Cronaca del viaggio esterno. Day 21. Da Jalalabad a Bishkek. Laghi, Yurte e Ruscelli.

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Salutiamo i simpatici turisti israeliani a cui ho fatto da interprete la sera prima in albergo. Uno di loro gestisce un agriturismo che mi ha invitato a visitare e Israele e’ nella lista delle mie prossime destinazioni. Le loro idee politiche erano apparse chiare quando una di loro aveva detto, leggendo il telefonino, qualcosa in ebraico, la cui unica parola comprensibile era Neytanyhau . Scatta un boato. E la notizia della sua iscrizione tra gli indagati per corruzione. Ci mettiamo in marcia verso la capitale, Bishkek.

Il portiere dell’albergo (a quanto pare di proprietà italiana) ci ha detto che a seconda di quanto corriamo ci potranno volere tra le otto e le dodici ore. Ne calcoliamo dieci e partiamo verso le otto per evitare di arrivare di notte. Anche qui le strade non sembrano in ottime condizioni e preferiamo guidare con la luce del sole.

Dopo una cinquantina di chilometri di altra Toscana orientale, si imbocca la strada che porta sulle montagne. E sono montagne molto imponenti, la parte finale dell’Himalaya anche se, nella zona in cui passeremo noi, non superano i 4800. Per cercare picchi oltre i 7000 bisogna andare verso il sud-est del paese che, purtroppo, non abbiamo tempo di visitare.

Ma il paesaggio che si presenta davanti non fa rimpiangere la mancata deviazione. Superato uno strettissimo canyon, la strada inizia a costeggiare un fiume dall’acqua di un forte colore turchese. Cioè, almeno secondo me turchese, per l’esatta definizione delle sfumature cromatiche ci servirebbe una consulenza femminile.

MI distraggo a guardare il fiume e a pensare come fotografarlo e se chiedere subito il cambio alla guida a Francesco. Avendo come al solito i minuti contati, le foto dovranno essere fatte dalla macchina in movimento, perdendo ahimè tantissimo. Una sola foto verra’ fatta da fermo. Eccola.

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C’e’ un motivo: nel distrarmi a guardare il fiume non ho tenuto d’occhio il limite di velocità all’ingresso di un centro abitato. Immancabile in questi paesi la polizia appostata dietro una curva, che ci appioppa una multa (per fortuna ragionevole rispetto al suo collega Turkmeno). Fermo per fermo, scatto la foto e si riparte.

Salendo sulla montagna a un certo punto si attraversa un tunnel. Chiudo un occhio prima di entrare per farlo abituare alla minore quantità di luce e lo riapro una volta entrato. Serve a poco. Il tunnel non e’ per niente illuminato, nemmeno catarifrangenti. E’ talmente scuro che nemmeno con gli abbaglianti si riesce a vedere qualcosa. Rallento fino ad andare quasi a passo d’uomo. Faccio bene. Di fronte a me una a destra e una a sinistra. Due sagome. Incrocio da ambo i lati due bambini che, ciascuno a cavalcioni del suo asino, stanno follemente attraversando il tunnel in senso contrario.

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Si sale fino a 3150 metri, poi si riaccende a 2500 circa dove ci troviamo di fronte un paesaggio meraviglioso, che non rende abbastanza in foto, specialmente, con foto scattate mentre la macchina sfreccia. Da entrambi i lati, immensi pascoli, yurte, cavalli e, sullo sfondo, cime innevate.

Lo spettacolo va avanti per diversi chilometri e non ci stanchiamo di guardarlo. La temperatura intanto e’ scesa a tre gradi, un bel salto dai 48 dell’Iran e de Turkmenistan.

Poi c’e’ da salire un altro passo, che si inerpica fino a quasi 4000 metri con una vista mozzafiato sulla valle/altopiano.

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In mezzo un’altro tunnel, strettissimo e scuro quasi quanto il primo. Ma molto più lungo. Nell’attraversarlo si prova una sensazione di soffocamento e grande e’ il sollievo quando si intravede la famosa “luce in fondo al tunnel”.

In tutto il percorso incrociamo cimiteri che in Kirghizistan (poi scopriremo anche in Kazakhstan) sono composti da tombe racchiuse in delle specie di gabbie di ferro. Ci divertiamo a pensare ipotesi serie e meno serie su questa particolare struttura: per esempio, magari, un tempo i morti si seppellivano non necessariamente raggruppati in un cimitero, ma all’aperto nella natura e la gabbia serviva a “proteggere”  la tomba da uomini e animali. Contro la teoria il fatto che le abbiamo viste, appunto, tutte vicine in cimiteri. Altra teoria: vista l’alta frequenza di enormi sassi sulla strada, le frane sembrano essere piuttosto frequenti. La gabbia potrebbe essere un’altra forma di protezione della tomba, considerando anche l’inverno e i suoi due metri di neve.

La teoria che troviamo più plausibile pero’ e’ che le gabbie non siano per proteggere i morti, ma per proteggere i vivi nel caso in cui i defunti diventino zombie e cerchino di uscire dalla tomba, per intrappolarli.

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Anche a causa del forte traffico all’ingresso e della presenza di “ostacoli sulla carreggiata”, arriviamo a Bishkek tardino, quasi verso le nove. Ma ne e’ valsa la pena. Abbiamo visto i paesaggi più belli del viaggio. E lo spettacolo sul passo e’ tra i più belli che ho mai visto. Considerata anche la gentilezza dei locali il Kirghizistan e’ senz’altro un paese da visitare di nuovo con maggiore calma.

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Lo lasciamo con dispiacere per dirigerci verso il più pianeggiante paesaggio del Kazakhstan orientale. Prima, pero’, un a tappa ad Almaty, la vecchia capitale del paese, per un po’ di riposo. Ma questo e’ gia’ materiale per il prossimo post.

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Cronaca del Viaggio esterno. Day 20. Da Tashkent a Jalalabad. Ancora frontiere, paesaggi rurali e Kirghizi curiosi

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Vi chiederete. Come siamo finiti seduti a un tavolo con Putin, un rigattiere e un radioamatore? Tutto e’ legato al mercato nero della benzina in Uzbekistan. Ma andiamo con ordine. Ok, falsa anche questa. Un’altra giornata in cui non e’ successo nulla di particolarmente rilevante.

Intanto segnalo l’evidente ritardo nell’aggiornamento dei post che stavolta non e’ dato da difficolta’ ad accesso ad internet, ma piuttosto da stanchezza che inizia a farsi sentire. Le strade sono sempre più accidentate e si arriva alla sera distrutti.

Partiamo, indovinate un po’, di mattina presto in direzione della frontiera tra Uzbekistan e Kirghizistan. Le relazioni tra i due paesi non sono idilliache anche a causa dei tremendi scontri etnici avvenuti ad Osh nel 2010, che causarono la morte di diverse persone. Ed e’ proprio ad Osh che siamo diretti e, se la frontiera ci sarà amica, oltre Osh per cercare di recuperare un po’ del tempo perduto.

Proprio a causa di questa inimicizia (oltre che della loro innata paranoia) nella valle di Fergana ogni 50 km circa ci sono dei posti di blocco nei quali, se sei straniero, devi fermare la macchina ed entrare in una caserma a registrarti. La registrazione consiste nel fornire passaporto e proprie generalità ad un poliziotto che le segna su un quadernone a quadretti di quelli che si usavano alle elementari negli anni ottanta.

Entriamo dunque nella valle di Fergana. L’ingresso e’ effettivamente molto scenico, con un bacino idroelettrico incastonato tra le montagne.

La valle in se’, pero’, delude un po’ le nostre aspettative. E’ molto piatta e il paesaggio e’ un po’ ripetitivo. Inoltre la foschia agostana impedisce di vedere le montagne che la circondano (che sono molto distanti dato che la valle e’ immensa). Confidiamo in paesaggi più belli dal lato Kirghizo. Il Kirghizistan, paese prevalentemente montuoso, e’ considerato una specie di svizzera del centro Asia.

Arriviamo alla frontiera verso le tre del pomeriggio, consapevoli che ci vorrà un po’ di tempo come al solito e che, in più, perderemo un’ora a causa del fuso. Per uscire dall’Uzbekistan ci vogliono due ore e mezza (per uscire, cacchio). Nell’ordine: scan della macchina (individuano il drone, peraltro ancora non utilizzato, lo conserviamo per la Mongolia e, presi due dei miei pacchetti di sigarette iraniane mi dicono: hai dichiarato di non avere nessun drone, vero? – Certo); firma di dichiarazioni doganali a casaccio; consegna delle ricevute di tutti gli alberghi dove abbiamo dormito in Uzbekistan (chiedono pure quello) e inutile lentezza nel confrontare il nostro faccione con quello sul passaporto. Il tutto condito da difficolta’ linguistiche di comunicazione.

Ma finalmente siamo in Kirghizistan.

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Ci prepariamo ad altre inutili paranoie dei bizzarri personaggi di frontiera anche se, almeno qui, non e’ necessario il visto.

Con nostra grande sorpresa, ci troviamo di fronte un poliziotto gentilissimo che, in un ottimo inglese, ci spiega tutto quello che dobbiamo fare, ci segue passo passo, ci aiuta con una dichiarazione ai fini doganali che ci permetterà di risparmiare tempo nei prossimi due paesi e ci da persino indicazioni stradali su come arrivare a destinazione.

Il lato Kirghizo della valle di Fergana e’ molto più bello di quello Uzbeko. Un paesaggio rurale che ricorda la Toscana.

Una Toscana orientale: i volti qui sono molto più asiatici e il fatto di avere la Cina a 150 chilometri ci fa capire quanto abbiamo camminato.

Attraversiamo Osh, città caotica e nota per la saggezza dei suoi abitanti, capaci di concentrare utili consigli di vita in brevi massime: le famose Frasi di Osh. Francesco non mi guarda male perché la aveva pensata pure lui.

I Kirghizi, gentilissimi sono molto incuriositi dalla nostra presenza, ma ancor di più dalla nostra lingua che deve apparire loro come qualcosa di molto strano ed esotico. Per almeno tre volte ci viene chiesto: ma che lingua state parlando?

Da li arriviamo a Jalalabad (non quella famosa in Afghanistan) dove un gentilissimo receptionist dell’albergo ci offre un te’ e un benvenuto in questo paese che, dalle prime impressioni, sembra essere molto bello. Vedremo domani quando proveremo ad attraversarlo da sud a nord per raggiungere Bishkek, la capitale.

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Cronaca del viaggio esterno. Day 19. Da Bukhara a Tashkent (via Samarcanda). Via della Seta, mercato nero e camerieri affetti da OCD

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Dopo una breve passeggiata per Bukhara che e’ davvero un gioiello, partiamo in direzione della capitale, Tashkent. In mezzo faremo tappa a Samarcanda, che merita almeno una fugace visita.

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La strada da Bukhara a Samarcanda e’ un delirio di buchi da scansare, seconda solo alla strada in Turkmenistan che conduceva a Darvaza.

Una controllata all’olio e una al liquido del motore, tutto a posto, si può’ andare. Quasi tutto a posto, ci manca un po’ di benzina (diesel, pardon, dopo l’esperienza iraniana chi se lo scorda). Beh, basta ricordarci sulla strada di fermarci a una pompa di benzina prima che il livello sia troppo basso. Meglio farlo presto, perché abbiamo letto nei forum che solo una benzina su cinque ha il diesel.

Le brutte sorprese, pero’, sono a ogni angolo in questo viaggio, in questa odissea ormai. A quanto pare i forum non sono troppo aggiornati. Qui ormai tutte le macchine vanno a gas. Alla nostra destra e alla nostra sinistra un desolante panorama di pompe di benzina in disuso e ogni tanto qualcuna introdotta da un cartello “Metan” o “Propan”.

Dopo vari tentativi infruttuosi e 200 chilometri ci rendiamo conto che trovarne uno effettivamente funzionante e’ praticamente impossibile. Per fortuna nel forum abbiamo letto anche dell’esistenza di un mercato nero della benzina (anche lei dura da trovare) e del diesel.

Non abbiamo, pero’, idea di come fare a trovare chi vende questo fantomatico diesel. Fermiamo varie persone che vendono sigarette, frutta, acqua, ai bordi della strada e chiediamo a un paio di meccanici. Apparentemente, pero’, non e’ la strada giusta. Tutti ci dicono: non lo so, non la vendo. Provate da un’altra parte. Senza indicarci, pero’, dove e’ quest’altra parte.

Ora faccio una parentesi. Spesso i cognomi, in quasi tutto il mondo, indicano la provenienza o il mestiere di qualcuno degli antenati. I vari -son in Inghilterra, -sson -sen nei paesi scandinavi, -oglu in Turchia, etc. indicano che un antenato era figlio di X (in Islanda non indicano gli antenati ma ancora proprio il padre). Oppure possono essere mestieri, mi vengono in mente i classici cognomi Zapatero, o Schumacher, che devono aver avuto antenati che facevano scarpe.

Ecco, interrogandomi sulle origini del cognome di Francesco, Falco, ho pensato a varie possibilità che includevano questi possibili antenati: un falconiere, un poliziotto in borghese ma facilmente riconoscibile che girava in motocicletta, un cantante Austriaco autore di improbabili canzoni relative a commissari, etc.

Poi ho ricordato, pero’, che alcuni cognomi descrivono qualità fisiche o morali dell’antenato. Ecco. Falco deve essere legato a qualche antenato dall’occhio di falco, che gli ha trasmesso i geni.

Non si sa come, mentre sfrecciamo a 90 all’ora (su quel fondo, credetemi, e’ sfrecciare), intravede un tipo inserire benzina con una tanica in una macchina. Inchiodiamo. Marcia indietro. La cosa incredibile e’ che riesce a vederlo mentre mi sta guardando male perché canticchio Uzbek, Uzbek to where you once belonged.

– Dove l’hai comprata?

Tir park, a tre km da qui. In effetti, dopo tre chilometri circa, sulla destra, troviamo un parcheggio per tir. Esce un ragazzino e gli chiediamo. Diesel? No, non ne abbiamo.

– Sicuro?

– Se vuoi chiedi.

Vogliamo. E facciamo bene. Il parcheggio gestito da un arabo, che parla russo con caratteristico accento medio-orientale. Gli diciamo:

– abbiamo poco diesel e dobbiamo arrivare fino a Osh, in Kirghizistan. Qui in Uzbekistan il diesel non si trova. Ci puoi aiutare?

– Posso. Quanto vi serve?

– Tre taniche da 20 litri.

– Ve ne posso dare una.

Accettiamo, naturalmente, al prezzo di 120.000 som (che sono un gran mazzo di soldi visto che per qualche motivo in Uzbekistan non si trovano banconote da più di 5000 som che al cambio non ufficiale, e più favorevole, sono poco piu’ di mezzo dollaro).

Ci possono, forse, bastare per arrivare fino a Tashkent, ma certo non fino a Osh. Bisognerà trovarne altri.

Ma per fortuna, dove la tecnologia non aiuta (google maps ovviamente non segnala i mercati neri), ci pensa l’occhio bionico di Francesco, che individua un altro parcheggio di Tir, seminascosto, dove riusciamo a riempire le altre due taniche.

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Il successo di questa missione e’ molto importante, perché ci permette di visitare anche il Kirghizistan e non tagliare diretti dal Kazakhstan. Ho la sensazione che perderlo sarebbe un gran peccato.

Possiamo dirigerci quindi verso Tashkent. Mentre canticchio “ma nun me lassa’, nun me da stu turment’, tuorna a Tashkent'”. Non so se Francesco mi guarda male perché il mio sguardo è concentrato ad evitare i fossi della terribile strada.

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Arriviamo a Tashkent senza problemi e con un gran sollievo per aver trovato il prezioso carburante.

Tashkent, come molte delle città che abbiamo visto, risente, almeno nell’urbanistica, dell’influenza sovietica con i suoi infiniti vialoni e i palazzi monumentali. Sembra anche essere abitata da molti più russi che le precedenti città. Di fatto il russo e’ la lingua che sentiamo parlare di più per la strada e le televisioni nei locali trasmettono quasi tutte canali russi.

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Dopo aver trovato due locali tradizionali Uzbeki chiusi, decidiamo di accontentarci di un fast food locale e prendere un Hamburger. Tanto per cambiare in questo viaggio, stanno girando una fiction o una pubblicità (il giorno dopo troviamo un altro set nel parco di fronte all’albergo).

Ma non e’ il set a colpirci. Ci appassiona di più la compulsione del cameriere. Gli hamburger sono enormi ed e’ impossibile mangiarli senza macchiarsi le mani e consumare quantità industriali di tovaglioli. A ogni singolo tovagliolo che macchiamo viene a raccoglierlo. Ci divertiamo ad alternarci. Uno lo macchio io, l’altro lo macchia Francesco. Ogni venti secondi, zaff…, eccolo che sostituisce il tovagliolo. Stanchi come siamo ci divertiamo con poco. Ma la ricreazione e finita. Domani, tanto per cambiare, sveglia presto e ci si dirige in Kirghizistan attraversando quella che e’ descritta come la “meravigliosa valle di Fergana”. Non vediamo l’ora.

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Cronaca del viaggio esterno. Day 18. Da Turkmenabad a Bukhara. Gli Uzbeki e la privacy, oasi e Rosy Bindi.

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Ok, oggi inizia di nuovo cosi’: ci svegliamo di mattina presto per dirigerci alla frontiera. Lasceremo l’avventuroso Turkmenistan e i suoi deserti per dirigerci verso le più fertili valli dell’Uzbekistan. L’Uzbekistan, al centro della via della seta e’ patria di città meravigliose che evocano suggestioni esotiche: Khiva, Bukhara, Samarcanda. Al centro del regno del grande Tamerlano, ha vissuto un’epoca di splendore, le cui vestigia sono ancora ben conservate.

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Ma prima c’e’ una frontiera. La fonte principe di aneddoti del viaggio. Essendo coinvolto il Turkmenistan calcoliamo sulle cinque ore, per fortuna senza cambio di fuso. Siccome andiamo verso est ogni cambio di fuso e’ un’ora persa.

Arriviamo comodamente alla frontiera del Turkmenistan e ci prepariamo alla loro estenuante burocrazia. Non ci delude: un’altra pila di formulari tutti scritti a mano e di tasse a casaccio per pagare. Most, dice il militare. Deve essere la tassa per l’uso del ponte. Non sappiamo se il ponte sull’Amu Darya di una trentina di chilometri prima o il ponticello di dieci metri per entrare alla frontiera.

Le pratiche si svolgono senza particolari problemi, tranne un poliziotto che, nel controllare la macchina trova la civetta che Francesco ha messo come mascotte e si convince che i suoi occhi sono due telecamere. Inizia a palpeggiarla per buoni cinque minuti, finche’ non la prendo e la sbatto per terra: visto, non e’ una telecamera, non si e’ rotta.

Finalmente salutiamo il Turkmenistan. Nonostante le bizzarrie governative, la gente e’ stata molto cordiale, contenta e curiosa di vedere dei turisti, merce rara da queste parti. E ci ha donato alcuni momenti molto avventurosi nel deserto.

Finalmente si entra in Uzbekistan. I primi controlli sono veloci e semplici. Impossibile pareggiare il Turkmenistan quanto a paranoia. Qui ce la dovremmo cavare presto.

E invece no. Avrei dovuto sospettare qualcosa quando l’addetto ai timbri, come era successo in Turkmenistan, ci ha misurato la febbre.

Poco dopo due poliziotti sovrappeso ci chiedono l’uno di portare tutti i bagagli dalla macchina e passarli sotto a un metal detector, l’altro di consegnarli i telefonini.

Inizia dal mio. Controlla tutte le foto. E dico tutte, 1650 tra foto e video controllate ad una ad una. Una cosa piuttosto fastidiosa francamente. Un’intrusione nella mia vita che non dovrebbe avere il diritto di fare in un paese civile.

Mi diverto un po’ anche io. In qualsiasi foto in cui sono con un’amica dico: “la mia ragazza”. Alla quindicesima, ride e capisce che sto scherzando. Nel frattempo aveva fatto anche una sua personale classifica, che non vi diro’. In maniera un po’ paracula diro’ semplicemente che la più bella sa di esserlo.

Nel frattempo si perde altro tempo perché contemporaneamente i due pingui poliziotti stanno controllando due ciclisti iraniani, che intendono andare in Thailandia in bicicletta. Hanno trovato una polverina nera che, gli iraniani spiegano, e’ un’erba naturale iraniana utile per far sport e che aiuta a dimagrire. Va sciolta nell’acqua e crea delle specie di bollicine. Il sapore e’ tutto meno che buono, ma i ciclisti, simpatici e amichevoli come tutti gli iraniani incontrati in questo viaggio, assicurano che fa molto bene.

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Il poliziotto non e’ convinto. Continua a chiedere se e’ un narcotico. Dopo mezz’ora, usandomi come interprete (gli iraniani parlano inglese), si convince. Mi fa chiedere: e quanta al giorno ne dovrei bere per perdere quanti chili? L’iraniano mi dice di dire: aiuta a perdere, non fa perdere, per quello ti presterei la bicicletta, ma mi serve.

L’iraniano mi fa vedere la bandierina dietro alla sua bici: dice “live more, worry less”. Gli dico: spiegalo a sti ossessionati qua.

E sono proprio ossessionati. Nel controllare tra le foto di Francesco, trovano qualche foto contenente nudità, dei meme con delle battute, di quelli che si mandano su WhatsApp. Una ritrae, con un fotomontaggio, Rosy Bindi nuda. Si prova a spiegare che sono scherzi, anche traducendo di volta in volta cosa dice il meme. A loro non fa ridere. O meglio, un paio gli fanno pure ridere, ma devono fingere di no. Portano Francesco in una stanza separata per ulteriori controlli e domande. Alla fine decidono solo di cancellare le foto e, dopo quattro ore di ridicoli e paranoici controlli entriamo in Uzbekistan.

Andiamo a Bukhara, il cui centro storico e’ perfettamente conservato (anche se ogni tanto, a dire il vero, all’improvviso spuntano vie e case completamente sfasciate, che stridono con la magia del vecchio centro, per la quale parlano le foto.

Ritorna anche internet senza (troppe) censure. Bukhara e’ una città molto turistica e, con i turisti vengono i servizi a cui il turista occidentale e’ abituato.

Dopo la traversata nel deserto, Bukara con le sue madrasse e i suoi antichi palazzi, ci appare come una specie di oasi. Chissà, forse anche le carovane che attraversavano la via della seta la vedevano un po’ cosi’.

Domani ci dirigiamo verso la capitale, Tashkent dalla quale, se ci saranno le condizioni, punteremo ad Osh, in Kirghizistan, attraversando la splendida valle di Fergana. Altrimenti ci toccherà tagliare per il Kazakhstan.

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Cronaca del viaggio esterno. Day 17. Da Darvaza a Turkmenabat. Cammelli, Cattedrali nel Deserto, Manat.

 

IMG_0109Di solito il post inizia con “partiamo di mattina presto in direzione di”… Ma lo avevo promesso, devo spendere due parole sulla notte a Darvaza.

Dal cratere torniamo in moto al posto dove abbiamo parcheggiato la macchina. Stavolta pero’ si evita di sfrecciare a duecento all’ora sulle dune senza casco perché segnalo gentilmente allo spericolato centauro che non abbiamo una particolare fretta. Tanto più che ormai e’ notte e la visibilità non e’ ottimale (anche se, sono sicuro, per loro questo non sarebbe un buon motivo per rallentare).

E’ scuro ma non troppo, la mezzaluna (idonea in questi paesi) illumina sufficientemente da permettere di riconoscere le sagome nell’oscurità e, ahimè, purtroppo da permettere la visione di un cielo stellato ma non troppo, con la via lattea ben visibile ma ancora non abbastanza da essere chiamata corso lattea (a parte qualche stella cadente ogni tanto che il desiderio non lo esprimo tanto sto cacchio di scudetto non lo vinciamo lo stesso). Temo che per quello dovremo aspettare la Mongolia. Se ci arriviamo.

Tornati alla Gengis ci accorgiamo che i materassini pubblicizzati come “si gonfiano in 80 secondi” in due ore (letteralmente) di palestra alternativa non sono ancora completamente gonfi. Decidiamo di farne a meno e di dormire sul non troppo comodo fondo di Gengis. Prima beviamo una birra Turkmena (buona), portata da uno dei ragazzi, che dopo 5 giorni di astinenza forzata da alcool ha un bel sapore.

Notiamo che i centauri, sei o sette, che portano i turisti al cratere hanno deciso di accamparsi per fare da guardia alle macchine degli altri team del rally (che si sono accampati vicino al cratere, noi abbiamo deciso di evitare per le esalazioni).

Uno di loro ha molta voglia di chiacchierare.

Mi si avvicina facendo: che c’e’?

Io: niente, tutto a posto

Lui, di nuovo: che c’e’?

Io: davvero, niente, tutto a posto, altri dieci minuti (ottimista) e finiamo di gonfiare il materasso.

Lui, insiste: Che c’e’ indicando di avvicinarmi a un tappeto sul quale sono tutti seduti.

Inizia a sbattere le mani sul tappeto. Che c’e’?

Poi, in russo: Keçe, cosi’ chiamiamo da noi questo tappeto.

Mi offre del pane. Poi, sfrecciando in motocicletta, arriva un suo amico che mi offre di cenare con loro. Il pasto e’ un qualcosa di imprecisato a base di pollo, ma e’ buono. Si mangia tutti con le mani e con il pane dallo stesso recipiente.

Gli offro delle sigarette, qui molto apprezzate (costano quanto in Italia, ma il reddito pro-capite e’ ben più basso di quello italiano). In due giorni di Turkmenistan se ne sono andati 3 pacchetti in doni.

Mi tiene a parlare un’ora. Per qualche motivo sono convinti che il clima dell’Italia sia all’incirca simile a quello dell’Islanda. Certo rispetto ai loro 50 gradi all’ombra ci può stare.

Segue una notte quasi insonne. Un po’ per il fondo sconnesso. Un po’ per il caldo. Molto perché i ragazzi continuano a sfrecciare con le motociclette nel paesaggio arido circostante (sembra una specie di Mad Max).

Tempo di rimetterci in marcia verso Ashgabat, la meravigliosa capitiate Turkmena, monumentale e per niente pacchiana per volontà dei grandi leader. Partiamo di mattina prestissimo.

Una carcassa nel deserto ci ricorda che il clima qui non scherza e che il territorio e’ inospitale.

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Poi i soliti cammelli che attraversano la strada allegramente.

Poi all’improvviso, sabbia sulla mia corsia. Cerco di attraversare nell’altra, ma stupidamente rallento temendo che stiano arrivando altre macchine. Un errore stupido e fatale. Ci incagliamo nella sabbia. Iniziamo a scavare e a mettere pietre a arbusti sotto alla ruota, ma niente. Le ruote scivolano sulla sabbia e la macchina non parte.

 

Fermiamo due Turkmeni che, gentilissimi, ci aiutano a scavare e a farla partire. Niente. Ci dicono, nel salvifico russo, di aspettare, che torneranno con una vanga.

Quando tornano si sono fermati anche i danesi incontrati la sera prima. Tra la vanga e le spinte dell’ormai folto gruppo di eroi, Gengis si libera dalle sabbie mobili e bacia l’asfalto, caldo e amico.

Possiamo ripartire verso Ashkhabad. Qui quasi tutte le città finiscono per Abad. Ashkhabad, Turkmenabad, Castellabad. Francesco mi guarda male.

Ashkhabad si staglia meravigliosa e per niente pacchiana con i suoi imponenti edifici di marmo. Il leader ha saggiamente ritenuto di renderla una capitale da far invidia a Parigi, trascurando inezie come il fondo stradale.

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La periferia e’ composta da file infinite di casette tutte uguali con il tetto verde e il piccolo giardino. Certo molto meglio del degrado di molte periferie altrove.

Le foto del grande leader sono presenti dappertutto. E’ giusto, va ringraziato.

 

Altra caratteristica che avevamo notato sin dalla frontiera con l’Iran. Le donne Turkmene. Si riconoscono dai begli abiti tradizionali variopinti che praticamente tutte (tranne un paio a Turkmenabad) indossano.

 

Cambiato qualche dollaro in Manat al Grand Hotel Turkmen, ci dirigiamo verso Turkmenabad, su una strada dal fondo come sempre (in)peccabile.

A cento chilometri circa da Ashkhabad, pero’, una macchina bianca ci invita ad accostarci. E’ un poliziotto che, rivolgendosi a noi solo in Turkmeno, ci fa capire che, con una spericolata manovra, Francesco avrebbe tagliato la strada ad un’altra macchina.

A me sembra strano visto che sulla strada c’eravamo solo noi. Ma l’assenza di altre macchine deve essere un chiaro miraggio del deserto. Posso mai dubitare dell’integrita’ di un poliziotto scelto dal grande leader in persona?

Il poliziotto ci dice che dobbiamo andare a Kaka’ (vi giuro, si chiama davvero cosi’ il paese più vicino) a pagare la multa in una banca. Ci sequestra patente e foglio di ingresso, senza il quale non si può lasciare il paese.  Dice che, in alternativa, possiamo dare l’esorbitante somma a lui e si recherà in persona al posto nostro a pagare la multa. Non resistiamo alla tentazione di mandarlo a Kaka’ e dopo una piccola contrattazione con uno sconto, ahimè, piuttosto lieve e qualche sigaretta di conguaglio, ci lascia andare.

Lo salutiamo con un augurio nella mia lingua: “omm ‘e merda, l’e a spennere ‘e medicine” che, per eventuali Turkmeni che stessero leggendo il blog, non per finalità di controllo, ma per genuino interesse, significa “o uomo giusto, ti auguriamo tanta salute”.

Arriviamo in serata a Turkmenbad, anch’essa caratterizzata da imponenti edifici di marmo e scegliamo un albergo che sembra essere migliore degli altri. Al ristorante il servizio e’ piuttosto lento. Certamente non per pigrizia del personale, ma solo per permetterci di guardare per bene un documentario sulla seconda guerra mondiale su un canale russo senza essere distratti dal cibo. Al momento di pagare la stanza, estraiamo i nostri Manat. Il portiere pero’ esclama austero: No, i Manat sono solo per Turkmeni, voi dovete pagare in dollari. Ci chiediamo che li abbiamo cambiati a fare, ma e’ tardi, meglio andare a dormire. Domani ci aspetta un’altra frontiera e poi, come le descrive la Lonely planet, le fertili valli dell’Uzbekistan. Sicuramente fertili perché i sovietici hanno dovuto deviare il corso dell’Amu Darya e prosciugare il lago di Aral per farlo, ma mi dilungo. A domani (tardi) per il Day 18.

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Cronaca del viaggio esterno. Day 16 Da Quchan a Darvaza.

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Riposati in qualche modo in un albergo le cui stanze sono state lavate l’ultima volta quando il paese si chiamava ancora Persia, partiamo alle sette del mattino per essere presto a Benjiran, o Belgirate come la chiamo per ricordarne più facilmente il nome. Osservate i soliti murales di giovani con scritte in persiano (crediamo martiri della rivoluzione o qualcosa di simile), spesso accompagnati da disegni raffiguranti immancabili Ayatollah, controlliamo olio e liquidi e accendiamo il motore.

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Il cammino attraversa di nuovo montagne spettacolari, passi a 2500 metri e splendide valli verdi.

Arriviamo a Benjiran alle 8.30, in perfetta tabella di marcia per passare il confine Turkmeno (ci hanno detto di prevedere almeno 6 ore) ed entrare a Howat, da un passo di montagna che ci consentirà un’ottima vista di Ashgabat, la capitale, dall’alto. La frontiera non sembra affollata. Oltre a noi solo un gruppo di otto ciclisti europei (poi scopriamo essere composto da due spagnoli, una svedese, quattro olandesi e un intruso di Aruba con cui discuto del papiamento, la loro adorabile lingua creola). Il gentilissimo poliziotto iraniano ci dice di accostare la macchina e di abbassare il finestrino.

Si avvicina indicando “quattro” con le dita. Quattro cosa, proviamo a chiedere?

La frontiera, e’ chiusa per quattro giorni.

  • Perche’, chiediamo noi?
  • Chiedetelo ai Turkmeni, noi siamo aperti.

Come promesso, parlerò’, in questi post scritti dal Turkmenistan, in termini equi e giusti del paese, elogiandolo come merita sia il paese che il suo supremo e saggio leader. Faro’ cosi’ almeno fin quando non avrò’ lasciato il Turkmenistan. Sicuramente, la polizia di Howat ha degli ottimi motivi, dettati dal magnifico presidente Gurbanguly Berdimuhammedow, successore  dell’ancor più grande Sapamurat Nyazov detto Turkmenbasy, padre di tutti i Turkmeni, valoroso popolo senza pari al mondo.

Disperiamo. Altri quattro giorni in Iran sarebbero una disdetta per il nostro programma di viaggio. Proviamo a ragionare su una soluzione alternativa: la frontiera a Dargaz e’ aperta?

  • Si, e’ aperta, risponde il poliziotto Iraniano.

Siamo costretti a una deviazione di 120 km circa, inerpicandoci tra montagne ancora più alte per un ritardo di circa due ore sulla tabella di marcia.

Soprattutto non sappiamo se la nostra lettera di invito per il visto, predisposta per il passaggio a Benjiran sarà valida anche a Dargaz. Noi dovevamo entrare a Dargaz. E questi sono parano…., e questi nutrono giuste preoccupazioni per la sicurezza per difendere il loro magnifico, ineguagliabile paese.

Dopo due ore di serpentine arriviamo a Dargaz. In uscita svolgiamo i controlli piuttosto velocemente. Con noi un motociclista tedesco, somigliate a Sting in un modo inquietante, anche lui diretto in Mongolia.

Un attimo prima di uscire, pero’, c’e’ un ultimo controllo, le cui finalità imprecisate, che sembra riguardare i documenti della macchina, dove rimaniamo bloccati mezz’ora.

Un poliziotto rimesta scartoffie, mentre l’altro fa varie domande al tedesco e poi a me. La peculiarità dell’interrogatorio e’ che il poliziotto non parla inglese e utilizza una specie di google translator sul telefonino per fare le domande. Lui parla in persiano e il programma ripete la frase nella lingua del destinatario.

Tocca prima al tedesco. Il telefonino, in tedesco, gli chiede “da che paese vieni?”. Facile, l’ho capito anche io.

  • Deutschland, risponde Sting. In tedesco, e’ spontaneo, visto che risponde al telefonino che gli ha parlato in tedesco.

La seconda domanda non la capisco e, a giudicare dal volto di Sting, nemmeno lui. Il poliziotto prova a rifarla, riformulando. Sting capisce e, una volta che l’altro poliziotto finisce di mescolare scartoffie come un mazzo di carte napoletane, e’ libero di andare.

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E’ il mio turno.

Il poliziotto dice qualcosa in persiano: il telefono mi domanda: da che paese vieni?

Io: Italia (anche io in italiano, e’ proprio spontaneo).

Gia’ immagino che le prossime domande saranno “si, ma quanti siete?, un fiorino.

Invece no: la seconda domanda e’ “lei e’ sempre in viaggio?”

– Non sempre, di solito lavoro, rispondo in inglese, come se capisse quello che dico.

Non era questo che voleva domandarmi. Riformula la domanda in modo più chiaro e capisco che mi voleva domandare se e’ la prima volta che vado in Turkmenistan. Ovviamente si.

Prima di lasciarmi andare, chiede al telefonino un’ultima cosa in persiano. Il telefonino mi domanda: “trasporta pece nera?”

Rispondo deciso “no!”. Non so cosa voglia sapere, ma di solito la risposta alle domande che iniziano con “trasporta” e’ no.

Mentre me ne vado, da’ uno sguardo alla maglia del Napoli che indosso e, sorprendentemente, mi dice: Italia? Napoli?

Io: Si, Italia, Napoli.

Lui: Hamsik, Mertens, Maradona… Higuain merda!

Io: Bravo, Higuain merda!

Rivolgendosi a Francesco, invece: Francesco, Francesco Totti? (Totti risulta conosciuto in ogni angolo che abbiamo attraversato).

Lascio l’Iran più contento. Eccoci nel meraviglioso e saggiamente governato Turkmenistan.

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Due poliziotti all’ingresso ci stringono la mano (tutti i turkmeni, alla prima interazione con te ti stringono la mano, e’ quasi un tic nervoso) e poi ci chiedono il passaporto. Non vedono il visto: chiaro quello lo dobbiamo fare alla frontiera tramite la lettera di invito. Gliene facciamo vedere una copia. Dopo un minuto di attesa, ci guarda e..

Italia? Silvio Berlusconi. Welcome to Turkmenistan.

Arrivati alla frontiera, alla nostra destra una lunga fila di camion, immancabilmente turchi, alla sinistra il casermone, dove svetta l’immagine del saggio presidente. Francesco si reca presso il casermone per il controllo documenti, io cerco di capire che devo, parlando con un ragazzino, probabilimente militare di leva (qui la leva e’ di due anni). Il ragazzino, pero’, continua a ripetere frasi in Turkmeno che non capisco e ad aggiungere “scan”. Capisco che devo far passare la macchina per l’Hangar per uno scan, immagino per controllarne il contenuto. Ma non capisco dove e’. Ci provo in Inglese “where”, in simil-russo “kuda’”, persino in similturco “nereye”. Nulla.

All’improvviso vengo circondato da almeno 15 ragazzini in divisa militare (che in turkmenistan e’ una divisa mimetica con un cappello da scout dell’orso yoghi) e due o tre militari più anziani, incuriositi dalla macchina variopinta. Sanno del rally, ma di solito, tutti i team passano dalla frontiera che oggi era chiusa e per loro e’ raro vedere stranieri (a parte camionisti turchi) e la nostra visita e’ un momento di allegria. La scena si ripetera’ in tutto il Turkmenistan, paese poco avvezzo ai turisti. Uno di loro associa l’Italia a “tre metri sopra il cielo”, lo hai visto il film? Preferivo quasi Berlusconi.

Fanno domande sull’Italia, vogliono vedere foto e poi dicono: no scan, peron 1 (vai nella prima corsia). Dopo un’approfondito, quanto giusto e dovuto (la sicurezza del Turkmenistan prima di tutto) controllo del furgoncino mi chiedono, con un sorriso se trasporto kalashnikov, granate o altre armi. Mi chiedo come mai non mi abbiano chiesto anche dell’atomica. Un poliziotto più anziano, molto simpatico, prende in carico la mia missione di attraversare la frontiera e mi dice: qualsiasi problema, vieni da me e ti aiuto. Poi mi appioppa un GPS, un aggeggio enorme da attaccare la macchina per consentire di tracciare il nostro percorso.

Che carini, cosi’ ci possono aiutare se ci perdiamo. Sicuramente non ce lo chiedono per verificare se rispettiamo l’itinerario che abbiamo dichiarato (e che ci chiedono tre volte di confermare. Il Turkmenistan e’ grande vogliono essere sicuri che sappiamo la strada).

La faccio breve. I controlli durano in totale 5 ore e mille fogli di carta firmati. Ogni volta che sto per uscire un altro poliziotto mi ferma per chiedere se sono andato a un altro sportello a mettere un altro timbro. Ogni documento viene compilato rigorosamente a mano. I Turkmen sono famosi nel mondo per la loro calligrafia e sarebbe un peccato usare un computer. E’ giusto cosi’, e’ importante proteggere la sicurezza dei confini. Alla fine si esce, ed un poliziotto mi saluta con un “Forza Napoli” (la maglietta ha fatto colpo). Lo ringrazio ed entriamo finalmente nel paese.

Non riusciamo a trovare un cambio-valuta. Il poliziotto ci indica un signore in una macchina bianca, ma non ha abbastanza Manat da darci.

E’ gia’ tardi e dobbiamo metterci in viaggio verso Darvaza, un luogo bizzarro e suggestivo: un cratere in cui i sovietici stavano svolgendo ricerche per estrazione di gas negli anni settanta quando c’e’ stata una fuga potenzialmente catastrofica. Per contenerla hanno bruciato il cratere, che continua ad ardere da allora.

Ci e’ stato detto che la strada per arrivarci si inoltra in mezzo alle dune del deserto per una decina di chilometri, troppo per Gengis. Va trovato qualcuno che ci porti fino al cratere. E non siamo sicuri di trovarli qualora dovessimo arrivare troppo tardi. Quindi cerchiamo di arrivare prima del tramonto.

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Il cratere e’ nel mezzo dell’aridissimo deserto di Karakum. Fa talmente caldo, persino nel tardo pomeriggio, che l’aria condizionata e’ inutile. Ogni tanto qualche cammello spezza la monotonia del paesaggio (pur meraviglioso, come tutti i paesaggi turkmeni).

 

Arriviamo in tempo, nonostante uno slalom tra i profondissimi crateri che decorano il fondo stradale per circa cento chilometri (sicuramente inseriti di proposito dall’ineffabile leader per non permettere agli autisti cali di concentrazione e colpi di sonno causati dalla strada dritta e ordinata).

Ci sono tre team del Mongol rally: due inglesi e un danese. Loro hanno appena chiuso la contrattazione per farsi portare al cratere in macchina. L’unica macchina e’ presa. A noi non resta che la motocicletta (di quelle degli anni 50 in uso qui). L’esperienza e’ da brividi. I due motociclisti sfrecciano sulle dune di sabbia sollevando un polverone e riuscendo miracolosamente a tenere le moto in piedi. Vedere dalla propria moto il polverone delle altre due moto che, alla mia destra, volano come bolidi verso il cratere, e’ una scena da film di Indiana Jones.

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Dopo i brividi dati dall’insensata corsa tra le dune, quelli dati dalla vista del cratere. E’ uno spettacolo e merita il nome di “bocca dell’inferno” che gli e’ stato attribuito. Sembra il forno di Mordor del signore degli anelli. Ci butto dentro l’anello che volevo regalare alla mia ex. Non e’ vero, ma ci sta :). Il cratere emana un intenso odore di gas e ogni tanto arriva una forte vampata di caldo portata dal vento.

I due motociclisti ci riaccompagnano alla Gengis, dove ci toccherà’ dormire sotto le stelle. Siamo in mezzo al deserto, intorno non c’e’ proprio nulla. Il Turkmenistan e’ un paese prevalentemente desertico (il deserto di Karakum, che significa, sabbie nere, occupa due terzi del territorio) ed e’ scarsamente popolato a parte nelle sue grandi città.

Ma ho gia’ scritto abbastanza per oggi. Il racconto della nottata su Gengis lo lascio al Day 17: da Darvaza a (forse) Turkmenabad.

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Cronaca del viaggio esterno. Day 15. Teheran – Quchan. Deserti, Iraniani austriaci e hotel diroccati.

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Causa gran fretta il post di oggi e’ molto breve, solo per dare un aggiornamento.
Partiamo da Teheran verso Quchan, a ottanta km dalla frontiera con il Turkmenistan.
Il percorso attraversa uno splendido deserto e la temperatura raggiunge anche i 48 gradi, come noto quando esco dalla macchina per fare due foto ai cammelli.
Successivamente, vira verso l’interno e acquisisce un po’ di vegetazione, restando spettacolare.
Proprio in questa zona interna a un certo punto notiamo un riflesso chiaro, come una luce accecante, sorvolare la nostra macchina. Ci chiediamo di cosa si tratti ma proseguiamo senza dare troppa importanza alla cosa.
Arrivati a Quchan ci accorgiamo che, dopo l’amputazione e la lavanda gastrica, ha perso un altro pezzo.
Arrivati a Quchan conosciamo un simpatico Iraniano che parla tedesco avendo sposato un’iraniano-austriaca per corrispondenza e vissuto per 3 anni in Austria. Poi deve aver deciso che o l’Austria o la moglie (propendiamo per la seconda) non facessero per lui.
Domani si prova a entrare nel Turkmenistan. Per due giorni probabilmente non avremo internet e il blog subira’ dei ritardi.
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Ah, un’ altra cosa . Per evitare eventuali problemi, pareri’ del Turkmenistan in termini un po’ più elogiativi della verità, che pubblicherò dopo nell’atteso post “proibito”.
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Cronaca del viaggio interno – Day 1 – Alfabeti

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Seduto nel ristorante con Tigran, a Yerevan, mi diverto a farmi insegnare parole in armeno. L’impresa non e’ semplicissima. Le parole sono lunghissime e, apparentemente, non assomigliano a nulla di minimamente familiare. Tranne a un certo punto, quando Tigran ci insegna i numeri. Conta da uno a dieci. –  Ripeti il nove, gli dico.
-Iny, mi dice.
– Ennea, greco, gli dico.
In effetti l’armeno, lingua indoeuropea, appartenente a un ramo a parte, trova (ma molto alla lontana) quale suo parente più stretto il greco antico e proprio il nove viene portato come uno degli esempi.
Altre curiosità linguistiche, mi succedono in Iran, dove tra mille parole assolutamente incomprensibili, ne compaiono alcune familiari: dushman, nemico, che i rumeni avevano preso dai turchi loro nemici e i turchi dai persiani, a loro volta loro nemici. O maimun, scimmia, usato in tutti i balcani, anch’esso transitato dalla persia tramite la turchia.
Le cose si complicano quando chiedo  a Tigran o a Gonchar come scrivere queste parole.
L’alfabeto. In questo viaggio abbiamo attraversato diversi alfabeti. Familiari (quello latino in Slovenia, Croazia e Turchia), meno familiari ma parzialmente comprensibili anche a un Italiano che non li conosce (cirillico in Serbia e Bulgaria) e totalmente incomprensibili (Georgia, Armenia, Iran).
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L’alfabeto e’ una frontiera. Le frontiere mi provocano smarrimento. Sguardi fissi di persone in divisa che a volte (spesso in questo viaggio) parlano lingue che non comprendo, domande, controlli. Anche se non ho niente da nascondere, parrucchini a parte, quando mi avvicino alla frontiera, mi sento smarrito.
La frontiera e’ anche il primo pezzo di terra che mi separa da un nuovo paese, il velo che mi separa da un mondo sconosciuto. E appena entrato, lo guardo per la prima volta, ma mi manca tanto per conoscerlo.
Un nuovo alfabeto, completamente diverso da quelli che conosco mi provoca allo stesso modo smarrimento. Non sono in grado di individuare parole o suoni familiari, come mi e’ successo con Tigran o Gonchar. Non ho più alcun controllo. Di fronte a un nuovo alfabeto mi sento smarrito. Eppure, se solo imparassi l’alfabeto inizierei a intravedere un nuovo mondo, come quando, attraversata la frontiera do il primo sguardo verso il nuovo paese.
Lo stesso smarrimento mi prende a volte con le persone. Ognuno di noi parla un proprio linguaggio e alcuni di noi, forse, lo criptiamo ulteriormente con un alfabeto tutto nostro. E’ lo smarrimento che avverto quando non decifro dei comportamenti, un linguaggio, o ancor peggio, quando non comprendo proprio l’alfabeto di una persona. E l’alfabeto e’ la frontiera, la prima cosa da imparare per potersi avvicinare al nuovo mondo. Non a caso, per indicare le prime cose, le più essenziali, da imparare, diciamo l’”ABC”.
Forse a volte, con le persone, sbaglio a comprenderne gia’ l’alfabeto, prima ancora che il linguaggio. Confondo una P cirillica, che indica una nostra R, con una nostra P; una loro C, che sta per S, con la nostra C. Leggo con il mio alfabeto, cose che sono scritte in un altro alfabeto. Applico i miei codici a quelli degli altri. E mi sento smarrito, come alla frontiera, come di fronte all’alfabeto armeno. Alla fine gli alfabeti sono una convenzione, possono essere cambiati, tanti stati lo hanno fatto nella storia, ma restano una frontiera. E non amando, come si e’ capito, le frontiere, mi affascina provare a comprenderli, e provare a capire le persone, per abbattere almeno qualcuna delle frontiere non fisiche. Ma a volte, come per quello arabo, entrambe le cose sono difficili.

Cronaca del Viaggio Esterno Day 14 Teheran- Abadan – Teheran

Anche a questo penso, a 100 chilometri da Teheran e 30 da Amadan, paese natale di Ahmadinejad, mentre spingiamo la macchina verso un benzinaio lontano un chilometro, a quaranta gradi nel deserto.
Un fottuto alfabeto potrebbe decretare la fine del nostro viaggio. Anzi, in quel momento sono convinto la abbia gia’ decretata. Partiti da Teheran, dopo 100 chilometri, in direzione Turkmenistan all’improvviso Francesco ed io esclamiamo in coro: “che cazzo e’ quella spia”? Stavolta non e’ ignoranza, pero’, ma stupore nel vedere una spia rossa, “stop”, lampeggiare e un bip provenire dal pannello. Fermiamo immediatamente la macchina. Diamo un’occhiata al motore, ma da inesperti meccanici ci sembra tutto in regola. Con un’unica eccezione. La macchina non si riaccende.
Abbiamo entrambi la stessa intuizione.
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Un’oretta prima, ci eravamo fermati a Teheran a fare il pieno di gasolio. Molte pompe di benzina qui riportano i nomi del tipo di carburante solo in Farsi, nel loro maledetto (in questo caso) alfabeto. Inoltre i colori non sono i nostri classici verde e nero, ma sono totalmente casuali. Chiediamo, almeno otto volte, al benzinaio: Diesel? Ci risponde sempre: Vale, vale. Non e’ di Siviglia. Da queste parti vuol dire si. Sospettiamo, pero’, che ci abbia messo la benzina. E che la stessa abbia distrutto il motore. Dobbiamo decidere il da Farsi (Francesco mi guarda male, come per dire: ma pure in questa situazione?). Visto lo sguardo, evito di dire “ci siamo persia”.
Spinta la macchina fino alla curva del benzinaio, ci fermiamo a prendere fiato. Per fortuna scorgiamo all’orizzonte una macchina della polizia. Iniziamo a sbracciare come un naufrago in un’isola deserta alla vista della nave. I poliziotti si fermano. Ovviamente parlano solo Farsi, ma a gesti, in qualche modo, riusciamo a farci capire.
Ci mandano un carro attrezzi, pare, almeno speriamo mentre attendiamo al caldo soffocante.
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Dopo quaranta minuti arriva il carro attrezzi dell’ACI (in questo caso Automobile Club Iran), che ci porta alla loro officina. Iniziano a svuotare il serbatoio e a controllare che sia tutto a posto. Nel mezzo, per far passare il tempo, un lungo concerto di fisarmonica e chitarra. Il tutto comunicando in romano, napoletano e farsi, intervallati dall’immancabile “Mister” e da vari “oh my God”, una delle parole inglesi a loro note.
Le uniche canzoni, tra quelle suonate, che fanno ponte tra le culture sono hotel california, la colonna sonora di desperado (la cancion del mariachi cantata da banderas) e la sigla di Tom e Jerry. Poi, pero’, scopriamo che si può suonare canzoni persiane e che posso provare a seguirli. Il gioco appare divertente, tanto che lo proseguiamo per un paio d’ore.
Ecco un video dell’improbabile duetto
In particolare ripetiamo ossessivamente una canzone che si chiama, Ki behtar az to, che scaricherò come colonna sonora assoluta del viaggio. Lo scrivo nel nostro di alfabeto perché il loro, per oggi, lo odio (oltre a non conoscerlo). I ragazzini si divertono con il kazoo e gliene regaliamo due, poi seguono palleggi con un loro pallone da calcio e varie danze.
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Dopo 10 ore la macchina riparte. Se siamo fortunati il motore non ha subito danni e possiamo provare a riprendere il percorso. Decidiamo, pero’, di tornare prima a Teheran per testare la macchina e di non avventurarci di notte verso il Turkmenistan. Prima, pero’, Amir, il più gioviale di loro, ci tiene a farmi salire su una moto scalcagnata, senza casco, per farmi vedere il villaggio di pochissime anime: “This, my house”. “This, city center”.
Torniamo indietro verso Teheran e provo anche io l’esperienza di guidare nel caos. Seguo i consigli di Francesco: qualunque cosa succeda, tu continua dritto per la tua strada, loro ti eviteranno. Li seguo alla lettera, tanto che a un certo punto mi dice: quella non e’ una corsia. Lo so. La macchina sembra rispondere bene. Paradossalmente, pero’, ci preoccupa il fatto che adesso non emette la mortifera nube di fumo a cui ci eravamo abituati. Ce la farà ad arrivare fino in Mongolia? Inshallah.

Cronaca del viaggio esterno. Day 13. Teheran. Ancora Meccanici Armeni, Palazzi reali e limonate

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La cronaca del viaggio oggi e’ piuttosto scarna perché la gran parte delle cose interessanti della giornata sono negli appunti per il primo post di “cronaca del viaggio proibito” che pubblicherò in seguito.

La giornata parte, ancora una volta, presto la mattina. Di certo non e’ una vacanza da grandi dormite. Appuntamento alle otto con Golnar, amica di amici di Francesco. Gentilissima ci aspetta alla fermata dell’autobus. Monta sul posto del passeggero e io vado sul retro, a prendermi la dose di testate che mi mancava dalla Georgia.

Da uno spiraglio osservo il traffico di Teheran. Confermo la mia impressione: come Napoli. Motorini con tre e più persone, molti in controsenso, molti sul marciapiedi. No, confermo la mia prima impressione: ben più caotico di Napoli.

Arriviamo da dei meccanici Armeni, che iniziano a smontare il catalizzatore. Ci mostrano il filtro. Completamente otturato. Ci dice, cosi non solo non arrivate in Mongolia, ma credo neppure fuori Teheran.

Non c’e’ alcuna possibilità che si possa pulire in autodiagnosi. Il dottore ci dice che ci sono solo due possibilità: aspettare che arrivi un pezzo di ricambio dalla Turchia, ci potrebbe volere una settimana, oppure “amputazione”. Svuotare tutto e attaccare un tubo vuoto. Inquineremo più dell’industria della Ruhr, ma almeno saremo in grado di partire. E nel frattempo potremo ordinare un pezzo di ricambio facendolo arrivare a Tashkent o in Mongolia.

Decidiamo di partire. Il meccanico ci offre una loro “bevanda al malto al gusto di limone”. Mi piace il fatto che non facciano come quelli che dicono “carbonara di soia”, non e’ una carbonara e’ basta. E questa non e’ una birra. E’ una bevanda al malto al gusto di limone. Ed e’ molto buona e fresca.

A un certo punto il meccanico ci chiede: Italia?

Noi – si.

Mafia.

Eccolo, finalmente, ancora non ci era capitato.

Poi tira fuori quella che appare essere una leggenda locale, di un tale Marcus, italiano, mafioso, che avrebbe avuto l’ordine di uccidere il loro capo, non mi e’ chiaro se Khomeini o Khamenei, ma che avrebbe avuto un rimorso di coscienza al momento di farlo non ritenendo giusto uccidere un uomo di fede. E’ la seconda storia curiosa che sento in questo viaggio dopo che in Armenia mi era stato raccontato che il terribile terremoto che aveva colpito il paese nel 1988 sarebbe stato opera dei Russi dato che il movimento sismico era ben diverso da quello dei terremoti normali.

Dopo aver perso mezza mattinata, Gengis ha perso il suo arto ed e’ pronta a proseguire il suo sempre più travagliato cammino verso la sua terra, la Mongolia.

 

Prima, pero’, un giro per Teheran. Città sempre più caotica ma allo stesso tempo affascinante. Ci rechiamo a visitare il palazzo Golestan, costruito dai safavidi e giunto fino ai Pahlavi, che pero’ lo utilizzavano solo per cerimonie speciali.

Quello che ci colpisce e’ che non e’ posto in bella evidenza come qualsiasi palazzo reale, ma e’ nascosto in mezzo a svariati palazzotti. Pare che a Reza Shah piacesse la modernita’ e, per questo, ha abbattuto parte del complesso costruendo palazzoni che ne coprono la vista.

Il palazzo pero’ e’ molto bello e l’interno e’ affascinante con il suo sfolgorante luccichio. Ci accompagna Golchar, sorella di Golnar, figli di Kmer, architetto e profonda conoscitrice della città. Torniamo presto in albergo. Domani 800 chilometri per raggiungere il misterioso e inaccessibile Turkmenistan che, siamo sicuri, dara’ anche tanto materiale per la cronaca del viaggio proibito.

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Cronaca del viaggio esterno. Day 12. Da Tabriz a Teheran. Ancora meccanici, caos e google translator

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Facciamo un’ultima camminata per Tabriz per cambiare degli altri dollari e provare ad acquistare una scheda dati iraniana. Non e’ che manchino le banche qui, anzi ce ne e’ praticamente una ogni cinquanta metri. Purtroppo, pero’ i circuiti internazionali come visa e mastercard qui non funzionano e se provassimo a prelevare, nel miglior caso otterremmo un rifiuto, nel peggiore vedremmo la nostra carta inghiottita dal bancomat.
Abbiamo anche difficolta’ a trovare un negozio dove acquistare una sim card dati iraniana. Il primo negozio in cui entriamo sostiene di vendere solo sim voce (anche se la presenza di vari modem in vendita ci fa pensare diversamente). Chiediamo a un negozio di elettronica, gestito da un vecchio signore dove possiamo trovare un negozio che le venda. Pur parlando a stento inglese, con la solita straordinaria gentilezza iraniana, ci suggerisce di provare all’ “office newspaper”.
Purtroppo, pero’, e’ mattina presto e l’office newspaper e’ ancora chiuso. Pensiamo di rinunziare a internet in Iran (anche perché come spiegherò in un prossimo post, la fruizione qui e’ piuttosto limitata).
 Per fortuna, pero’ , possiamo contare come al solito sulla leggendaria cortesia locale. Basta guardarsi smarriti per un paio di secondi ed ecco comparire, non si sa da dove, un signore che ci pone le solite due domande: “where are you from” e “how can I help you”. Spiegato il problema, ci conduce dal negozio degli azeri di cui al precedente post.
Risolto anche questo problema, partiamo in direzione Teheran. Siamo molto contenti, possiamo recuperare del tempo perduto: le strade qui sono in ottime condizioni anche se, un po’ come nel sud della Francia, i caselli per i pedaggi sono molto frequenti. E sono un’altra occasione per testare l’ospitalità locale. In un paio di loro, la scena si svolge più o meno cosi. Casellante: where are you  from? – Noi: Italy. Casellante: – go, no pay.
Lanciamo Gengis sulla’autostrada fino al limite di velocità consentito quando a un certo punto sentiamo un suono tipo: “shaft” dal motore. Succede appena accelero. Decidiamo di uscire al primo paese e accostare Gengis. Il motore sembra a posto. Ma si e’ accesa di nuovo quella dannata spia. Forse l’autodiagnosi non riesce a pulire sufficientemente il filtro. Pare proprio di si perché, mentre cedo il volante a Francesco e provo a riflettere (russando) per una trentina di minuti, la macchina perde potenza. Progressivamente. Decidiamo quindi di fermarci al primo meccanico sulla strada.
Il meccanico lo abbiamo individuato tramite il nostro sponsor: nientefare.com, interventi di tecnici poco qualificati 24/7.
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Un team di 6/7 persone grida cose incomprensibili in farsi. Tutti parlano contemporaneamente e tutti sono molto giovani. Mohammed, uno dei più giovani di loro parte sparato e inizia ad armeggiare con il motore.
Francesco prova disperatamente a farsi capire da loro tramite google translator.
Ecco un video, ballonzolante, concitato, che riprende quegli attimi.
La cosa funziona. Si riesce più o meno a farsi capire. Ma il dialogo non e’ incoraggiante. Francesco cerca di fargli capire: e’ il catalizzatore. Google translator ci riporta la risposta di Mohammed più o meno cosi: “sono io il meccanico, non rompere”.
Ci cambiano l’olio, secondo loro la causa del problema, svuotando quello nostro. Chiediamo di lavare la macchina per dare un senso a questo casino e preghiamo che Mohammed e i suoi amici abbiano ragione. Se fosse solo l’olio, potremmo viaggiare più tranquilli, stando accorti a controllarlo meglio la prossima volta. La spia si e’ spenta.
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Ripartiamo alla volta di Teheran, confidando (poco) in Mohammed. Pochi chilometri, pero’, e la Gengis riprende ad arrancare. Dovremo cercare subito un meccanico a Teheran domani e, nel peggiore dei casi, ragionare sull’amputazione del povero catalizzatore.
Arriviamo a Teheran. Come a Tabriz il modo di guidare degli Iraniani ricorda quello dei napoletani, ma molto più disordinato. Il caos più assoluto. Si richiedono prontezza di riflessi, grande coraggio nell’affrontare gli incroci buttandosi con un atto di fede, capacita’ di comprendere che le frecce consumano la batteria e consapevolezza del fatto che le corsie sono un consiglio, certo non un obbligo, e che strade a 3 corsie possono diventare facilmente a cinque se c’e quel millimetro che basta per separare le due macchine. All’ingresso di Teheran, ma ancora in autostrada a 90 all’ora (di più Gengis non riesce), una macchina si avvicina a noi strombazzando. Abbasso il finestrino, temendo che la Gengis abbia iniziato a dare manifestazioni esteriori del suo malessere. In realtà l’autista mi chiede: “Can I sign the car too?”. Ma come la vorra’ firmare? “We can’t stop” dico io. Poi per fortuna lo perdiamo tra le varie macchine che si infilano a destra e a sinistra: le corsie sono decorative. Per un attimo ho temuto volesse farlo in movimento.
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Cena e a letto presto. Domani, ancora una volta, ahimè, si va alla ricerca di un meccanico. Siamo fortunati perché i francesi sembrano essere stati bravi a inserirsi nel mercato iraniano: oltre alla Saipa, marca locale di auto, in giro si vedono solo Peugeot e Renault. Speriamo che questo ci aiuti a trovare il pezzo di ricambio. Gengis ha bisogno di un organo. Se no sara’ amputazione. Inshallah.