Cronaca del viaggio esterno. Day 12. Da Tabriz a Teheran. Ancora meccanici, caos e google translator

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Facciamo un’ultima camminata per Tabriz per cambiare degli altri dollari e provare ad acquistare una scheda dati iraniana. Non e’ che manchino le banche qui, anzi ce ne e’ praticamente una ogni cinquanta metri. Purtroppo, pero’ i circuiti internazionali come visa e mastercard qui non funzionano e se provassimo a prelevare, nel miglior caso otterremmo un rifiuto, nel peggiore vedremmo la nostra carta inghiottita dal bancomat.
Abbiamo anche difficolta’ a trovare un negozio dove acquistare una sim card dati iraniana. Il primo negozio in cui entriamo sostiene di vendere solo sim voce (anche se la presenza di vari modem in vendita ci fa pensare diversamente). Chiediamo a un negozio di elettronica, gestito da un vecchio signore dove possiamo trovare un negozio che le venda. Pur parlando a stento inglese, con la solita straordinaria gentilezza iraniana, ci suggerisce di provare all’ “office newspaper”.
Purtroppo, pero’, e’ mattina presto e l’office newspaper e’ ancora chiuso. Pensiamo di rinunziare a internet in Iran (anche perché come spiegherò in un prossimo post, la fruizione qui e’ piuttosto limitata).
 Per fortuna, pero’ , possiamo contare come al solito sulla leggendaria cortesia locale. Basta guardarsi smarriti per un paio di secondi ed ecco comparire, non si sa da dove, un signore che ci pone le solite due domande: “where are you from” e “how can I help you”. Spiegato il problema, ci conduce dal negozio degli azeri di cui al precedente post.
Risolto anche questo problema, partiamo in direzione Teheran. Siamo molto contenti, possiamo recuperare del tempo perduto: le strade qui sono in ottime condizioni anche se, un po’ come nel sud della Francia, i caselli per i pedaggi sono molto frequenti. E sono un’altra occasione per testare l’ospitalità locale. In un paio di loro, la scena si svolge più o meno cosi. Casellante: where are you  from? – Noi: Italy. Casellante: – go, no pay.
Lanciamo Gengis sulla’autostrada fino al limite di velocità consentito quando a un certo punto sentiamo un suono tipo: “shaft” dal motore. Succede appena accelero. Decidiamo di uscire al primo paese e accostare Gengis. Il motore sembra a posto. Ma si e’ accesa di nuovo quella dannata spia. Forse l’autodiagnosi non riesce a pulire sufficientemente il filtro. Pare proprio di si perché, mentre cedo il volante a Francesco e provo a riflettere (russando) per una trentina di minuti, la macchina perde potenza. Progressivamente. Decidiamo quindi di fermarci al primo meccanico sulla strada.
Il meccanico lo abbiamo individuato tramite il nostro sponsor: nientefare.com, interventi di tecnici poco qualificati 24/7.
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Un team di 6/7 persone grida cose incomprensibili in farsi. Tutti parlano contemporaneamente e tutti sono molto giovani. Mohammed, uno dei più giovani di loro parte sparato e inizia ad armeggiare con il motore.
Francesco prova disperatamente a farsi capire da loro tramite google translator.
Ecco un video, ballonzolante, concitato, che riprende quegli attimi.
La cosa funziona. Si riesce più o meno a farsi capire. Ma il dialogo non e’ incoraggiante. Francesco cerca di fargli capire: e’ il catalizzatore. Google translator ci riporta la risposta di Mohammed più o meno cosi: “sono io il meccanico, non rompere”.
Ci cambiano l’olio, secondo loro la causa del problema, svuotando quello nostro. Chiediamo di lavare la macchina per dare un senso a questo casino e preghiamo che Mohammed e i suoi amici abbiano ragione. Se fosse solo l’olio, potremmo viaggiare più tranquilli, stando accorti a controllarlo meglio la prossima volta. La spia si e’ spenta.
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Ripartiamo alla volta di Teheran, confidando (poco) in Mohammed. Pochi chilometri, pero’, e la Gengis riprende ad arrancare. Dovremo cercare subito un meccanico a Teheran domani e, nel peggiore dei casi, ragionare sull’amputazione del povero catalizzatore.
Arriviamo a Teheran. Come a Tabriz il modo di guidare degli Iraniani ricorda quello dei napoletani, ma molto più disordinato. Il caos più assoluto. Si richiedono prontezza di riflessi, grande coraggio nell’affrontare gli incroci buttandosi con un atto di fede, capacita’ di comprendere che le frecce consumano la batteria e consapevolezza del fatto che le corsie sono un consiglio, certo non un obbligo, e che strade a 3 corsie possono diventare facilmente a cinque se c’e quel millimetro che basta per separare le due macchine. All’ingresso di Teheran, ma ancora in autostrada a 90 all’ora (di più Gengis non riesce), una macchina si avvicina a noi strombazzando. Abbasso il finestrino, temendo che la Gengis abbia iniziato a dare manifestazioni esteriori del suo malessere. In realtà l’autista mi chiede: “Can I sign the car too?”. Ma come la vorra’ firmare? “We can’t stop” dico io. Poi per fortuna lo perdiamo tra le varie macchine che si infilano a destra e a sinistra: le corsie sono decorative. Per un attimo ho temuto volesse farlo in movimento.
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Cena e a letto presto. Domani, ancora una volta, ahimè, si va alla ricerca di un meccanico. Siamo fortunati perché i francesi sembrano essere stati bravi a inserirsi nel mercato iraniano: oltre alla Saipa, marca locale di auto, in giro si vedono solo Peugeot e Renault. Speriamo che questo ci aiuti a trovare il pezzo di ricambio. Gengis ha bisogno di un organo. Se no sara’ amputazione. Inshallah.

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