Cronaca del viaggio esterno. Day 11. Meghri-Tabriz. Facilitatori, Bazar e Azeri

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E’ mattina. L’ho capito dal verso del Gallo che ha iniziato a gridare dalle sei circa come se lo stessero sgozzando, sottraendo altre preziose ore di sonno. Partiamo verso le otto e mezza del mattino verso la frontiera dopo una ricca colazione.

Alle nove siamo alla frontiera. Con nostra grande sorpresa la frontiera e’ semideserta. Non ci sono i soliti caselli da attraversare con la macchina per il controllo passaporti. C’e un cancello chiuso con un lucchetto che impedisce il passaggio verso l’Iran.

Parcheggio la macchina e cerco qualcuno a cui chiedere come fare. Un poliziotto mi controlla il passaporto e poi mi indica dove spostare la macchina. Tanto per cambiare tocca il controllo. Stavolta, pero’, visto che siamo quasi gli unici alla frontiera, e il poliziotto non ha sostanzialmente nulla da fare, il controllo e’ molto approfondito. Ogni angolo, persino il cofano del motore.

Il poliziotto, in verità, e’ cordiale e simpatico e, finito il controllo, ci saluta con un sorriso. Mi devo quindi recare, parcheggiata la macchina, a un altro sportello dove una poliziotta controlla a lungo il passaporto con una specie di lente di ingrandimento, poi i documenti della macchina. Poi sorride e mi timbra il passaporto. I hope that you enjoyed Armenia.

Un terzo poliziotto apre il lucchetto del cancello e ci lascia uscire.

Passato il fiume siamo in Iran. Anche qui non e’ chiaro da dove dobbiamo passare. Il poliziotto controlla i passaporti, scrive i nostri nomi e dati su un registro e ci dice di lasciare la macchina la’ per recarci a un altro ufficio. Nell’ufficio dobbiamo fare quattro controlli. Uno e il classico controllo del passaporto, dove ci viene apposto il timbro. Il secondo e’ la polizia, che ci fa alcune domande come il nome di nostro padre, la nostra professione etc. Gli altri due non ho ancora capito che sono.

Finito questo controllo, un funzionario mi dice “Mister!” (mi parlano tutti un linguaggio composto da una sola parola: “Mister”. Per esempio, per dire sposta la macchina un po’ a sinistra, facendo gesti con le braccia mi dice: “Mister, mister mister mister“.) Il funzionario mi dice “Mister, mister, mister commercial office” . Credo voglia dirmi di andare al “commercial office” per le formalità della macchina. Li’ per fortuna abbiamo un vantaggio, il facilitatore, Hossein, che abbiamo pagato per aiutarci a sbrigare le pratiche. Dopo qualche minuto di attesa ci saluta un suo collaboratore.

Non parla una parola d’inglese, nemmeno “car”. Ma per fortuna sa fare bene il suo mestiere. Estrae una marea di scartoffie dalla sua ventiquattrore e inizia a compilarle. Ogni tanto mi fa firmare qualche documento, tutto scritto in Farsi. Potrei aver acconsentito all’adozione dei miei figli nati o nascituri o, ancor peggio, firmato una dichiarazione di fede juventina.

Conosce bene tutti. Si dirige a otto sportelli diversi e tre uffici, ogni tanto si insinua proprio dietro allo sportello per conversare con i funzionari e aiutarli a compilare moduli.

Poi esce e mi fa firmare un altro modulo: oh, no! ho promesso di diventare vegano… Stanco dell’ottocentesimo controllo e iter burocratico, esco a fumare una sigaretta e un tipo, forse un funzionario mi dice – “Mister”. Io – “che re’, vuo’ controlla’ coccosa pure tu? – Mister – mi risponde, facendo il gesto dell’accendino.

Dopo due ore e mezza di scartoffie e ventordici documenti firmati, l’uomo di Hossein, esclama “finish!”.

Noto che, nell’orgia di scartoffie e di controlli di documenti, per una volta nessuno ha controllato la macchina.

Siamo finalmente in Iran. Le strade sono senza dubbio molto migliori che in Georgia e Armenia. Soprattutto, pero’, la strada dal confine a Tabriz attraversa la valle di Aras, uno spettacolo della natura. La strada costeggia il fiume in una stretta gola tra le montagne, che poi si apre su una splendida valle circondata da montagne, alla nostra destra l’Azerbaijan.

Abbiamo cambiato pochi soldi, quindi decidiamo di mettere solo 8 euro di benzina. Riusciamo a fare il pieno. Qui sono seduti sul petrolio e il costo della benzina e’ più che irrisorio.

La prima impressione che abbiamo e’ che gli iraniani siano straordinariamente cordiali e gentili, specialmente con i turisti. L’impressione e’ confermata a Tabriz dove, in più occasioni, appena iniziamo a guardarci intorno smarriti, entro due secondi si avvicina un passante e ci dice “how can I help you?”, (qui l’inglese e’ decisamente più diffuso che alla frontiera) ed effettivamente ci aiuta.IMG_9510

Visitiamo il gran bazar, il più grande del mondo. E’ un vero e proprio labirinto, interminabile. A differenza di Istanbul, non e’ una trappola per turisti, ma un bazar effettivamente frequentato dai locali per i loro acquisti.

Classici odori e rumori da bazar, realizziamo con sempre maggior chiarezza di aver lasciato l’Europa.

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Molti degli abitanti di Tabriz parlano Azero, me ne accorgo quando acquisto la scheda dati e sento sonorità e poi parole molto vicine al turco.

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Glielo chiedo: parlate Azero? Lui: – certo lo parli anche tu? – No, alle medie ho scelto inglese, col senno di poi avrei potuto scegliere azero….

L’Iran non e’ etnicamente un monolite ma e’ composto da diverse razze ed etnie. A Tabriz siamo, appunto, nella provincia chiamata Azerbaijan e la maggior parte della popolazione e’ appunto Azera.

Saliamo in macchina verso Teheran e faccio notare a Francesco una mia scoperta. Nonostante le limitazioni alimentari, sembrano intendersene bene di insaccati e sanno anche dove trovare i migliori. Ho sentito più di una persona avere questa conversazione:
– Il salame, a Lecco
E l’altro interlocutore annuendo:
– A Lecco il salame

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Quando torno a Milano organizzo un fine settimana a Le…. SBAAM

Francesco, dopo lo sguardo di protocollo, mi ha tirato fuori dal finestrino e abbandonato su una strada semivuota tra Tabriz e Teheran. Come faro’ adesso?

Dopo pochi minuti Francesco ritorna: – dai, sali. Parli Russo, può servire dopo.

si ringrazia Francesca Pucella per la collaborazione, vi spiegheremo dopo in che modo

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Cronaca del Viaggio Esterno. Day 10. Yerevan-Meghri. Tornanti, albicocche e Ricchi e Poveri

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Partiamo da Yerevan la mattina. Siamo diretti a Meghri, alla frontiera con l’Iran. Lo stesso percorso dove alle prime salite Gengis aveva dato segni di cedimento.

Oggi sembra essere tornata ai suoi antichi fasti. Non ha problemi sulle salite e anche se la spia ogni tanto si accende per poi spegnersi subito dopo, il motore non sembra risentirne e Gengis si arrampica sulle montagne come un Pantani o quasi.

Superato l’Ararat iniziamo la salita e, giunti a Zangakatun, decidiamo di accostare per salutare e ringraziare Partev.

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Gli diciamo, sempre nella nostra parodia del Russo, la macchina adesso funziona. Era il catalizzatore. Lui: – Catalizzatore? che vi avevo detto?

Quindi fa cenno di seguirlo: ci invita a pranzo a casa sua. Ci fa assaggiare del buon formaggio, pomodoro, peperoni e immancabili, piatto nazionale, le albicocche, Ziran. Il tutto dal suo orto (compreso il formaggio, di vacca, le mucche sono poco dietro l’ingresso).

Ci fa conoscere il figlio, militare, come l’altro suo figlio. Ha anche una figlia, dottore a Yerevan, e un nipotino. Il tratto che stiamo attraversando e’ una striscia di Armenia tra l’Azerbaijan e il Naxcivan, un’exclave dell’Azerbaijan stesso. In altre parole, alla nostra sinistra e alla nostra destra l’Azerbaijan. Alla nostra sinistra e’ vicinissimo, la frontiera sono praticamente le colline che vediamo dalla casa.

Visto lo stato di perenne tensione tra i due paesi, prevedibilmente, la presenza di militari in questa zona e’ piuttosto elevata. Gia’ il giorno prima avevamo visto gruppi di militari tra i clienti della sua officina.

– Azerbaijan, spara – ci dice Partev mimando un kalashnikov – Noi no, noi non spariamo. Cosi’ sostiene. Il militare e’ certamente un mestiere piuttosto diffuso in questa zona dell’Armenia.

Nella terrazza della casa si trovano tre letti: con il caldo estivo, dormire all’aperto può’ essere una buona soluzione.

Ci racconta che in inverno, nel giardino, fa un metro di neve. Scherzando gli chiediamo: anche in inverno dormite la’?

Partev fa il meccanico da 30 anni, a Zangakatun, paesino che, ci dice, ha circa 2000 abitanti che, come e’ facile immaginare, si conoscono tutti.

Verso le due e mezza, con dispiacere, indichiamo a Partev l’orologio. Ci sono sei ore di strade montane da percorrere e purtroppo dobbiamo andare.

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Superato Vajk, il punto massimo dove ci eravamo spinti ieri, iniziamo ad arrampicarci in montagna, a 2500 metri. Segue un altopiano per diversi chilometri e, poco prima di Tatev un aeroporto situato in una posizione spettacolare in mezzo alla montagna, ma dove avrei paura di atterrare.

La strada fino a Meghri attraversa montagne con infinite serie di tornanti e splendide vallate che la solita fretta di arrivare prima delle tenebre ci impediscono di fotografare decentemente arrestando la macchina, salva la foto di apertura.

 

 

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Finalmente, in serata, arriviamo a Meghri. La strada attraversa una splendida vallata, alla nostra sinistra il fiume che separa l’Armenia dall’Iran. Segue una mulattiera di un chilometro circa che porta al bed & breakfast dove dormiamo.

C’e’ un pianoforte scordato, che provo a suonare, ma che emette suoni peggiori del duduk nelle canzoni del nostro primo giorno in Armenia.

Decidiamo di cenare li’. Il pasto e’ abbondante e ci offrono anche una loro bottiglia di Vodka fatta in casa. Ne approfittiamo. In Iran sarà un lusso che non potremo permetterci.

Iniziamo a strimpellare chitarra e fisarmonica. La signora si avvicina. In Russo ci dice: “mio marito era un musicista, direttore della casa della musica di Meghri. E’ morto 4 anni fa, il pianoforte era il suo. Continuate a suonare, mi fa piacere”. Cerchiamo di trovare qualche pezzo che lei conosca.

Il suo volto si illumina solo a “sarà perché ti amo”. – Ricchi e Poveri, dice. Due ragazzi e una ragazza.

Domani la frontiera Iraniana. Speriamo ci sia amica.

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Due piccole note di chiusura. Prima: come si nota il blog ha un suo “fuso orario” tutto particolare, un po’ come qui in Iran (in questo momento sono alla frontiera, in attesa) dove hanno scelto CET +3,5. Si hanno mezz’ora di fuso. Ecco, il blog, generalmente racconta quello che e’ successo il giorno prima, ha un ritardo di un giorno. Da questo momento non sappiamo come saranno le condizioni di accesso ad internet (oltre al tempo disponibile per scrivere), quindi ci potranno essere ritardi.

Inoltre, il titolo inizia sempre con: “Cronaca del Viaggio Esterno”: quello che succede all’esterno. Potrebbero seguire a breve due “Cronache del Viaggio Interno”, quello che succede dentro di me o di noi.

Inoltre in alcuni paesi: e.g., Iran, Turkmenistan, ci sarà una sezione: “Cronaca del Viaggio Proibito”, in cui scriverò, una volta lasciato il paese, cose che per precauzione preferisco aspettare a scrivere.

 

 

Cronaca del viaggio esterno. Day 9. Yerevan – Bastogne – Yerevan. Imprevisti, gavettoni e Ararat

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Esatto, siamo ancora a Yerevan, ma cosa e’ successo? Non dovevamo essere alla frontiera con l’Iran?

Provo a lanciare un instant poll tra i miei amici.

  1. Raffaele ha conosciuto un’avvenente armena (sono molto carine in effetti) ed ha deciso di prolungare il soggiorno a Yerevan a tempo indeterminato.
  2. La Gengis Khar ha avuto problemi.
  3. Un gruppo di alieni ha creato un profondissimo cratere dove prima c’era una strada, impedendo il passaggio verso l’Iran

Un po’ di spazio per votare

Se conosco bene i miei amici la stragrande maggioranza, conoscendo le mie notorie doti di seduttore, ha votato per i problemi a Gengis e un paio hanno ritenuto comunque più plausibile quella degli alieni che quella dell’armena (begli amici). Come nei giornaletti di enigmistica, la soluzione alla fine del post di oggi.

Partiamo di mattina per poter arrivare con calma ad Agarak, l’ultimo villaggio prima dell’Iran. Con calma, il tragitto e’ di otto ore. Ci sarà tempo di fermarci a fare foto e persino, per una volta, per non saltare il pranzo mentre siamo in viaggio.

Prima andiamo in piazza a prendere un caffè e a ricaricare la scheda dati armena. Con cautela pero’, perché Tigran ci ha avvisati il giorno prima di quello che sta per succedere. Appena arrivati in piazza vediamo ragazzini armati di secchi d’acqua e bottiglia. Si avvicinano a due passanti e gli rovesciano l’acqua addosso, a profusione.

E’ una tradizione locale, il Vardavar, festa di origini pagane in cui, appunto, ci si prende a secchiate d’acqua addosso.

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Queste ultime foto (tranne il cartello dell’albergo) sono prese dal mio viaggio successivo in Armenia (un anno dopo il blog) quando siamo tornati apposta per il Vardavar. Nell’anno del blog ho preso solo le prime due da lontano: per arrivare con calma siamo partiti prima che la festa entrasse nel clou e, in più, non volevo avvicinarmi troppo con la macchina fotografica. Infatti i ragazzini non fanno e’ distinzioni ne’ prigionieri. Davanti ai miei occhi vedo una ragazza, vestita con i colori di beeline, fornitore locale di servizi di telefonia, chiaramente intenta a recarsi al lavoro nel vicino negozio beeline, nell’atto di essere sommersa senza pietà da ettolitri d’acqua. Prima cerca di rimproverare i ragazzini poi, con rassegnazione, entra nel negozio. La tradizione e’ tradizione. Sono le nove e mezza del mattino e fanno 35 gradi. Capisco molto bene il senso della festa e l’anno prossimo voglio tornare e parteciparci.

Il clou della festa e’ più avanti nella giornata, nelle ore più calde. Quando arriviamo in piazza  e’ ancora presto e davanti a noi troviamo solo pochi ragazzini intenti a riempire i secchi, uno di loro ben preparato con l’impermeabile. Poi le scene che ho descritto.

Dopo questo assaggio di Vardavar, ci avviamo verso la frontiera iraniana. Prima facciamo rifornimento in una sgangherata stazione di servizio di periferia i cui gestori sembrano simpatici. Il primo tratto e’ in un piano, con una strada a doppia corsia in buone condizioni. All’improvviso, pero’, alla nostra destra, maestoso si staglia l’Ararat, il monte sacro degli armeni, benché oggi in territorio turco. Richiamo l’attenzione di Francesco presentando la montagna con le prime parole che mi vengono in mente: “Amici, Arararat”. Francesco mi guarda peggio che mai, ma per fortuna dietro di me ho l’Ararat che intercetta il suo sguardo.

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Ok, disclaimer. La foto e’ palesemente ritoccata e anche male. Purtroppo la foschia agostana rendeva visibili solo i contorni e, in parte, la cima innevata. Ma lo spettacolo resta molto bello.

Proseguiamo su strade di campagna frequentate da noi e pochi altri. Ogni tanto attraversiamo qualche paesino nel quale i ragazzini, in assenza di altre persone da bombardare d’acqua, prendono a secchiate le macchine in transito. Chiedo a Francesco: “come mai stai andando cosi’ piano in quarta?” e lui, “vero va un po’ piano”.

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A un tratto Francesco esclama: – “Fefe’, ma sai che cazzo e’ sta spia?”. – “Non lo so, sembra una roba tipo il filtro o il catalizzatore, boh”. Siamo su una serie di tornanti che si inerpicano sulle delle montagne che conducono a una valle arida, ancora una volta da film western. Mandiamo un messaggio al nostro fidato meccanico Sandrokan in Italia: “may day, may day, siamo a circa 3000 piedi, il motore ha perso potenza”.

In effetti il motore ha proprio perso potenza. Il carburante non sembra passare e siamo costretti ad arrampicarci sulla montagna in prima a circa 25 km/h, superati agevolmente anche da un camion e una vecchia Lada sgangherata. Alla fine della salita, all’ingresso del paesino di Zangakatun, vediamo un piccolo capanno con un cartello, scritto a mano, “vulcanizzazioni, meccanico”.

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In questi paesini l’inglese va meno di moda e ci sarà da praticare il nostro russo rudimentale. Il meccanico, un signore armeno baffuto di mezza eta’, ci chiede una sigaretta. Partev Agannisyan e’ il suo nome. Osserva il pacchetto, italiano, con curiosità e ci chiede: “ma di dove siete”? – “Italia”. – “Uhm, ok” dice sorridendo e alzando le spalle prima di aprire il motore e cercare di capire il problema. Ipotizza “катализатор”, il catalizzatore. Poi propone come alternativa, che forse ” грязный бензин” (benzina sporca), “Надо изменить фильтр” (bisogna cambiare il filtro), anche se il catalizzatore sembra convincerlo di più. Lo insospettisce pero’ il fatto che sia successo subito dopo il pieno di benzina.

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Preoccupati dalla possibilita’ che il carburante sporco possa aver danneggiato il motore, imprecando contro i gestori che ce l’hanno venduto e che sembravano pure simpatici, chiediamo lumi. – “только фильтр” (solo il filtro) ci risponde. Rassicurati gli chiediamo di cambiarlo. Ci dice che non ha il pezzo di ricambio. Gli chiediamo dove comprarlo. Ci dice che a Vajk, un paese a 30 km, c’e’ un suo amico, Arman, che forse ci può aiutare. Poi con un gessetto disegna sul terreno una mappa rudimentale per spiegarci che Arman si trova dopo un supermercato e un benzinaio appena prima di lasciare Vajk. Eccitato dalla possibilità di riparare Gengis, esclamo, se Arman ci risolve il problema, prometto di tributargli il più grande onore per un napoletano: lo chiamerò “Diego Arman”. Francesco e’ troppo preoccupato per guardarmi male.

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Ne ha ben donde. Siamo di fronte a un bell’enigma. Il mio visto dell’Iran scade domani (o forse martedì, lo scopriremo solo in serata quando ci scrivera’ Hossein, il nostro uomo alla frontiera iraniana). Bisogna entrare in Iran ad ogni costo. L’alternativa e’ tornare indietro, risalire la Georgia, attraversare la Calmucchia e tramite Russia e Kazakhstan raggiungere la Mongolia. Ma il visto di Francesco ha solo due entrate e per fare questo tragitto ne servono tre. Raggiungiamo il paesino di Agarakadzor dove sulla sinistra vediamo un altro meccanico. Ci fa parcheggiare la macchina nell’officina e un ragazzino sui 17 anni inizia ad armeggiare con il filtro e a dare di gas. La diagnosi e’ la stessa. “Filtro”, va cambiato. E la condanna e’ la stessa. Oggi e’ domenica, il negozio e’ chiuso, non ho il filtro. Provate a Vajk. I nomi improbabili dei villaggi che ci circondano (Zangakatun, Agarakadzor, Yeghegnkadzor, Landjianist) aumentano la sensazione di smarrimento. Dove cacchio siamo? E se Gengis ci lasciasse qui?

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Andiamo, con grande difficolta’, a Vajk. Per raggiungerla ci sono altre colline, e Gengis annaspa salendo a piccoli strappi. come un ciclista in difficoltà in una tappa montana. Ce la farà a superare questa salita?

Ce la fa. Nel frattempo, arriva un messaggio da Sandrokan: “non e’ il filtro. E’ il catalizzatore. Dovete solo farla andare per 40 km circa in sesta tra i 90 e i 110 e andrà in autodiagnosi liberando il catalizzatore”. Come la prima diagnosi di Partev. Purtroppo, pero’, siamo in strette strade di campagna, con tornanti e camion.  Mantenere quella velocità’ sembra improponibile.

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Siamo di fronte al bivio: continuare lentissimamente verso l’Iran, salendo le montagne a 25 Km/h col rischio di rimanere intrappolati in una valle nel mezzo del nulla, o tornare a Yerevan a cercare un meccanico? Se Sandrokan ha ragione, appena raggiunta una pianura sufficientemente lunga dovremmo risolvere il problema. Ma lui e’ in Italia, non ha visto la macchina , e potrebbe sbagliare. Due righe di spazio vuoto per permettervi di indovinare se avevano ragione Sandrokan e Partev o il secondo meccanico armeno.

Se torniamo a Yerevan, calcolando il tempo necessario per trovare un meccanico (Tigran ne conosce uno), sistemare la macchina e ripartire, potrebbe essere troppo tardi per ritornare in tempo alla frontiera dell’Iran. Guardiamo la mappa. La strada verso l’Iran e’ piena di montagne e tornanti, molti di più di quelli su cui Gengis sta annaspando con la bandiera bianca pronta ad essere spiegata. Io sono per proseguire comunque, ma non ho ancora guidato Gengis in queste condizioni. Francesco invita alla prudenza e a tornare verso Yerevan. Per convincermi, mi invita a guidare Gengis. Mi convinco che Francesco ha ragione: la macchina in salita e’ un vecchietto asmatico ed effettivamente provare l’ “all in” fino in Iran potrebbe essere un rischio troppo grande. Decidiamo quindi di tornare verso Yerevan e verso un meccanico. Ecco, come direbbero nelle pagine “acchiappaclick” delle versioni online dei quotidiani, ecco un video che “documenta dal vivo quei drammatici momenti”.

Nel tornare verso Yerevan, pero’, noto che la macchina sta recuperando un minimo di potenza e decido di rischiare un altro tipo di azzardo. Inizio a correre a 90/100 all’ora, in discesa, sui tornanti della strada che porta a Yerevan, provando a scansare buche per non distruggere le sospensioni. Non riesco, ovviamente, a fare 40 km, ma ne faccio un bel po’ tra qualche salto di Gengis e qualche curva da vuoto allo stomaco. Adesso possiamo davvero chiamarlo “Rally”.

L’azzardo paga. Sulla curva della strada verso Khor Virap, antichissimo monastero con vista sull’Ararat che decidiamo di visitare per non buttare la giornata, Gengis sembra essersi ripresa.

Faccio provare anche a Francesco. Concorda. Gengis e’ tornata. Torniamo a Yerevan e decidiamo di riposare in un Hotel di lusso dopo aver scansato le ultime secchiate che aumentano il rimpianto. A saperlo saremmo rimasti in città a prenderci a secchiate anche noi. Beh, poco male, si torna l’anno prossimo.

Mentre entro nella hall mi arriva un messaggio: “scusate il ritardo nelle risposte, ero ad una gara. Non vi preoccupate, Sandrokan veglia su di voi”. Con la sua benedizione, e quella di Partev, domani ci rimetteremo sulla stessa strada. Seguiteci per sapere se saremo arrivati in Iran.

Cronaca del viaggio esterno. Day 8. Yerevan. Diaspora, manoscritti e tanta musica

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Nascosti in un cespuglio alle pendici del monte Ararat speriamo che la notte senza luna ci protegga dai predoni che ci inseguono. Non avranno mai il medaglione. Ok, avete capito, un altro giorno tranquillo…. Ma avrete notato che questo post e’ partito in ritardo. Non perdete il post di domani, in cui ritorna l’avventura.

Yerevan. Di giorno temperature sopra ai 35, la sera un venticello rende le temperature più sopportabili. Ci imbattiamo subito in varie troupe che stanno filmando, crediamo, qualche spot o qualche fiction.

Il viaggio per arrivare a Yerevan e’ stato tranquillo. Le strade dell’Armenia sono messe peggio di quelle della Georgia, ma sono decisamente meno affollate, sia di macchine che di mucche. Al primo impatto Yerevan e’ meno bella di Tbilisi. Due elementi, il vecchio e il nuovo, contribuiscono alla sua apparenza. Il vecchio: monumenti imponenti in stile sobrio, sovietico. L’influenza sovietica si nota più’ chiara che in Tbilisi dove a ricordarla c’erano solo alcune case a blocchi in periferia ben visibili dalla fortezza.

Il nuovo: l’America, l’occidente con vari negozi di brand ben noti che decorano i viali del centro e bar in puro stile occidentale.

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Alcune piacevoli sorprese, come un bar con uno splendido giardino costruito all’interno di una galleria d’arte e, anche qui, un’energia molto positiva, con la più’ alta presenza di musicisti da strada per metro quadro che io ricordi.

Anche l’offerta e’ piuttosto varia: da un duo chitarra clarinetto che interpreta pezzi famosi in chiave jazz, a un duo chitarra e voce che interpreta pezzi pop armeni, un chitarrista elettrico che suona classici del rock con dubbio senso del ritmo a un duo di fisarmoniche che suonano musiche tradizionali. Musiche tradizionali che ascoltiamo a profusione in un ristorante/trappola per turisti, dove un gruppo vestito in abiti tradizionali composto da quattro voci, percussione e, ovviamente, due duduk coinvolge alcuni turisti (armeni che vivono all’estero) in danze tradizionali. L’ultimo pezzo, triste, maestoso ed emozionante, mi riconcilia con il duduk.

Alcuni degli armeni, in visita dall’estero, che frequentano il locale, lo cantano con trasporto, uno di loro quasi in estasi. Mentre li osservo e li filmo, penso al tema della diaspora, qui molto sentito. Lo stato armeno occupa uno spazio molto minore rispetto ai territori tradizionalmente abitati da Armeni, che ricomprendono anche parti della Turchia, i famosi distretti di Kars e Ardahan, a lungo teatro di rivendicazioni Turche e Russe, il Nagorno Karabakh parti della Siria e dell’Iran e, a macchia di leopardo, altri territori circostanti.

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Il terribile genocidio a cavallo della prima guerra mondiale accentuo’ il fenomeno dell’esodo e si calcola che a fronte di 3 milioni di Armeni che vivono in Armenia, circa 8 (+ i Kardashian) vivono all’estero, soprattutto in Russia, negli Stati Uniti, in Francia, in Canada, Australia e Iran.

Il tema della diaspora e’ molto sentito. Quasi tutti gli Armeni che mi e’ capitato di conoscere hanno parenti all’estero. In effetti il frastuono che, poco prima di andare al locale ci aveva richiamati, curiosi, verso Piazza della repubblica ha a che fare con la diaspora. Su un gran palco un presentatore in smoking e una presentatrice in paillettes pronunciano in armeno nomi di nazioni, seguiti da un applauso mentre una banda suona delle marcette. Volgendo lo sguardo verso il viale, vediamo una serie di delegazioni con un cartello indicante il nome della nazione in Armeno, la bandiera e vari atleti. Come una cerimonia di apertura delle olimpiadi. Sono delle “Armeniadi” o olimpiadi della diaspora in cui atleti Armeni provenienti da vari stati del mondo, persino Argentina e Uruguay, competono come in delle vere olimpiadi. – “E’ un’occasione per tornare in Armenia, vedersi e stare insieme” mi dice il signore a cui ho chiesto di spiegarmi cosa stava succedendo.

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La canzone, sempre più’ drammatica, prima cantata dalla bella solista e’ adesso diventata un coro, cupo, su tonalità basse e finisce in un crescendo. Un secondo di silenzio e poi scoppia uno scrosciante applauso. Parlo con il gruppo di dieci ragazze del tavolo affianco. Anche loro sono Armene all’estero, vivono in una regione caucasica della Russia il cui nome non ho ben capito. Sono a Yerevan, appunto, nell’ambito di un programma di studio per migliorare la loro conoscenza dell’armeno.

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Il genocidio, tragico episodio della storia che e’ ancora causa di tensioni con la Turchia, che continua a non riconoscerlo, salvo alcune voci fuori dal coro come il premio nobel Orhan Pamuk. Pamuk che mi e’ tornato in mente stamattina nello splendido museo dei manoscritti Armeni che conteneva, tra l’altro, alcune splendide miniature persiane (le miniature sono un tema ricorrente nel suo splendido “Il mio nome e’ rosso”).

Il museo ospita manoscritti recuperati dai vari monasteri diffusi nel territorio dell’Armenia, alcuni risalenti al 6 secolo dopo cristo o addirittura al terzo.

Tigran, un amico di amici di Francesco, che ci viene a prendere al museo, mi dice “le chiese erano difese con i denti, a differenza delle case, le chiese erano un simbolo, andavano difese. Per quello trovi monasteri di più di mille anni fa”. Un po’ come, mi raccontavano, i rumeni della transilvana spesso non davano ai propri figli nomi facilmente “ungheresizzabili” come “Stefan/Istvan”, ma nomi legati all’antica tradizione romana a cui is rumeni sono legati, loro unici latini tra gli slavi: Constantin, Octavian, etc. L’Armenia, baluardo di cristianità circondato nei secoli da stati musulmani. Di questo, del Nagorno Karabakh e del conflitto con l’Azerbaijan, della chiesa armena, della straordinaria crescita del settore IT in Armenia, parliamo con Tigran, che ci porta in un ristorante in campagna, che alleva pesci in delle grandi vasche centrali, pesci che vengono scelti dagli avventori e cucinati.

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Tigran, gentilissimo, ci offre il pranzo. In serata ricambiamo il favore in un’ottima birreria artigianale del centro.

Andiamo a letto. Domani le otto ore che ci separano dal confine con l’Iran, dall’Asia, quella vera. O forse no: riusciremo ad arrivare in Iran? Scopritelo nel prossimo post.

Cronaca del viaggio esterno. Day 7. Tbilisi-Erevan. Monasteri, Duduk e Armeni riservati

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Di mattina presto salutiamo Iosif e Mari, i gentilissimi receptionist dell’ostello e, attraversando gli stretti vicoli del centro di Tbilisi con la Gengis Khar che passa più volte a pochi centimetri da rovinare gli adesivi degli sponsor, imbocchiamo la strada che da verso il confine Armeno. Stavolta abbiamo messo preventivamente in programma 5 ore di attesa alla frontiera. Arrivando alle 10 del mattino, ci resterà ancora tempo per vedere almeno un monastero sulla strada verso Erevan.

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Arriviamo in effetti proprio alle 10 del mattino e, con gran sorpresa, notiamo che la coda e’ piuttosto ridotta. Usciamo facilmente dalla Georgia ed eccoci alla frontiera con l’Armenia. Anche qui i passeggeri fanno una fila a parte. Il poliziotto Armeno, sorridente, mi chiede se sono diretto ad Erevan. Gli rispondo di si. E lui mi dice: “benvenuto in Armenia”. In napoletano gli dico: “ma comm’? Accussi’? Ma nu controllo? Ddoje domande?”. Mi guarda con lo sguardo tipico di chi non ha capito, ma neanche il tempo di fargli dire “what?” che esclamo: “thank you”. Mi dice che, pero’, prima di entrare devo andare alla banca della frontiera a pagare la “tassa ecologica”. Qui subiamo il nostro unico piccolo ritardo, che porterà l’attesa totale per passare la frontiera a un’ora (gran lusso).

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Il motivo non avrei mai potuto prevederlo. Davanti a me un enorme gruppo di pensionati Coreani. Si, coreani alla frontiera tra Georgia e Armenia, che devono cambiare dollari, valuta loro e vari spiccioli che gli sono rimasti in Lari georgiani.

Siccome ho ancora il napoletano “caldo”, l’attesa e’ tutta un borbottare (“e gghia’, ma pure ste quatt’spicci e’ a cagna’. Ma all’anima e (censura)”). Leggo nel volto di qualche coreano la domanda “ma questo che lingua sta parlando”. La risposta alla sua domanda arriverà più’ avanti nel racconto. Finita l’attesa, Francesco risale a bordo e un ultimo poliziotto ci ricorda: “don’t forget to buy Armenian insurance”.

La rotonda all’uscita dalla frontiera e’ circondata da piccole baracche con scritte in Armeno, in Russo e occasionalmente in inglese, che vendono chiaramente assicurazioni RCA.

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Nella rotonda, in circolo, sono posizionati vari bambini la cui posizione ricorda quella degli atleti che si accingono a iniziare la cento metri. Capiamo subito perché. Mentre giriamo attorno alla rotonda, non appena superiamo un bambino, lo stesso inizia a correre attorno alla macchina gridando: “Insurance, insurance, buy insurance”. Non appena raggiungiamo il secondo bambino, il primo si ferma e il secondo inizia a correre come in una staffetta, poi il terzo, il quarto e cosi’ via. Decidiamo di seguire il più persistente di loro fino al baracchino dove acquistiamo l’assicurazione.

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Il ragazzino ci propone anche: “Armenian SIM card?” – perché no.

Proseguiamo per meno di un chilometro e accostiamo al lato vicino ad altri baracchini per prendere due bottigliette d’acqua dal retro. Subito veniamo circondati da un gruppo di persone che domandano: “Armenian insurance?” – “We have it”. “Ok, Armenian SIM card?” – “We have it”. Sento alcuni di loro borbottare qualcosa in Armeno. Credo significhi “e che sfac.(censura)”.

Siamo in Armenia. Inizio a canticchiare “Armeno tu nell’universo”. Francesco mi guarda malissimo e minaccia di farmi scendere dalla macchina.

Come direbbero le guide turistiche: Armenia, terra di contrasti. E i contrasti li vedi gia’ dalle prime due cose che ti vengono in mente quando pensi all’Armenia: genocidio e Kim Kardashian. A me, pero’, viene in mente una terza: musica. L’Armenia e’ terra, tra l’altro, di grandi musicisti, oltre ad essere la terra del “duduk” un flauto in legno di albicocco, dalle origini antichissime e dal suono meraviglioso e inconfondibile.

Abbiamo subito l’occasione di sentirlo quando a Noyemberyan, poco dopo la frontiera, ci imbattiamo in una festa di paese.

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Varie bambine ballano in circolo su musiche moderne in ritmo 4/4 (tunz tunz) la cui melodia e’ resa dal suono acuto, appunto, del duduk.

Le coreografie si susseguono al suono incalzante e fastidioso del duduk, finche’ e’ il momento dell’acrobata, che si esibisce camminando sul classico filo da equilibrista davanti allo sguardo meravigliato dei bambini. Qualcuno stringe l’altro per l’emozione e la paura che possa cadere. Il tutto al suono insopportabile del duduk.

Decidiamo di proseguire e ci dirigiamo verso il primo dei monasteri sulla strada, il monastero di Gosh. Le decorazioni sulla pietra ricordano il signore degli anelli e la salita e’ sopportabile nonostante il mio forte mal di testa (che il duduk ha solo peggiorato).

Ci dirigiamo verso il lago di Sevan e il suo omonimo monastero. Prima, pero’, ho bisogno di mangiare. Il nome Gosh mi ha ricordato l’agnello nei menu dei ristoranti indiani e devo proprio mangiare. Ci fermiamo su un ristorante vista lago. Siamo fortunati. C’e’ una festa, la gente balla una musica tamarra dalle sonorità orientali dove spicca, onnipresente, il suono infernale del duduk. Posso dirlo, il duduk ha rotto il cazzo. *in realtà mi piace molto il duduk e l’Armenia e’ patria di grandi musicisti, ma siamo stati sfortunati con la scelta musicale dei posti visitati.

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Qui ho una dura lezione sulle percezioni. Varie persone si sono lanciate in balli sfrenati tra cui un enorme panzone che, a dispetto del fisico poco aggraziato, balla molto bene. Varie persone riprendono la scena con il telefonino. Capisco che ormai il telefonino e’ parte integrante del paesaggio moderno. Non disturba, si potrebbe quasi dire che e’ parte dell’habitat. Un po’ come le jeep dei turisti in safari fanno ormai parte del paesaggio del Serengeti. Gli animali sono abituati alla loro presenza. Una leonessa, all’epoca, utilizzo’ la nostra come scudo per attaccare la gazzella a sorpresa.

Ecco, i telefonini, sono parte dell’habitat, sono accettati, leciti, innocui. La macchina fotografica con zoom da paparazzo evidentemente no. Dopo aver ripreso la scena dei balli, soddisfatto dell’esito, mi avvio a mangiare gli spiedini di agnello che la vista del precedente monastero avevano evocato, quando tre armeni incazzatissimi vengono verso di me. Indicano la macchina fotografica e gridano frasi incomprensibili in Armeno.  Uno di loro mi strappa la macchina di mano, e mi invita a seguirlo nella stanza. Si aggiungono altri due armeni, altrettanto incazzati e altrettanto incomprensibili. Vogliono vedere e cancellare le foto. Provo a rassicurarli in inglese: “I will delete them”. Non capiscono e mi trascinano, brandendo la macchina come una clava, in un’altra zona del ristorante. Uno di loro cerca di cancellare le foto, ma non sa usare la macchina. Faccio per avvicinarmi in modo da spiegargli come si fa ma uno di loro, il più’ invasato, un vecchietto dal volto scavato, le spalle piccole e gli occhi azzurri, mi apostrofa con parole in Armeno che non capisco ma che hanno lo stesso effetto del suono del duduk.

Siccome loro mi si rivolgono tranquillamente in Armeno, io rispondo in napoletano, che ho ancora caldo: “guaglio’, facite  chello che vulite ma stateve accuort’, che l’aggio pavat’assaje sto obiettivo” “chianu chianu, mo’ te faccio avvere’ je comme se cancella”. A questo punto l’armeno dal volto scavato e le spalle piccole, avendomi sentito parlare qualcosa di diverso dall’inglese, crede di aver individuato la mia provenienza: “Irani”? – “No, Italia”. Dobbiamo stargli simpatici, perché a quel punto si tranquillizzano, finiscono di cancellare le foto e vanno a sedersi. Provo, nell’ormai lingua franca e a gesti a chiedere “ma pecche’ chill’ ponn’ fa’ ‘e video cu l’aifonno e je nun pozzo fa’ na foto?”, ma e’ tutto inutile. Non fa parte dell’habitat.

Visitato il monastero, riprendiamo il tragitto verso Yerevan, dove arriviamo con comodo alle sei del pomeriggio. Dopo una cena in un ottimo ristorante Armeno, andiamo a letto presto, stanchi dai chilometri accumulati. Domani visita a Yerevan e dintorni. Poi si punta verso il paese che il mio volto e la mia lingua evidentemente evocano, l’Iran.

Cronaca del Viaggio esterno. Day 6. Da Tbilisi a Tbilisi (ogni tanto ci fermiamo pure noi). Chiese, Shashlik e bar del centro.

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Sono in una cella del commissariato di Tbilisi. Accanto a me un armeno completamente tatuato e un omaccione russo che, a differenza del loquace armeno non proferisce verbo, ma continua a sputacchiare per terra. Francesco non so dove sia, devo averlo perso nella confusione della rissa. Ma come ci sono finito? Facciamo un passo indietro.

Me lo aveva detto Shota in albergo:  – divertiti, ma qualsiasi cosa succeda, non sfidare, e soprattutto, non battere un georgiano a Kachasvili, il loro gioco da tavolo/azzardo preferito, che si gioca tirando due dadi, uno dei quali e’ visibile, mentre l’altro viene nascosto da una specie di ciotolina di legno incavato e decorato. Prima di sollevare la ciotola che nasconde il secondo dado bisogna esclamare “Lootah” e sbattere il pugno sul tavolo.

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Ok, non e’ vero. Nessuna rissa, nessuna cella e soprattutto nessun gioco da tavolo Georgiano farlocco. Semplicemente la prima giornata tranquilla, finalmente.

Visitiamo Tbilisi che e’ davvero bella, soprattutto quando le mura, la vecchia fortezza e le chiese sono illuminate di notte.

La notte il centro e’ vivissimo, animato da musica, svariati bar all’aperto e su terrazzi sui tetti dei palazzi. Tra le curiosita’ segnalo un “German bar” che pero’ stava suonando musica francese e un negozio di montature di occhiali in legno personalizzate.

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I Georgiani sono molto cordiali e simpatici e la città e’ visitata da molti turisti, quindi e’ facile comunicare in inglese quasi con tutti.

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Di giorno il caldo e’ soffocante e, purtroppo, dal fiume Mtkvari, le cui acque non sono esattamente limpide, arriva un terribile tanfo.

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Ma la sera ripaga delle sofferenze della mattina con la vitalità e le luci romantiche del centro storico. Beviamo una “Argo”, birra locale (che ci ricorda che a breve saremo a Teheran) in un locale dove suonano jazz.

Poi andiamo al “Lolita” per cena, un locale “cool” di Tbilisi con cucina a vista e un bel giardino con i tavolini.

Per arrivarci prendiamo la metropolitana, le cui stazioni, immagino opera dei sovietici, caratterizzate dalla classica architettura comunista, spiccano per la lunghissima discesa agli inferi che bisogna fare per arrivare ai binari (ad occhio quasi un chilometro di scale mobili, non oso pensare in salita se si rompono).

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Tbilisi e’ stata una piacevole sorpresa, città dalla bella energia dove torneremo senz’altro con più calma.

Adesso e’ il turno dei vicini armeni. Andiamo ad Erevan e se la frontiera ci sarà favorevole (ma quando mai lo e’ stata) visiteremo qualche monastero nel cammino.

Foto in miniatura cliccabili.

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Cronaca del viaggio esterno. Day 5. Trabzon-Tbilisi. Suspense alla frontiera, mucche e khachapuri

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Salutata Alif, partiamo da Trabzon diretti in Georgia. La strada da Trabzon a Sarpi, citta’ che segna l’inizio della Georgia, costeggia il Mar Nero attraversando una miriade di città’ l’una uguale all’altra, purtroppo caratterizzate da palazzoni anni cinquanta che stuprano una costa che per rilievo e varietà sarebbe pure molto bella.

Ripenso alla canzone di ieri sera, Karadeniz Karadeniz, quella dedicata al mar nero. Credo di aver capito cosa dicesse: “O mare nero, mare nero, mare nero, tu eri chiaro e trasparente come me“. Francesco mi guarda malissimo.

Arriviamo al confine con la Georgia. Superiamo una fila di camion di due chilometri, sulla corsia riservata alle auto. Incredibilmente non c’e’ nessuno e siamo gia’ alla frontiera. Anzi no. Un poliziotto, con un fischio, ci indica di andare su una strada a sinistra, dove c’e’ una lunga coda: la fila delle macchine e dei bus.

Ci mettiamo in fila, ad occhio, dovrebbe volerci un’oretta e mezza. Ne approfittiamo per la prima riparazione alla Gengis Khar: va sostituita una lampadina del faro davanti e ne approfittiamo per un controllo a olio e acqua.

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Ci mettiamo quindi a intrattenere (o meglio molestare) le persone in fila suonando chitarra e fisarmonica. Propongo un “Georgia on My Mind“, di buon auspicio. Francesco non mi guarda male, ma prende anche lui a suonarla.

Un signore Georgiano, incuriosito dalla nostra macchina variopinta, indicando vari punti sulla mappa incollata sul cofano, in Russo, ci fa molte domande sul viaggio. Gli chiediamo: quanto durerà l’attesa? una, due ore?

– четыре часа, quattro ore, ci dice.

Ci intratteniamo continuando a suonare e coinvolgendo due turchi che provano a parlarci in turco e ai quali siamo solo in grado di ripetere Italiya’dan Mogolistan’a gidiyoruz. Andiamo dall’Italia alla Mongolia. Forza, andiamo di fretta, fateci passare maledetti poliziotti di frontiera!

C’e’ una spiaggia proprio sul posto di confine. Si approfitta per scendere a fare un bagno (anche se per farlo bisogna avventurarsi su una scala arrugginita con molti gradini sfondati e un terribile tanfo di sterco e urina).

Finalmente siamo alla frontiera. Il poliziotto turco dice a Francesco di scendere. I passeggeri devono fare una fila a parte. Esco dalla frontiera turca senza problemi e mi avvicino a quella georgiana.

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Un attimo prima del controllo passaporti, un poliziotto dal tipico volto caucasico e dallo sguardo torvo ispeziona le vetture in coda. Blaterando qualcosa in georgiano apre il portellone del furgone e inizia a guardare dentro. A un certo punto fa una specie di “wow”. Qualche oggetto deve aver attirato la sua attenzione. Poi, pero’, per fortuna se ne va.

Stavolta, per una volta, sono riuscito ad evitare di essere fermato per l’ispezione. Anzi no.

Il poliziotto torna con un collega che mi dice:

-Контроль, може? Controllo, si può?

– Конечно (certo) dico io.

E ancora una volta accosto la macchina nell’hangar dei controlli. Attendo che un poliziotto dal volto meno caucasico ma dallo sguardo ancora più torvo finisca di controllare altre macchine e poi e’ il turno della mia. Il poliziotto non parla ne’ russo ne’ inglese. Ispeziona la macchina finche’ non si sofferma su un oggetto in particolare. Lo palpeggia, lo gira, e rigira e si volta verso di me come per dire: spiegami che ci fa questo qui.

E’ il parrucchino di Donald Trump. Comincia ad alzare la voce e a chiedere spiegazioni, che non gli so dare, non nella sua lingua. Faccio: “Joke, шутка”. Ma non credo di averlo convinto. Mi dice, con fare minaccioso, di seguirlo in un gabbiotto dove c’e’ un altro poliziotto. L’altro poliziotto parla inglese. Mi chiede il perché del parrucchino. Riprovo con a joke, you know, for funny pictures, ma la sua espressione rimane corrucciata.

A un certo punto ho un lampo. Esclamo: Donald Trump!

Tutti e due i poliziotti, anche quello che parla solo georgiano, scoppiano in una risata ed esclamano in coro: Donald Trump. Iniziano a mettersi il parrucchino e a ridere. Poi mi lasciano andare. Dopo altre ottantadue domande del poliziotto al controllo passaporti sono in Georgia.

All’uscita centinaia di macchine si ammassano disordinate nell’attesa dei passeggeri che stanno ultimando il controllo. Ma dov’e’ Francesco?

Lo cerco in giro, ma lo vedo arrivare solo dopo dieci minuti. Mi racconta che il poliziotto non credeva fosse italiano ed aveva deciso che fosse turco e lo ha tempestato di domande. Non so se abbiamo il volto da turchi, ma sicuramente lo abbiamo da sospetti.

Abbiamo perso sei ore e quindi non potremo fermarci a fare nemmeno una foto decente (che spiega le poche foto in questo post, prese tutte dalla macchina in corsa), ma dovremo correre spediti per arrivare, tanto per cambiare, a Tbilisi a mezzanotte.

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Entriamo a Batumi, rinomata località balneare, che e’ un gran caos e decidiamo di non fermarci a comprare una scheda dati Georgiana, ma di uscire subito da quell’inferno.

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Appena usciti da Batumi, ci si inerpica su una splendida collina dalla vegetazione rigogliosa che ricorda l’Africa. Senza dati non abbiamo il navigatore, se non uno posticcio, che sta per mandarci in Abkhazia. Riprendiamo le vecchie mappe cartacee e da Poti svoltiamo ad est, verso l’interno, verso Tbilisi.

Non ci sono vere autostrade (se non gli ultimi 120 km) ma strade rurali in cui ci vogliono gran riflessi perché i Georgiani guidano con gran disprezzo per la vita umana (la seconda parte di notte, poi…). Ad aggiungere coefficiente di difficolta’ sono le mucche, che ogni tanto attraversano la strada

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Il paesaggio e’ costellato di mercatini che vendono pane, pesce, miele, frutta e varie ed eventuali.

Dopo aver mangiato un ottimo Khachapuri, pane con formaggio locale, sulla strada arriviamo nottetempo a Tbilisi. Tbilisi di notte e’ splendida, specialmente negli stretti vicoli della parte vecchia, nella parte alta della città, dai quali si vedono splendide mura, chiese e forti illuminati. L’albergo e’ in cima a una collina e la povera Gengis non ce la fa ad arrivarci.

Vado a piedi all’ostello e chiedo aiuto al ragazzo della reception che si siede affianco a Francesco. Io mi posiziono nel vano di dietro tra la fisarmonica e la chitarra e, dopo varie buche con conseguente testata sul tetto, finalmente arriviamo all’ostello e al meritato riposo. Prima di dormire, riferendosi alla colazione del giorno dopo, Francesco canta “Breakfast at Tbilisi” sull’aria di breakfast at Tiffany’s. I miei occhi non fanno a tempo a guardarlo male. Sto gia’ dormendo.

Cronaca del Viaggio Esterno. Day 4. Da Izmit a Trabzon. Niente imprevisti. Leggendaria ospitalità turca

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Partiamo da Izmit in mattinata per percorrere i 1000 km circa che ci separano da Izmit a Trabzon, antica colonia greca da noi nota con il nome di Trebisonda (continuo ad andare su wikipedia con la VPN).

Fino a Samsun la strada e’ semi deserta e il paesaggio poco interessante, tranne un tratto in cui le rocce assumono forme lunari e bizzarre. Ma non c’e’ tempo di fermarsi a fare qualche foto come si deve. Abbiamo 12 ore davanti a noi e, siccome non c’e’ stato un giorno senza imprevisti, ne mettiamo in conto 16.

Passati vicino Ankara, canticchio “Ankara, Ankara, perché io da quella sera, non ho fatto più l’amore senza te”. Francesco mi guarda male.

Ci si ferma solo a una stazione di servizio che diventa il nostro set fotografico per necessita’ più’ che per scelta.

 

Da Samsun a Trabzon si incomincia a intravedere il mare. Mancano solo duecento e rotti chilometri.

Il problema e’ che la strada passa per città dopo città, ognuna con il suo limite di velocità (molte con un bizzarrissimo limite di 82 km/h).

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Divertendoci a beccare gli 82 precisi (attento, stai andando ad 83), arriviamo nottetempo a Trabzon, esausti.

Francesco parcheggia la macchina vicino all’ostello di Trabzon e io scendo a chiedere se ci sono stanze libere.

La signora mi chiede: siete in bici?

Io: no

Signora: moto?

Io: no

Signora: Macchina?

Io: si

Signora: Mongolia?

Io: Si

La signora, Elif è il suo nome, esplode  di gioia come se fosse venuta a trovarla un vecchio amico e ci chiede di mostrarle la macchina. Poi decide di non farci pagare la stanza. Inizia una contrattazione al contrario, in cui chiediamo di farci pagare qualcosa, almeno la colazione. Ma mi e’ gia’ successo con i turchi: quando hanno deciso di omaggiarti non c’e’ modo.

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Ringraziamo Elif e, mangiato un Iskender kebab, ascoltiamo un po’ di musica dal vivo in uno dei pochi locali che servono alcol. Il cantante canta solo canzoni turche. Credo sia solo una mia impressione, ma quando canta canzoni dal suono occidentalizzante riceve meno favori del pubblico. Quando si lancia in pezzi dal suono neomelodico e in assoli di canto “a fronna ‘e limone”, come lo chiamiamo a Napoli, si crea una straordinaria alchimia e l’intero locale canta in coro. L’apoteosi si raggiunge quando canta un pezzo il cui ritornello inizia con Karadeniz Karadeniz (Mar Nero, Mar Nero), che immagino sia la hit tradizionale locale.

Al risveglio Elif ci fa trovare una buona colazione (anche se mi inquieta un attimo mentre mi porta il caffè e sussurra ripetutamente – credo almeno sei volte – man mano che si avvicina “Turkish coffee, Turkish coffee, Turkish coffee”) e ci augura buon viaggio. La colazione mi serve, data la nottata tempestata da incubi che credevo di aver lasciato a Milano (non erano arrivati finora, devono aver trovato anche loro traffico alla frontiera).

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Oggi Georgia. Oggi si inizia a vedere paesi nuovi (almeno per me). Domani si rallenta e da domani si può iniziare con i progetti video lasciati in sospeso. Ma la camminata e’ lunga: 6 ore di macchina, un’ora di fuso, e una stramaledetta frontiera. Poi Tbilisi. Poi riposo. Finalmente

 

Cronaca del viaggio esterno. Day 3. Sofia-Izmit. Code infinite, pioggia e dogane turche. Italyan, Rum Casusu Çikti

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Si avete letto bene: Izmit, non Izmir. Come ci siamo arrivati? Facciamo un passo indietro.

Partiamo da Sofia alle prime ore del mattino. Siamo contenti della scelta che abbiamo fatto: andare alla frontiera la mattina, ma soprattutto andarci di lunedì ed evitare, cosi’, le temibili orde turche del week-end.

L’autostrada da Sofia a Svilengrad scorre libera, a stento si vede una macchina e quelle poche che si vedono hanno inevitabilmente targa tedesca e certamente sono gli ultimi ritardatari dell’orda.

Arrivati all’ultimo avamposto bulgaro di confine, Kapitan Andreevo vediamo la Turchia davanti a noi e la Grecia alla nostra destra. Soprattutto, pero’, vediamo qualcosa che non ci piace. A quanto pare l’orda turca non fa distinzione tra giorni della settimana, come gli gnu che migrano nel Serengeti. Davanti a noi 4 chilometri di coda.

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Potrebbe andare peggio, potrebbe piovere. Detto fatto, inizia a piovere. Smettera’ solo dopo due ore e ce ne resteranno altre quattro di attesa.

Fiumi di macchine che avanzano con la velocità dei cantieri a Piazza Municipio. Qualche camionista, più abituato a queste attese, estrae una specie di mensola dal fondo del camion e inizia a preparare da mangiare e del te’.

Gente passeggia nervosamente per ingannare il tempo.

Dopo cinque ore di paziente attesa arriviamo alla frontiera. Prima il controllo dei bulgari. Poi un’ altra ora di attesa, tanto per gradire, nella terra di nessuno. Enorme e’ il sollievo quando il poliziotto di frontiera turco ci mette il timbro di entrata nel passaporto. Ma il sospiro di sollievo ci rimane strozzato quando al secondo gabbiotto di controllo indovina chi scelgono per un’ispezione approfondita?

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Il poliziotto ci invita ad andare al Hangar 3 per il controllo. Un altro poliziotto ci fa aprire il furgoncino, pigramente si affaccia all’interno e richiude il portellone. Possiamo andare, penso. Il poliziotto, pero’, mi guarda e mi chiede di dargli libretto e assicurazione. Glieli do. Li guarda e poi dice “park the car somewhere, then come back and find me“. Parcheggiamo la macchina in uno spazio appena liberatosi affianco ad una macchina completamente accartocciata e visibilmente appoggiata li’ da giorni in attesa di capire il suo destino.

Torniamo e troviamo il poliziotto come ci aveva chiesto. “Follow me”, diceLo seguiamo fino a un gabbiotto all’interno del quale due poliziotte e due poliziotti  impastano scartoffie. Una folla si accalca disordinatamente davanti agli sportelli del gabbiotto. La maggior parte, ci sembra di capire, devono fare l’assicurazione per poter entrare nel territorio.

Il nostro poliziotto dice al poliziotto nel gabbiotto qualcosa che inizia con  Italiyan. Credo di aver sentito “Italyan, Rum Casusu Çikti” (citazione musicale di alto livello). Poi si gira verso di noi e dice: “When you finish, find me“. Nemmeno il tempo di chiedere “Finish what?” che e’ gia’ scomparso a controllare altre macchine.

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Ok, ha spiegato all’altro poliziotto cosa dobbiamo fare: un attimo che finiscono quelli davanti a noi e ci siamo. O quasi. Appena arriva il nostro turno, il poliziotto si alza e se ne va. Arriva un’altra poliziotta che ha il pregio di essere molto carina, ma il difetto di non aver sentito la spiegazione (Italyan, Rum Casusu Çikti) data all’altro poliziotto. Mi chiede qualcosa in turco (ho indubbiamente l’aspetto di un turco), credo mi abbia chiesto se devo fare l’assicurazione. In inglese gli dico di no.

Lei mi chiede: e allora che devi fare?

Io: e che ne so, lo sa il tuo collega, ma se ne e’ andato. Poi ci provo: ehm, Italyan, Rum Casusu Çikti?

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Lei: Ok, aspettate qui. E chiama un’ altro poliziotto. Il quale dopo averci pensato su un attimo ci dice, indovina un po’, aspettate qui. E scompare. Per fortuna torna il poliziotto che sapeva del Casusu Çikti, che blocchiamo immediatamente.

Ci chiede: Where are you going?

Francesco: Mongolia

Lui: Where?

Francesco, sorridendo: Mongolia

La faccia sua, ma soprattutto della poliziotta e’ sbigottita, come se Francesco avesse detto “Luke I am your father“.

Ci mette un timbro sul passaporto. Troviamo l’altro poliziotto: “oh, you found me, now you can go“, manco fosse un vecchio maestro spirituale dei film orientali.

E cosi’ entriamo finalmente in Turchia e alla nostra destra, in lontananza, vediamo una splendida moschea di Edirne, costruita da Sinan. Li’ mi viene il dubbio: Ma Edirne non era Adrianopoli? Fammi vedere su wikipedia, va. Non mi apre la pagina di wikipedia. Deve essere la nuova scheda dati turca, forse non funziona un granché. Invece no, va benissimo su internet. Semplicemente il buon Erdogan ha pensato bene che wikipedia gli stava sul culo e la ha resa inaccessibile in Turchia.

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L’autostrada scorre libera fino alle porte di Istanbul. Li’, prevedibilmente troviamo una lunga coda. La lunga coda e’ talmente prevedibile che c’e’ gente che vende acqua, cibo e bevande in mezzo alla strada (qualcuno lo fa mentre parla al cellulare).

Ma stavolta l’attesa non e’ lunga e snervante come alla frontiera. Un’oretta appena e, finalmente, lasciamo l’Europa per l’Asia attraversando un ponte sul Bosforo. La luce non e’ perfetta (ha gia’ tramontato ma non si sono ancora accese le luci della notte), ma la vista e’ comunque spettacolare.

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Sembra chiaro, ormai, che raggiungere Samson come da programmi e’ utopia. E’ arrivata la notte e bisogna fermarsi in qualche città’ di strada verso Trabzon, che sarà la prossima meta. Logisticamente, la più’ comoda e’ Izmit, antica Nicodemia, fondata da Nicodemo II, re della Bitinia (sono andato su wikipedia con una VPN, tie’).

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Ci aspettano ora dodici ore fino a Trabzon, ma poi finalmente sarà Georgia e finalmente la prima pausa.

Cronaca del Viaggio Esterno – Day 2 Belgrado-Sofia. Traffico, Pioggia, ancora Turchi e Ricordi Cinematografici

Appena partiti da Belgrado capiamo perché’ non faremo a tempo ad arrivare a Istanbul come avevamo previsto. Tutte le macchine attorno a noi hanno targhe tedesche, belghe olandesi. La grande migrazione turca estiva. Eppure molto tempo fa erano migrati in senso inverso…Lungo la strada e’ pieno di cartelli, ristoranti e hotel turchi. A quanto pare questo percorso e’ un vero e proprio business.

Attraversiamo Nis, e mi torna in mente Zona Zamfirova, un film ambientato in quelle zone che ho visto molto tempo fa. Canticchio “Zdravo Zivo Zona, sta ti radis doma”.

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Neanche il tempo di canticchiare, che inizia una pioggia battente e incessante, che ci accompagnerà fino a Sofia, impedendomi, come previsto, di suonare la fisarmonica in fila alla frontiera per intrattenere le macchine in fila e ingannare l’attesa. Fa freddo ed ecco che il maglione (altro consiglio di mamma) fa comodo.

Prima di arrivarci, pero’, subito dopo Nis, in direzione di Bela Palanka, attraversiamo una strettissima e spettacolare gola, da film western. La fretta di continuare il cammino visto il ritardo accumulato, mi impedisce di fotografarla. Il paesaggio mi ricorda, invece, un film Bulgaro, ambientato nei vicini Rodopi, Vreme Razdelno, e immagino davanti a me il volto del terribile Giannizzero che ne e’ protagonista.

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Il tempo per arrivare alla frontiera si allunga ulteriormente, perché la tratta Nis-Sofia del corridoio X e’ completata solo in parte. E meno male, se no ci saremmo persi la splendida gola.

4 ore di attesa alla frontiera, alcune passate a suonare la fisarmonica nel retro del furgone, fino a un attimo prima della dogana, finche’ Francesco non mi richiama dicendo: “esci da la dietro con quello strumento dal suono infernale, se no credono che trasporto clandestini“. Siamo in Bulgaria.

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E ci rimaniamo, abbiamo deciso. Non ha senso farsi altre 5 ore di frontiera giu’ a Kapitan Andreevo.

Meglio attendere il lunedì, sperando che il week-end porti via l’orda turca, e partire con i favori dell’alba, cercando di recuperare il tempo perduto nei prossimi due giorni.

Entriamo a Sofia. Canticchio “mira Sofia..”. Francesco mi guarda storto..

Ne approfittiamo per incontrare qualche amico: Elia, Alex e famiglia, che gentilissimamente come sempre ci ospitano.

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Resta il tempo di fare un giretto in uno dei miei bar preferiti, costruito in un vecchio granaio, conserva internamente la struttura del granaio stesso, e’ completamente illuminato solo da candele (bagno compreso), ed e’ frequentato da artisti e bohémien di vario genere. E stasera anche da noi.

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