Epilogo

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Mas as ondas não tem hora, morena,
de partir ou de voltar.

Sono seduto tra un uiguro di due metri di altezza e un russo di due metri di larghezza. Parte del possente Russo invade il mio posto sul S7 da Ulan Ude a Mosca. Mi verrebbe da fare battute sulla tendenza russa ad espandersi in altri territori, il mio in questo caso. Davanti a me un altro gigante, stretto nell’angusto spazio tra i sedili. Mi sento quasi in colpa per avergli rubato il posto a suoi simili pagando per lo spazio extra per le gambe. 

E ancora più in colpa visto che non me lo godo a causa del russo di prima che, in proporzione è largo come il suo paese e ormai ha già raggiunto il mediterraneo e sta cominciando a diventare stanziale. Sono una persona notoriamente irrequieta.  Non riesco a stare fermo senza far niente. Di solito quando sono in aereo la prima parte parte la spendo a leggere le inutili riviste di bordo. Quasi sempre inutili. A volte scopro qualche buon musicista locale come i Cafe’ Aman su quel volo Pegasus o qualche altra curiosità come le belle storie grammaticali che una volta si potevano leggere nei voli Vueling.

La seconda parte di solito la dedico a far pulizia tra le foto del telefonino. Con sei ore di volo c’è tempo per ponderare accuratamente le foto da cancellare. Stavolta poi le foto sono un po’ meno, considerando che molte me le ha cancellate il funzionario durante  l’estenuante controllo alla frontiera uzbeka. Il gigante uiguro le osserva curiosamente. Data la sua altezza è come se le guardasse dal terzo anello del San Paolo (quello inagibile), corsie olimpiche comprese. Ma la distanza non frena la sua curiosità. Mentre decido  se cancellarle per categorie (partendo dal corteo di inutili foto di cibo) o cronologicamente, partendo dal 2013, il gigante, Timur si chiama, mi chiede curioso:

  • perché stai cancellando quella foto, è molto bella.
  • Molto bella ma mi ha fatto soffrire, gli dico
  • Le foto non si cancellano, i monumenti non si abbattono, mi dice: fanno parte della nostra storia.
  • Vedi, Timur sono d’accordo, ma in parte. La storia non si cancella. La storia, anzi si ricorda, dobbiamo tenere a mente le sue lezioni e gli oggetti, le tracce che ci ha lasciato. I lasciti architettonici non si abbattono. Ma le statue, le gigantografie? non so. Quelle sono fatte per celebrare, glorificare una persona. E una cosa e’ ricordare i momenti bui della storia, un’altra è celebrarla. Una cosa è una stazione, ma una statua di Hitler nel centro di Stoccarda non sarebbe il modo migliore di ricordare che in Germania c’è stato anche quel periodo. Non è un caso che, dopo una rivoluzione  le statue del dittatore sono il primo simbolo a cadere. Ecco, se vuoi sto abbattendo una statua.
  • anche questa foto qui, un altro dittatore da abbattere? Dice Timur
  • No, questa non è nessuna statua, solo una foto venuta male, guarda, sbagliato completamente la messa a fuoco, dico sorridendo
  • ok, ma se cancelli tutte le foto, cosa resta?

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Curiosamente, mentre lo dice, il mio iPhone, ancora acceso fa partire “che cosa resta” di Piero Ciampi.

  • Ah, ma io le cancello dal telefono, non dalla mia vita. Non voglio che il volto del dittatore sia dappertutto: nelle banconote, nei manifesti, nelle stazioni, nei nomi delle città, in tutte le prime pagine del giornale, come in Turkmenistan. Non voglio averle davanti a me, a portata di mano. Voglio che il ricordo rimanga, da qualche parte dove le possa riguardare con tenerezza quando ne ho voglia. Come quelle statue di Lenin e Marx nascoste, quasi abbandonate dietro agli alberi di un giardinetto di Semei (o Semipalatinsk) in Kazakhstan.

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  • Le foto non si cancellano
  • Dillo ai fottuti funzionari di frontiera uzbeki
  • Turkmenistan, Uzbekistan, Kazakistan, ma dove sei stato?
  • Eh, lungo viaggio, con un amico ho guidato una macchina da Milano a Ulan Bator.
  • Ti vedo stanco
  • Ah, il bus da Ulan Bator a Ulan Ude, notturno è stato uno strazio. 12 ore di viaggio notturno sulle strade accidentate della mongolia e una fastidiosa frontiera alle 3 di notte. Non ho chiuso occhio. E ora questo volo di sei ore, scomodo e contro fuso, sarà una dura giornata a Mosca….
  • Ma raccontami del tuo viaggio

Gli racconto praticamente tutto il blog, oltre a un simpatico aneddoto della bellissma receptionist georgiana, che mi voleva farmi pagare per il “bear”. Mi sforzo di ricordare l’incontro con l’orso, che avverrà solo dopo in Armenia(mamma quanto devo aver bevuto il giorno prima se non me ne ricordo). Solo dopo 10 minuti capisco che intendeva dire “beer”.

Mentre gli racconto il viaggio e la mia vita, prendo atto di due cose: primo, siamo in quel momento, terribile, in cui il viaggio diventa già ricordo e, nel migliore dei casi, racconto. La seconda è che non avevo mai visitato in un viaggio tanti paesi “diversamente democratici”.  In molti degli -stan la transizione dal comunismo è consistita semplicemente nell’occupazione dei posti di potere da parte dell’allora uomo forte. Nyazov in Turkmenistan, Nazarbaev in Kazakhstan, Karimov in Uzbekistan (oltre all’Iran, altro discorso a parte).

Loro le statue le hanno abbattute. Ma solo per far spazio al nuovo regime, ai nuovi simboli, al nuovo uomo forte. Alcuni di loro non se la passano manco male e, in fondo, non sono per niente paesi opprimenti per un turista, anzi in molti casi aperti e ospitali (ok, forse il Turkmenistan no), straordinariamente ospitali nel caso dell’Iran. Ma l’aver abbattuto le statue non ha cambiato del tutto certe abitudini. Non ha cambiato il sospetto, il controllo, i posti di blocco, l’inutile burocrazia alle frontiere, la stampa diversamente libera e tante altre cose. Cose che ho visto in molti paesi ex-comunisti, anche svariati anni dopo la caduta del comunismo.

  • No, vedi amico mio – dico a Timur- le statue bisogna abbatterle. Ma è solo l’inizio. Poi bisogna ricostruire e pian piano curare i danni della dittatura. E ci vuole tempo. Anzi, bisogna per prima cosa ribellarsi alla dittatura. A qualsiasi tipo di dittatura. A qualsiasi pensiero ossessivo che ti tormenta come la foto del dittatore nelle banconote. Preoccupazioni di lavoro, angosce di diverso tipo e, certo, anche la statua da abbattere, la foto che ho cancellato, pensieri che tornano ossessivamente. E nel mio caso la terribile dittatura della routine. Ci sono due  caratteristiche che ho spesso trovato in alcuni abitanti di paesi in dittatura o in post dittatura: la rassegnazione e il sospetto. La rassegnazione alle cose che vanno così e che non possono cambiare, perché sono sempre andate così e perché sforzarsi di cambiarle è inutile quando non dannoso. Il sospetto: del vicino, del prossimo, dell’autorità, soprattutto, del complotto. Il sospetto dei poliziotti alla frontiera di fronte alla nostra macchina colorata. Vedi, Timur, ho detto anche post-dittatura. Perché i danni della dittatura continuano nel tempo. Anche nelle società che si ricostruiscono dalle ceneri della dittatura, che ripartono con entusiasmo e impeto, rimuovere quel rumore di fondo del sospetto e, nelle fasce meno beneficiate dal nuovo corso, della rassegnazione richiede anni, decenni, generazioni. E vedi, Timur, già sento in me da qualche mese i germi del sospetto e della rassegnazione, l’odiosa eredità della dittatura che devo sovvertire. Rassegnazione all’impossibilità di gestire il mio tempo, sopraffatto dai carichi di lavoro. Sospetto che una ragazza così interessante che ho appena conosciuto sia una stronza come altre. Per questo devo abbattere le statue e farlo al più presto. Abbattere e ricominciare. I lunghi controlli alla frontiera, la burocrazia, le domande non fanno per me.

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  • Quindi mi vuoi dire che il viaggio non ti è piaciuto?
  • Al contrario, è stato bellissimo
  • Ok, quindi tutto bello tranne i controlli alla frontiera, i posti di blocco, i divieti e le restrizioni?
  • No, anzi anche quelli lo hanno reso interessante. Non ero mai stato in una dittatura.

Nel frattempo l’hostess è arrivata con il carrellino: meno male anche se è una low cost hanno la pietà di offrirti qualcosa da bere in un viaggio di sei ore. Cosa avete? Ampia scelta: puoi scegliere gasata o naturale. E da mangiare? Gasata o naturale. L’enorme russo ha iniziato, mi si perdoni l’assonanza, a russare fragorosamente e quasi faccio fatica a sentire cosa mi dice Timur.

  • La vuoi sapere una cosa?
  • Dimmi.
  • Quello che dici non mi convince del tutto. La rassegnazione, il sospetto, soprattutto, lo hai sottointeso, la privazione di libertà non sono il massimo. Ma la dittatura ti da sicurezza.
  • Beh, in effetti, non c’è stato un solo momento nel viaggio in cui mi sono sentito in pericolo. Forse Quella sera a Tagliacozzo.
  • Tagliacozzo?
  • Ah, scusa Ayagoz, in Kazakhstan.
  • La dittatura ti da sicurezza. La dittatura prende decisioni, non tergiversa, la dittatura rassicura.
  • Può darsi, ma è troppo poco per giustificare i danni che fa.
  • Davvero? E allora perché fai colazione sempre allo stesso posto la mattina? Rigorosamente cornetto e cappuccino, mangi sempre la pasta dalla signora e se il Napoli gioca alla domenica sera, coniglio.
  • No, quello, non è dittatura, è una scaramanzia, vedi noi a Napoli….
  • Ok togliamo pure il coniglio. La routine rassicura, conforta. Lo vedi che in realtà la dittatura la vuoi. E vedi che non è così male? Ti fa stare sicuro, come in questo viaggio.
  • Non ho scelto niente. O meglio, adesso ho capito, non la voglio la dittatura.
  • Certo come le volte che ti sei messo a dieta o hai deciso di imparare il tedesco o hai smesso di fumare.
  • Hey, Timur, ma infatti per questo la chiamo dittatura. Perché non te ne liberi schioccando le dita. Ci sono stati  golpe falliti, seguiti da tremende repressioni.
  • Cazzate. E poi quest’altra cazzata della statua?
  • Non è una cazzata. In un momento della mia vita era come l’immagine del dittatore, dappertutto nella mia mente, nei volti della gente, nei miei sogni, dappertutto.
  • Raffaele, la dittatura è una cosa seria – dice guardandomi con uno sguardo intensissimo – ed è una cosa buona
  • Non sono d’accordo.
  • Ok, ma sei d’accordo che è una cosa seria?
  • Beh, ovvio
  • Ecco la dittatura per te è la routine. Quella della foto non è una statua da abbattere. È un caffè decaffeinato.
  • Li avete anche da voi?
  • Certo, li odio
  • Io invece li prendo spesso
  • Non avevo dubbi
  • Perché non avevi dubbi?
  • Perchè ti arrendi alla dittatura. Fai gesti non per necessità ma per vizio, per abitudine o per ansia.  Vedi, il caffè lo prendi per svegliarti. Il  decaffeinato è vizio,  qualcosa di cui non hai bisogno ma prendi per pura dipendenza.
  • Cioè?
  • Dimmi la verità: il decaffeinato lo prendi per poterti fumare la sigaretta dopo, giusto?
  • Esatto.
  • é pura compulsione. Non ne hai bisogno, ma è la tua routine, la tua dittatura, ti fa stare meglio. Allora vedi che non devi abbattere nessuna statua? Perchè la statua non esiste. Lei non è il dittatore. Lei è il decaffeinato. Non ne hai bisogno, ma non rinunci perché devi fumarti un’altra sigaretta, la sigaretta che ti fa male, lo sai ma devi fumarla. La nostalgia che ti fa star male ma nella quale sguazzi.
  • Ma come?
  • Sei in una dittatura ma non c’è nessun dittattore. Il dittatore sei tu, che vivi sempre con gli stessi gesti, sempre gli stessi tempi. Smettila con lo steso bar, il cappuccino,  il coniglio la domenica sera.
  • No quello, no, che quest’anno abbiamo una buona squadra
  • Bernardo Soares ha scritto che La vita è ciò che facciamo di essa. I viaggi sono i viaggiatori. Ciò che vediamo non è ciò che vediamo ma ciò che siamo.
  • Azz, ti piace Pessoa?
  • Non è ciò che vediamo, è ciò che siamo. Io non sono io, sei tu, sveglia….

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Mi sveglio sudato. Mi ero addormentato al decollo. Affianco a me c’è effettivamente un energumeno di due metri, ma non so se è Uiguro e se si chiama Timur. Il viaggio notturno da Ulan-Bator a Ulan-Ude con annessa chiamata di lavoro alle 3 di notte mi ha abbattuto e per la prima volta in vita mia sono riuscito ad addormentarmi al decollo. Una notte a Mosca e si torna a casa. Verso la dittatura o verso la democrazia.

Scendo dall’aereo canticchiando “Morena dos olhos d’água, tire os seus olhos do mar, vem ver que a vida ainda vale o sorriso que eu tenho pra te dar”, perla del mio eroe Chico Buarque, che ben s’intona alla discussione immaginaria con Timur e guardo fiero l’aeroporto di Domodedovo.

Ecco, a un anno di distanza, avevo questo senso di incompletezza, dovevo scrivere una chiosa, un ultimo articolo del blog. La ragazza della foto, per chi lo chiedesse, è immaginaria, o sono mille ragazze del passato, o sono stato io la statua per qualcuna, non importa, era il pretesto. Volevo raccontare, un anno dopo, cosa mi è rimasto di quel viaggio. La voglia di non smettere di viaggiare. Ogni giorno.

Il blog finisce qui.

No. Non finisce qui. con Francesco abbiamo in mente altri viaggi ugualmente folli. Li racconteremo, sempre come threesteppesahead, che va solo in pausa fino al prossimo viaggio. E lo faremo col solito tono scanzonato e meno pesante di questo.

Per chi avesse voglia, nel frattempo c’è il mio nuovo blog: www.thewanderinglawyer.com/blog, dove racconto mie esperienze di viaggio da un’ottica un po’ diversa.

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