Cronaca del viaggio interno – Day 1 – Alfabeti

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Seduto nel ristorante con Tigran, a Yerevan, mi diverto a farmi insegnare parole in armeno. L’impresa non e’ semplicissima. Le parole sono lunghissime e, apparentemente, non assomigliano a nulla di minimamente familiare. Tranne a un certo punto, quando Tigran ci insegna i numeri. Conta da uno a dieci. –  Ripeti il nove, gli dico.
-Iny, mi dice.
– Ennea, greco, gli dico.
In effetti l’armeno, lingua indoeuropea, appartenente a un ramo a parte, trova (ma molto alla lontana) quale suo parente più stretto il greco antico e proprio il nove viene portato come uno degli esempi.
Altre curiosità linguistiche, mi succedono in Iran, dove tra mille parole assolutamente incomprensibili, ne compaiono alcune familiari: dushman, nemico, che i rumeni avevano preso dai turchi loro nemici e i turchi dai persiani, a loro volta loro nemici. O maimun, scimmia, usato in tutti i balcani, anch’esso transitato dalla persia tramite la turchia.
Le cose si complicano quando chiedo  a Tigran o a Gonchar come scrivere queste parole.
L’alfabeto. In questo viaggio abbiamo attraversato diversi alfabeti. Familiari (quello latino in Slovenia, Croazia e Turchia), meno familiari ma parzialmente comprensibili anche a un Italiano che non li conosce (cirillico in Serbia e Bulgaria) e totalmente incomprensibili (Georgia, Armenia, Iran).
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L’alfabeto e’ una frontiera. Le frontiere mi provocano smarrimento. Sguardi fissi di persone in divisa che a volte (spesso in questo viaggio) parlano lingue che non comprendo, domande, controlli. Anche se non ho niente da nascondere, parrucchini a parte, quando mi avvicino alla frontiera, mi sento smarrito.
La frontiera e’ anche il primo pezzo di terra che mi separa da un nuovo paese, il velo che mi separa da un mondo sconosciuto. E appena entrato, lo guardo per la prima volta, ma mi manca tanto per conoscerlo.
Un nuovo alfabeto, completamente diverso da quelli che conosco mi provoca allo stesso modo smarrimento. Non sono in grado di individuare parole o suoni familiari, come mi e’ successo con Tigran o Gonchar. Non ho più alcun controllo. Di fronte a un nuovo alfabeto mi sento smarrito. Eppure, se solo imparassi l’alfabeto inizierei a intravedere un nuovo mondo, come quando, attraversata la frontiera do il primo sguardo verso il nuovo paese.
Lo stesso smarrimento mi prende a volte con le persone. Ognuno di noi parla un proprio linguaggio e alcuni di noi, forse, lo criptiamo ulteriormente con un alfabeto tutto nostro. E’ lo smarrimento che avverto quando non decifro dei comportamenti, un linguaggio, o ancor peggio, quando non comprendo proprio l’alfabeto di una persona. E l’alfabeto e’ la frontiera, la prima cosa da imparare per potersi avvicinare al nuovo mondo. Non a caso, per indicare le prime cose, le più essenziali, da imparare, diciamo l’”ABC”.
Forse a volte, con le persone, sbaglio a comprenderne gia’ l’alfabeto, prima ancora che il linguaggio. Confondo una P cirillica, che indica una nostra R, con una nostra P; una loro C, che sta per S, con la nostra C. Leggo con il mio alfabeto, cose che sono scritte in un altro alfabeto. Applico i miei codici a quelli degli altri. E mi sento smarrito, come alla frontiera, come di fronte all’alfabeto armeno. Alla fine gli alfabeti sono una convenzione, possono essere cambiati, tanti stati lo hanno fatto nella storia, ma restano una frontiera. E non amando, come si e’ capito, le frontiere, mi affascina provare a comprenderli, e provare a capire le persone, per abbattere almeno qualcuna delle frontiere non fisiche. Ma a volte, come per quello arabo, entrambe le cose sono difficili.

Cronaca del Viaggio Esterno Day 14 Teheran- Abadan – Teheran

Anche a questo penso, a 100 chilometri da Teheran e 30 da Amadan, paese natale di Ahmadinejad, mentre spingiamo la macchina verso un benzinaio lontano un chilometro, a quaranta gradi nel deserto.
Un fottuto alfabeto potrebbe decretare la fine del nostro viaggio. Anzi, in quel momento sono convinto la abbia gia’ decretata. Partiti da Teheran, dopo 100 chilometri, in direzione Turkmenistan all’improvviso Francesco ed io esclamiamo in coro: “che cazzo e’ quella spia”? Stavolta non e’ ignoranza, pero’, ma stupore nel vedere una spia rossa, “stop”, lampeggiare e un bip provenire dal pannello. Fermiamo immediatamente la macchina. Diamo un’occhiata al motore, ma da inesperti meccanici ci sembra tutto in regola. Con un’unica eccezione. La macchina non si riaccende.
Abbiamo entrambi la stessa intuizione.
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Un’oretta prima, ci eravamo fermati a Teheran a fare il pieno di gasolio. Molte pompe di benzina qui riportano i nomi del tipo di carburante solo in Farsi, nel loro maledetto (in questo caso) alfabeto. Inoltre i colori non sono i nostri classici verde e nero, ma sono totalmente casuali. Chiediamo, almeno otto volte, al benzinaio: Diesel? Ci risponde sempre: Vale, vale. Non e’ di Siviglia. Da queste parti vuol dire si. Sospettiamo, pero’, che ci abbia messo la benzina. E che la stessa abbia distrutto il motore. Dobbiamo decidere il da Farsi (Francesco mi guarda male, come per dire: ma pure in questa situazione?). Visto lo sguardo, evito di dire “ci siamo persia”.
Spinta la macchina fino alla curva del benzinaio, ci fermiamo a prendere fiato. Per fortuna scorgiamo all’orizzonte una macchina della polizia. Iniziamo a sbracciare come un naufrago in un’isola deserta alla vista della nave. I poliziotti si fermano. Ovviamente parlano solo Farsi, ma a gesti, in qualche modo, riusciamo a farci capire.
Ci mandano un carro attrezzi, pare, almeno speriamo mentre attendiamo al caldo soffocante.
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Dopo quaranta minuti arriva il carro attrezzi dell’ACI (in questo caso Automobile Club Iran), che ci porta alla loro officina. Iniziano a svuotare il serbatoio e a controllare che sia tutto a posto. Nel mezzo, per far passare il tempo, un lungo concerto di fisarmonica e chitarra. Il tutto comunicando in romano, napoletano e farsi, intervallati dall’immancabile “Mister” e da vari “oh my God”, una delle parole inglesi a loro note.
Le uniche canzoni, tra quelle suonate, che fanno ponte tra le culture sono hotel california, la colonna sonora di desperado (la cancion del mariachi cantata da banderas) e la sigla di Tom e Jerry. Poi, pero’, scopriamo che si può suonare canzoni persiane e che posso provare a seguirli. Il gioco appare divertente, tanto che lo proseguiamo per un paio d’ore.
Ecco un video dell’improbabile duetto
In particolare ripetiamo ossessivamente una canzone che si chiama, Ki behtar az to, che scaricherò come colonna sonora assoluta del viaggio. Lo scrivo nel nostro di alfabeto perché il loro, per oggi, lo odio (oltre a non conoscerlo). I ragazzini si divertono con il kazoo e gliene regaliamo due, poi seguono palleggi con un loro pallone da calcio e varie danze.
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Dopo 10 ore la macchina riparte. Se siamo fortunati il motore non ha subito danni e possiamo provare a riprendere il percorso. Decidiamo, pero’, di tornare prima a Teheran per testare la macchina e di non avventurarci di notte verso il Turkmenistan. Prima, pero’, Amir, il più gioviale di loro, ci tiene a farmi salire su una moto scalcagnata, senza casco, per farmi vedere il villaggio di pochissime anime: “This, my house”. “This, city center”.
Torniamo indietro verso Teheran e provo anche io l’esperienza di guidare nel caos. Seguo i consigli di Francesco: qualunque cosa succeda, tu continua dritto per la tua strada, loro ti eviteranno. Li seguo alla lettera, tanto che a un certo punto mi dice: quella non e’ una corsia. Lo so. La macchina sembra rispondere bene. Paradossalmente, pero’, ci preoccupa il fatto che adesso non emette la mortifera nube di fumo a cui ci eravamo abituati. Ce la farà ad arrivare fino in Mongolia? Inshallah.

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