Cronaca del viaggio esterno. Day 17. Da Darvaza a Turkmenabat. Cammelli, Cattedrali nel Deserto, Manat.

 

IMG_0109Di solito il post inizia con “partiamo di mattina presto in direzione di”… Ma lo avevo promesso, devo spendere due parole sulla notte a Darvaza.

Dal cratere torniamo in moto al posto dove abbiamo parcheggiato la macchina. Stavolta pero’ si evita di sfrecciare a duecento all’ora sulle dune senza casco perché segnalo gentilmente allo spericolato centauro che non abbiamo una particolare fretta. Tanto più che ormai e’ notte e la visibilità non e’ ottimale (anche se, sono sicuro, per loro questo non sarebbe un buon motivo per rallentare).

E’ scuro ma non troppo, la mezzaluna (idonea in questi paesi) illumina sufficientemente da permettere di riconoscere le sagome nell’oscurità e, ahimè, purtroppo da permettere la visione di un cielo stellato ma non troppo, con la via lattea ben visibile ma ancora non abbastanza da essere chiamata corso lattea (a parte qualche stella cadente ogni tanto che il desiderio non lo esprimo tanto sto cacchio di scudetto non lo vinciamo lo stesso). Temo che per quello dovremo aspettare la Mongolia. Se ci arriviamo.

Tornati alla Gengis ci accorgiamo che i materassini pubblicizzati come “si gonfiano in 80 secondi” in due ore (letteralmente) di palestra alternativa non sono ancora completamente gonfi. Decidiamo di farne a meno e di dormire sul non troppo comodo fondo di Gengis. Prima beviamo una birra Turkmena (buona), portata da uno dei ragazzi, che dopo 5 giorni di astinenza forzata da alcool ha un bel sapore.

Notiamo che i centauri, sei o sette, che portano i turisti al cratere hanno deciso di accamparsi per fare da guardia alle macchine degli altri team del rally (che si sono accampati vicino al cratere, noi abbiamo deciso di evitare per le esalazioni).

Uno di loro ha molta voglia di chiacchierare.

Mi si avvicina facendo: che c’e’?

Io: niente, tutto a posto

Lui, di nuovo: che c’e’?

Io: davvero, niente, tutto a posto, altri dieci minuti (ottimista) e finiamo di gonfiare il materasso.

Lui, insiste: Che c’e’ indicando di avvicinarmi a un tappeto sul quale sono tutti seduti.

Inizia a sbattere le mani sul tappeto. Che c’e’?

Poi, in russo: Keçe, cosi’ chiamiamo da noi questo tappeto.

Mi offre del pane. Poi, sfrecciando in motocicletta, arriva un suo amico che mi offre di cenare con loro. Il pasto e’ un qualcosa di imprecisato a base di pollo, ma e’ buono. Si mangia tutti con le mani e con il pane dallo stesso recipiente.

Gli offro delle sigarette, qui molto apprezzate (costano quanto in Italia, ma il reddito pro-capite e’ ben più basso di quello italiano). In due giorni di Turkmenistan se ne sono andati 3 pacchetti in doni.

Mi tiene a parlare un’ora. Per qualche motivo sono convinti che il clima dell’Italia sia all’incirca simile a quello dell’Islanda. Certo rispetto ai loro 50 gradi all’ombra ci può stare.

Segue una notte quasi insonne. Un po’ per il fondo sconnesso. Un po’ per il caldo. Molto perché i ragazzi continuano a sfrecciare con le motociclette nel paesaggio arido circostante (sembra una specie di Mad Max).

Tempo di rimetterci in marcia verso Ashgabat, la meravigliosa capitiate Turkmena, monumentale e per niente pacchiana per volontà dei grandi leader. Partiamo di mattina prestissimo.

Una carcassa nel deserto ci ricorda che il clima qui non scherza e che il territorio e’ inospitale.

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Poi i soliti cammelli che attraversano la strada allegramente.

Poi all’improvviso, sabbia sulla mia corsia. Cerco di attraversare nell’altra, ma stupidamente rallento temendo che stiano arrivando altre macchine. Un errore stupido e fatale. Ci incagliamo nella sabbia. Iniziamo a scavare e a mettere pietre a arbusti sotto alla ruota, ma niente. Le ruote scivolano sulla sabbia e la macchina non parte.

 

Fermiamo due Turkmeni che, gentilissimi, ci aiutano a scavare e a farla partire. Niente. Ci dicono, nel salvifico russo, di aspettare, che torneranno con una vanga.

Quando tornano si sono fermati anche i danesi incontrati la sera prima. Tra la vanga e le spinte dell’ormai folto gruppo di eroi, Gengis si libera dalle sabbie mobili e bacia l’asfalto, caldo e amico.

Possiamo ripartire verso Ashkhabad. Qui quasi tutte le città finiscono per Abad. Ashkhabad, Turkmenabad, Castellabad. Francesco mi guarda male.

Ashkhabad si staglia meravigliosa e per niente pacchiana con i suoi imponenti edifici di marmo. Il leader ha saggiamente ritenuto di renderla una capitale da far invidia a Parigi, trascurando inezie come il fondo stradale.

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La periferia e’ composta da file infinite di casette tutte uguali con il tetto verde e il piccolo giardino. Certo molto meglio del degrado di molte periferie altrove.

Le foto del grande leader sono presenti dappertutto. E’ giusto, va ringraziato.

 

Altra caratteristica che avevamo notato sin dalla frontiera con l’Iran. Le donne Turkmene. Si riconoscono dai begli abiti tradizionali variopinti che praticamente tutte (tranne un paio a Turkmenabad) indossano.

 

Cambiato qualche dollaro in Manat al Grand Hotel Turkmen, ci dirigiamo verso Turkmenabad, su una strada dal fondo come sempre (in)peccabile.

A cento chilometri circa da Ashkhabad, pero’, una macchina bianca ci invita ad accostarci. E’ un poliziotto che, rivolgendosi a noi solo in Turkmeno, ci fa capire che, con una spericolata manovra, Francesco avrebbe tagliato la strada ad un’altra macchina.

A me sembra strano visto che sulla strada c’eravamo solo noi. Ma l’assenza di altre macchine deve essere un chiaro miraggio del deserto. Posso mai dubitare dell’integrita’ di un poliziotto scelto dal grande leader in persona?

Il poliziotto ci dice che dobbiamo andare a Kaka’ (vi giuro, si chiama davvero cosi’ il paese più vicino) a pagare la multa in una banca. Ci sequestra patente e foglio di ingresso, senza il quale non si può lasciare il paese.  Dice che, in alternativa, possiamo dare l’esorbitante somma a lui e si recherà in persona al posto nostro a pagare la multa. Non resistiamo alla tentazione di mandarlo a Kaka’ e dopo una piccola contrattazione con uno sconto, ahimè, piuttosto lieve e qualche sigaretta di conguaglio, ci lascia andare.

Lo salutiamo con un augurio nella mia lingua: “omm ‘e merda, l’e a spennere ‘e medicine” che, per eventuali Turkmeni che stessero leggendo il blog, non per finalità di controllo, ma per genuino interesse, significa “o uomo giusto, ti auguriamo tanta salute”.

Arriviamo in serata a Turkmenbad, anch’essa caratterizzata da imponenti edifici di marmo e scegliamo un albergo che sembra essere migliore degli altri. Al ristorante il servizio e’ piuttosto lento. Certamente non per pigrizia del personale, ma solo per permetterci di guardare per bene un documentario sulla seconda guerra mondiale su un canale russo senza essere distratti dal cibo. Al momento di pagare la stanza, estraiamo i nostri Manat. Il portiere pero’ esclama austero: No, i Manat sono solo per Turkmeni, voi dovete pagare in dollari. Ci chiediamo che li abbiamo cambiati a fare, ma e’ tardi, meglio andare a dormire. Domani ci aspetta un’altra frontiera e poi, come le descrive la Lonely planet, le fertili valli dell’Uzbekistan. Sicuramente fertili perché i sovietici hanno dovuto deviare il corso dell’Amu Darya e prosciugare il lago di Aral per farlo, ma mi dilungo. A domani (tardi) per il Day 18.

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