Cronaca del viaggio esterno. Day 23. Da Almaty a Tagliacozzo (Ayagoz). Steppe, bar malfamati e reduci di guerra

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Tagliacozzo è un comune italiano di 6 866 abitanti della provincia dell’Aquila in Abruzzo.

 

Per numero di abitanti è il terzo comune della Marsica dopo Avezzano e Celano e tra i maggiori in Abruzzo per superficie territoriale. Centro propulsore delle attività culturali è stato elevato a città con decreto del presidente della Repubblica. Fa parte dei borghi più belli d’Italia. Tagliacozzo è un’importante meta turistica abruzzese (fonte wikipedia).

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Francesco da’ un occhio alla mappa.

– Da qui a Semey [ex Semipalatinsk, ultima città di una certa grandezza prima del confine con la Russia], sono 1200 km circa. Se partiamo adesso e le strade sono in buone condizioni possiamo farcela in serata.

– Se no, dove arriviamo ci fermiamo.

– Il problema e’ che, a giudicare dalla mappa, qui e’ tutto steppa. C’e’ un villaggio ogni cento chilometri e solo un puntino qui, che sembra una città.

– Come si chiama?

– Ayagoz

– Tagliacozzo?

– Si, Tagliacozzo.

– Beh, dai, sono le sette e mezza, partiamo poi si vede.

– Dai, andiamo.

Si lascia Almaty e il suo confort. La saluto con dispiacere, dicendo “C’eravamo tanto Almaty”. Francesco mi guarda come per dire “iniziamo di prima mattina? Ci si mette in marcia per la steppa del Kazakhstan.”. E’ proprio come descritta nel dialogo immaginario con Azamat. Non c’e’ nulla. Per chilometri. Nessun albero, vegetazione scarsa, chilometri e chilometri di nulla. Non a caso, vicino alla zona dove dobbiamo arrivare, Semey, nota in epoca sovietica come Semipalatinsk, venivano effettuati i test della bomba atomica. Con un piccolo particolare, tenuto nascosto per anni. Sebbene scarsamente popolata, la zona circostante era popolata, e gli effetti sugli abitanti sono stati terribili. E un altro particolare, questo meno tragico. Mi devo scusare con Azamat. Cercando su internet una mappa della diffusione dell’orso bruno in Russia (da dove scrivo adesso), ho scoperto che in effetti nella zona in cui immaginavo la scena in Kazakhstan ci sono orsi.

I primi 200 km sembrano andare bene, nell’inaspettato lusso di un’autostrada a tre corsie.

– E bravo Nursultan (Nazarbaev, presidente talmente apprezzato da essere eletto da vent’anni con più del 90% dei voti. Ok, forse non solo perché apprezzato), cosi ci piace. Dai, a sto ritmo stasera arriviamo tranquilli fino a Semey (o Semmai, Sai mai, o Sergej, come prenderemo a chiamarla.

Purtroppo, pero’, superata Taldiqorgan, la strada diventa ad una corsia e dal paesaggio lunare. No, il paesaggio lunare non e’ quello che vediamo ai nostri lati (quello e’ la solita steppa), ma proprio la strada stessa, tempestata da crateri, montagne e asperità.

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– Mannaggia a te Nursultan, invece di fare sta cacchio di Expo ad Astana, sistema sta strada! Fai vedere, nel piano strategico Kazakhstan 2050 le ha messe le infrastrutture? No, ecco, lo sapevo.

Si procede alla media di 50 all’ora, con picchi negativi di 30 all’ora. A questo punto non e’ neppure certo che riusciremo ad arrivare a Tagliacozzo (la vera pero’ e’ collegata dalla Roma-Pescara).

Attraversiamo un paesino di 300 anime, di nome Ay (che deve essere il lamento delle anime stesse).  Diciamo 300 anime perché ad occhio il paesino deve averne circa 20, ma il bel cimitero adiacente pare ospitarne almeno 280. Più morti che vivi.

Verso le sette di sera appare chiaro che, contro ogni pronostico, riusciremo ad arrivare a Tagliacozzo prima dell’imbrunire. Resta risolvere la questione di dove dormire. Nella steppa ovviamente la copertura internet e’ quasi inesistente e quindi non sappiamo quanti abitanti abbia Tagliacozzo ne’, soprattutto, se c’e’ un hotel o una pensione. Siamo quasi certi di dover dormire nella Gengis anche se, dopo la brutta esperienza di Darvaza, abbiamo capito che il problema che non faceva gonfiare i materassini e’ l’uso di una pompa sbagliata (per la cronaca dell’acquisto della nuova pompa si rimanda al prossimo post). Andranno almeno gonfiati da un gommista e poi andrà trovato un posto tranquillo dove accamparci. Salvo che a Tagliacozzo non ci sia un hotel o una pensione.

Siamo alle porte di Tagliacozzo, alla nostra destra un aeroporto e una base militari. Qui internet comincia a funzionare anche se con lentezza.

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– Tagliacozzo fa 40.000 abitanti circa, magari troviamo un hotel. Fai provare su booking

– Su booking, ma figurati

– Vabbe’, io ci provo, Sai mai

– No, a Sai mai ci andiamo domani, stasera Tagliacozzo.

Ovviamente booking non scrive “your search has shown no results”, ma direttamente “ma sei serio?”.

Resta google maps. Che pero’ e’ stato piuttosto inefficiente a Quchan in Iran dove ci ha trovato due hotel inesistenti ed uno abbandonato. Quello aperto, l’unico, ce lo ha indicato un locale che parlava un ottimo inglese con accento americano.

Google maps ci indica tre hotel. Dai, uno su tre dovrà essere aperto.

Proviamo prima i due con le recensioni più lusinghiere. Non esistono. Ci resta l’Hotel Ayagoz (Tagliacozzo).

Tagliacozzo e’ stata fondata per qualche motivo dai sovietici negli anni trenta. E’ attraversata da una ferrovia che sembra molto attiva (alle due di notte si sentivano fischi del treno ogni due minuti) ed urbanisticamente non e’ nemmeno mal concepita, con i due vialoni paralleli che circondano un lungo parco che conduce alla stazione del treno.

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Tuttavia, l’economia della città deve essere cambiata fortemente dopo il crollo del muro di Berlino e l’impressione generale e’ quella di un monumento al degrado post-sovietico. Inoltre, come in molte città, la zona attorno alla stazione non sembra molto sicura (per usare un eufemismo).

Davanti a noi, l’Hotel Tagliacozzo, l’unico che siamo riusciti a trovare. Ovviamente vicino alla stazione. Si presenta con una facciata azzurra un po’ rovinata, ma non troppo considerato l’ambiente circostante.

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Parcheggiamo la macchina, che viene immediatamente circondata da una folla che probabilmente non vede turisti dal paleolitico. Entro a chiedere se hanno stanze libere. Il pavimento all’ingresso e’ rotto e senza mattonelle e l’odore non e’ esattamente quello di una profumeria di Parigi. Una signora dal volto orientale (a differenza di Almaty i Kazaki sono ampia maggioranza in questa città) mi dice: certo, abbiamo una camera “lux”. Per arrivarci attraversiamo lunghissimi corridoi azzurri. L’albergo ha un look da film horror e ci chiediamo dove cavolo siamo finiti.

Io pero’ sorrido perche’ i momenti in cui si finisce in posti improbabili sono spesso tra i più memorabili del viaggio. La stanza, non pulitissima, specialmente nell’area bagno e’ pero’ molto spaziosa. La prendiamo, non abbiamo scelta. La signora ci segnala che hanno anche un ristorante. Per qualche motivo preferiamo evitare. Francesco individua due ristoranti che sembrano essere migliori degli altri. Ci andiamo in macchina perché sono a due chilometri e lo slalom tra i crateri ci ha stancati abbastanza. Effettivamente, esternamente, hanno un bell’aspetto. Peccato che siano entrambi pieni per matrimonio. Dovevano effettivamente essere i migliori. Ma d’altra parte le guide lo dicevano: non andate a Tagliacozzo di domenica, potreste trovare tutto pieno.

Il problema adesso e’ trovare un ristorante. Non ne vediamo in giro, a parte quello dell’albergo. E tutto intorno a noi, tranne il parco centrale, ci sembra piuttosto malfamato e pericoloso. A un certo punto esulto: guarda, un disegno raffigurante un pollo al forno, questo e’ un ristorante! Ci sembra vuoto e non sappiamo se fidarci, ma poi notiamo varie persone sulla terrazza e ci convinciamo ad entrare. E facciamo bene. Non si mangia male e accompagnamo il tutto con un sorso di Byaly Medved (orso bianco), una discreta birra.

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E’ qui che abbiamo l’idea che diventa la vera svolta della serata. Nella piazza dell’albergo abbiamo visto un “Pivovar”, un Pub, fuori al quale erano sedute due ragazze, una biondona alta e robusta, che ricorda la classica immagine della cameriera bavarese dell’Oktoberfest e una brunetta bassina dal volto regolare.

Decidiamo di andarci a prendere un’ultima birra prima di dormire.

– Fefe’, questo e’ un bordello, dice Francesco.

– Vabbe’, non credo, e comunque e’ l’unico bar in zona, pigliamocela sta birra.

Entriamo e le due ragazze ci fanno accomodare in una stanza vuota. Siamo gli unici due avventori. Il posto e’ piccolo e improbabile. All’ingresso, al lato del bar svettano una grossa bombola del gas (supponiamo per la birra alla spina) e un lavandino.

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Sul bancone, preannunciato da un intenso quanto non gradevole odore, un grosso pesce secco, che le ragazze stanno mangiando con gusto mentre prendono l’ordine. Ci chiedono: in che hotel soggiornate? (ma perché, ce ne e’ più di uno?). Ricordiamo che l’hotel ha il nome della città, ma non ricordiamo il nome della città. Imbarazzati rispondiamo in coro:

– Tagliacozzo!

– Ayagoz? dice lei

– Si, ecco, Ayagoz.

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L’alta ragazza bavarese ci serve una birra locale (pessima) e poi viene a sedersi vicino a noi con la brunetta, dicendoci: “ve la do se la volete” (o giu’ di li), indicando la brunetta con un sorriso.

– Visto, Fefe’, dice Francesco. E aggiunge (e dovremmo andare a letto co sta tipa con sta tremenda puzza di pesce secco? manco col viagra).

– Vabbe’ finiamo sta birra e ce ne andiamo.

La abbiamo quasi finita quando irrompe un kazako molto loquace, sulla cinquantina, che subito ci stringe la mano (immancabile consuetudine regionale) e si presenta. Dice in media nove parole in kazako ed una in russo ed abbiamo difficolta’ a capirlo, ma ci sembra di capire che vuole invitarci a bere qualcosa e di aspettare che sta arrivando un amico.

L’amico arriva. Un uomo sulla sessantina, con un berretto militare, che stringe tra le mani una Vodka che si chiama Gengis Khan (molto in tema), che ci vuole offrire.

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Con quel nome, non possiamo rifiutarla. Il signore e’ ancora più loquace del suo amico e parla una lingua prevalentemente composta da Russo con qualche “prestito” kazako. Il problema e’ che parla troppo velocemente e il mio russo e’ piuttosto elementare. Rispondo spesso “ya ne panyal” (non ho capito). Ma vedo che la cosa inizia a non piacergli. Decidiamo allora con Francesco di procedere cosi’: io sono quello che parla Russo lui e’ quello a cui le cose vanno tradotte in italiano. Qualsiasi cosa lui dica, io la traduco. Se non ho capito, non importa, mi diverto a tradurre quello che il suono sembra evocare facendo attenzione a menzionare le parti che suonano uguali in Italiano (tipo Gengis Khan, Kazakhstan, Putin, Italia). Per esempio, se dice “daroga” (strada), io traduco “droga”. Questo, ovviamente, quando non capisco (il novanta per cento del tempo). Se capisco, traduco effettivamente quello che ha detto.

Seguono dialoghi surreali tipo:

Lui: Frase in russo incomprensibile.

Io (imitando il tono con cui ha detto la frase): Gengis Khan lo ho ucciso io

Lui: Frase in russo incomprensibile.

Io: Gengis Khan era di Tokyo

Lui: Frase in russo incomprensibile

Io: Da noi i bisonti li chiamiamo Tatanka

Lui: Frase in russo incomprensibile

Io: In Kazakhstan siamo tutti campioni di sumo.

Ogni volta che finisco di tradurre una sua frase, stando ben attento a usare il suo stesso tono e Francesco annuisce o reagisce a seconda del tono che abbiamo usato, fingendo di aver ben compreso, lui fa “da, da” e poi continua il suo monologo. Che io traduco fedelmente.

La bavarese, si chiama Tanya ed e’ di Kazan, segue la scena da lontano e ride sotto ai baffi perché ha ben compreso che sta succedendo (ha visto come parlo russo ed e’ altamente improbabile che io possa essere in grado di tradurre quello che sta dicendo che peraltro, ad occhio, e’ una specie di stream of consciousness joyciana).

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Esco a fumare una sigaretta. Mi si avvicina Tanya. Parla russo molto velocemente, ma riesco a capire il senso di quello che dice.

– Non bevete. Non accettate quello che vi offrono. Questo e’ un posto pericoloso. Bisogna aver cautela.

– Non ti preoccupare, solo questo sorso di vodka per cortesia, poi andiamo a dormire. Grazie!

Rientro e riprendo le mie funzioni di interprete. Qualche brevissimo frammento di quello che dice, in realtà, lo capisco e lo traduco correttamente. E aiuta a dipingere il personaggio con cui stiamo parlando. Come quei manoscritti in cui alcune frasi sono leggibili ma il resto, la maggior parte, e’ purtroppo incomprensibile.

Capisco che ha combattuto la guerra in Afghanistan, quella del 1979, l’invasione sovietica (io Kazako, difendendo i colori della Russia). Dice Russia, non Unione Sovietica. Ha chiari ricordi delle olimpiadi di Mosca, che si disputarono l’anno dopo, boicottate dagli Stati Uniti e da altri paesi, ma non l’Italia per protesta contro l’invasione dell’Afghanistan. E siamo sorpresi della sua memoria in merito ad alcuni nostri celebri atleti che ottennero grandi risultati in quella edizione: Piotr Mennea e Sara Simioni (come li chiama lui).

Il motivo per cui li ricorda e’ che narra di essere stato un grande atleta e di aver saltato 2.60 (ma potrei aver scambiato io un 16 per un 60) col metodo fosbury (il record del mondo e’ 2.45).

Ogni tanto interviene l’altro, in evidente trance nazionalista Kazaka facendo continuamente il gesto del “fottere” (poi capiremo perché). Conosci i Naiman (tribù mongola dalla quale si ritiene provengano molti dei Kazaki)? Loro hanno fottuto Gengis Khan (gesto).

Il veterano di guerra ci fa capire che ama molto l’Italia. Inizia a cantare Felicita’ e aggiunge: Felicita’, Tota Cutugna.

– Gli dico, no, Albana e Ruomino (mi diverto anche io a giocare con le vocali).

Ci dice, poi, che ritiene che Putin non sia Russo, ma ebreo e seguono una serie di imprecisate teorie del complotto.

L’altro interviene per aggiungere un suo, scontato, commento: Noi abbiamo fottuto la Russia (gesto). La abbiamo fottuta talmente tanto (gesto) che adesso e’ incinta (gesto della pancia).

Continuo le mie traduzioni improbabili:

– Se fa freddo devi metterti il maglione

– Da, da

– I pinguini hanno poca pazienza

– Da, da

– Nazarbaev e’ bravissimo con i cruciverba

– Da, da

Finiamo la Vodka e facciamo cenno che dobbiamo andare a dormire. Provano a trattenerci, ma spieghiamo che domani dobbiamo andare a Sai mai, Semmai, Sergej, Semey e dobbiamo riposare.

Ci saluta cordialmente aggiungendo “che fortuna che parli Russo e Kazako”.

Gia’, che fortuna.

Camminiamo verso l’albergo quando vediamo l’altro, quello del gesto, che ci segue e, ovviamente, continua a fare il suo caratteristico gesto.

– Che c’e’, i Russi?

– No, fottere, volete fottere? (credo voglia proporci anche lui la brunetta).

– No, grazie.

– Che ti avevo detto, Fefe’?

– Buona notte. Domani scappiamo da questo posto all’alba, vero?

– Si, se troviamo ancora la macchina

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(mucche e cavalli in fila dal benzinaio – qui vanno a benzina – nei dintorni di Tagliacozzo)

 

 

 

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