinariamente cordiali e gentili, specialmente con i turisti. L’impressione e’ confermata a Tabriz dove, in più occasioni, appena iniziamo a guardarci intorno smarriti, entro due secondi si avvicina un passante e ci dice “how can I help you?”, (qui l’inglese e’ decisamente più diffuso che alla frontiera) ed effettivamente ci aiuta.IMG_9510

Visitiamo il gran bazar, il più grande del mondo. E’ un vero e proprio labirinto, interminabile. A differenza di Istanbul, non e’ una trappola per turisti, ma un bazar effettivamente frequentato dai locali per i loro acquisti.

Classici odori e rumori da bazar, realizziamo con sempre maggior chiarezza di aver lasciato l’Europa.

Molti degli abitanti di Tabriz parlano Azero, me ne accorgo quando acquisto la scheda dati e sento sonorità e poi parole molto vicine al turco.

 

Glielo chiedo: parlate Azero? Lui: – certo lo parli anche tu? – No, alle medie ho scelto inglese, col senno di poi avrei potuto scegliere azero….

L’Iran non e’ etnicamente un monolite ma e’ composto da diverse razze ed etnie. A Tabriz siamo, appunto, nella provincia chiamata Azerbaijan e la maggior parte della popolazione e’ appunto Azera.

Saliamo in macchina verso Teheran e faccio notare a Francesco una mia scoperta. Nonostante le limitazioni alimentari, sembrano intendersene bene di insaccati e sanno anche dove trovare i migliori. Ho sentito più di una persona avere questa conversazione:
– Il salame, a Lecco
E l’altro interlocutore annuendo:
– A Lecco il salame

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Quando torno a Milano organizzo un fine settimana a Le…. SBAAM

Francesco, dopo lo sguardo di protocollo, mi ha tirato fuori dal finestrino e abbandonato su una strada semivuota tra Tabriz e Teheran. Come faro’ adesso?

Dopo pochi minuti Francesco ritorna: – dai, sali. Parli Russo, può servire dopo.

si ringrazia Francesca Pucella per la collaborazione, vi spiegheremo dopo in che modo

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