Cronaca del Viaggio esterno. Day 20. Da Tashkent a Jalalabad. Ancora frontiere, paesaggi rurali e Kirghizi curiosi

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Vi chiederete. Come siamo finiti seduti a un tavolo con Putin, un rigattiere e un radioamatore? Tutto e’ legato al mercato nero della benzina in Uzbekistan. Ma andiamo con ordine. Ok, falsa anche questa. Un’altra giornata in cui non e’ successo nulla di particolarmente rilevante.

Intanto segnalo l’evidente ritardo nell’aggiornamento dei post che stavolta non e’ dato da difficolta’ ad accesso ad internet, ma piuttosto da stanchezza che inizia a farsi sentire. Le strade sono sempre più accidentate e si arriva alla sera distrutti.

Partiamo, indovinate un po’, di mattina presto in direzione della frontiera tra Uzbekistan e Kirghizistan. Le relazioni tra i due paesi non sono idilliache anche a causa dei tremendi scontri etnici avvenuti ad Osh nel 2010, che causarono la morte di diverse persone. Ed e’ proprio ad Osh che siamo diretti e, se la frontiera ci sarà amica, oltre Osh per cercare di recuperare un po’ del tempo perduto.

Proprio a causa di questa inimicizia (oltre che della loro innata paranoia) nella valle di Fergana ogni 50 km circa ci sono dei posti di blocco nei quali, se sei straniero, devi fermare la macchina ed entrare in una caserma a registrarti. La registrazione consiste nel fornire passaporto e proprie generalità ad un poliziotto che le segna su un quadernone a quadretti di quelli che si usavano alle elementari negli anni ottanta.

Entriamo dunque nella valle di Fergana. L’ingresso e’ effettivamente molto scenico, con un bacino idroelettrico incastonato tra le montagne.

La valle in se’, pero’, delude un po’ le nostre aspettative. E’ molto piatta e il paesaggio e’ un po’ ripetitivo. Inoltre la foschia agostana impedisce di vedere le montagne che la circondano (che sono molto distanti dato che la valle e’ immensa). Confidiamo in paesaggi più belli dal lato Kirghizo. Il Kirghizistan, paese prevalentemente montuoso, e’ considerato una specie di svizzera del centro Asia.

Arriviamo alla frontiera verso le tre del pomeriggio, consapevoli che ci vorrà un po’ di tempo come al solito e che, in più, perderemo un’ora a causa del fuso. Per uscire dall’Uzbekistan ci vogliono due ore e mezza (per uscire, cacchio). Nell’ordine: scan della macchina (individuano il drone, peraltro ancora non utilizzato, lo conserviamo per la Mongolia e, presi due dei miei pacchetti di sigarette iraniane mi dicono: hai dichiarato di non avere nessun drone, vero? – Certo); firma di dichiarazioni doganali a casaccio; consegna delle ricevute di tutti gli alberghi dove abbiamo dormito in Uzbekistan (chiedono pure quello) e inutile lentezza nel confrontare il nostro faccione con quello sul passaporto. Il tutto condito da difficolta’ linguistiche di comunicazione.

Ma finalmente siamo in Kirghizistan.

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Ci prepariamo ad altre inutili paranoie dei bizzarri personaggi di frontiera anche se, almeno qui, non e’ necessario il visto.

Con nostra grande sorpresa, ci troviamo di fronte un poliziotto gentilissimo che, in un ottimo inglese, ci spiega tutto quello che dobbiamo fare, ci segue passo passo, ci aiuta con una dichiarazione ai fini doganali che ci permetterà di risparmiare tempo nei prossimi due paesi e ci da persino indicazioni stradali su come arrivare a destinazione.

Il lato Kirghizo della valle di Fergana e’ molto più bello di quello Uzbeko. Un paesaggio rurale che ricorda la Toscana.

Una Toscana orientale: i volti qui sono molto più asiatici e il fatto di avere la Cina a 150 chilometri ci fa capire quanto abbiamo camminato.

Attraversiamo Osh, città caotica e nota per la saggezza dei suoi abitanti, capaci di concentrare utili consigli di vita in brevi massime: le famose Frasi di Osh. Francesco non mi guarda male perché la aveva pensata pure lui.

I Kirghizi, gentilissimi sono molto incuriositi dalla nostra presenza, ma ancor di più dalla nostra lingua che deve apparire loro come qualcosa di molto strano ed esotico. Per almeno tre volte ci viene chiesto: ma che lingua state parlando?

Da li arriviamo a Jalalabad (non quella famosa in Afghanistan) dove un gentilissimo receptionist dell’albergo ci offre un te’ e un benvenuto in questo paese che, dalle prime impressioni, sembra essere molto bello. Vedremo domani quando proveremo ad attraversarlo da sud a nord per raggiungere Bishkek, la capitale.

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