Cronaca del viaggio esterno. Day 24. Da Tagliacozzo (Ayagoz) a Semmai (Semey). Lenin, pompe e insonnia.

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Fuggiamo da Tagliacozzo a gambe levate alle sei e mezza del mattino. L’obiettivo e’ arrivare a Semmai/Sergej/Sai Mai a ora di pranzo per poter fare alcuni servizi e poi riposare un po’ in albergo. In mezzo non ci sono frontiere, quindi dovremmo farcela.

Attraversata la solita strada indecente arriviamo in effetti per pranzo a Semey e proviamo a cercare un albergo. Il primo ha un prezzo spropositato per quello che appare essere. Al secondo siamo più fortunati. Ci accoglie (più o meno) una signora di poche parole e con il broncio che ci mostra la stanza. Capiamo poi il motivo del broncio. La abbiamo vista dietro alla portineria a ogni ora del giorno e della notte. Probabilmente soffre di insonnia o ha vinto il premio Stakanov 2017. Prendiamo la stanza e usciamo subito a fare i nostri servizi.

Prima tappa, tanto per cambiare, un meccanico. I mille chilometri di buche hanno fatto cedere il paramotore che urta facendo un brutto rumore e decidiamo di farlo avvitare. Inoltre, sempre per effetto delle buche, la macchina sembra perdere liquido, ci sembra acqua del condizionatore.

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Le riparazioni prendono un’oretta nella quale assistiamo a una singolare scena. All’improvviso, dal nulla, spunta un signore russo che si toglie la maglietta, inizia a gridare ordini, fa sollevare la macchina, tocca le ruote e scompare come era comparso.

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Sistemata la macchina, occorre darle una lavata. Ci sono almeno tre centimetri di polvere del Kirghizistan da rimuovere. La facciamo rimuovere da un simpatico benzinaio, dove siamo assaliti dalla solita folla che vuole fare foto.

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A questo punto ci resta solo un ultimo servizio da fare: provare a comprare una pompa per gonfiare il materasso. Va fatto adesso perché in Mongolia toccherà dormire almeno quattro volte in macchina e non e’ detto che a Barnaul riusciremo ad avere un intero pomeriggio.

Avevamo visto un negozio di sport vicino all’albergo ad Almaty, ma lo avevamo trovato chiuso. Siamo più fortunati a Semey, parcheggiamo la macchina proprio di fronte a un grande negozio di sport. Adesso tocca, pero’ una sfida impegnativa: non sapendo come di dice “pompa” in russo, devo affidarmi a google translator per dire alla commessa: “buongiorno, avrei bisogno di una pompa”. Prendo coraggio e dico quello che mi ha detto google. Tremo al pensiero di come possa aver tradotto “pompa”. Il secondo prima della sua risposta e’ eterno.

Lo ha tradotto bene. Ma non ne hanno.  Mi consiglia di andare “per strada”. All’inizio non capiamo. Poi ci accorgiamo che c’e’ un enorme mercatino, dove si può trovare di tutto.

Sicuro della traduzione, convinto chiedo al nerboruto esercente: “avrei bisogno di una pompa”. Qui vi aspettate che mi dia uno schiaffo. No, lo ho detto, la traduzione e’ corretta, mi da la pompa per il materasso.

Possiamo quindi dirigerci a una delle poche attrazioni turistiche della città. Un parco dove sono rimaste una decina di statue di Lenin e altri eroi del comunismo. Adesso e’ utilizzato dalle coppiette per infrascarsi. Sotto lo sguardo di Ilya Ulyanov, una volta rivolto all’avvenire, oggi al pomiciare.

Cronaca del viaggio esterno. Day 23. Da Almaty a Tagliacozzo (Ayagoz). Steppe, bar malfamati e reduci di guerra

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Tagliacozzo è un comune italiano di 6 866 abitanti della provincia dell’Aquila in Abruzzo.

 

Per numero di abitanti è il terzo comune della Marsica dopo Avezzano e Celano e tra i maggiori in Abruzzo per superficie territoriale. Centro propulsore delle attività culturali è stato elevato a città con decreto del presidente della Repubblica. Fa parte dei borghi più belli d’Italia. Tagliacozzo è un’importante meta turistica abruzzese (fonte wikipedia).

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Francesco da’ un occhio alla mappa.

– Da qui a Semey [ex Semipalatinsk, ultima città di una certa grandezza prima del confine con la Russia], sono 1200 km circa. Se partiamo adesso e le strade sono in buone condizioni possiamo farcela in serata.

– Se no, dove arriviamo ci fermiamo.

– Il problema e’ che, a giudicare dalla mappa, qui e’ tutto steppa. C’e’ un villaggio ogni cento chilometri e solo un puntino qui, che sembra una città.

– Come si chiama?

– Ayagoz

– Tagliacozzo?

– Si, Tagliacozzo.

– Beh, dai, sono le sette e mezza, partiamo poi si vede.

– Dai, andiamo.

Si lascia Almaty e il suo confort. La saluto con dispiacere, dicendo “C’eravamo tanto Almaty”. Francesco mi guarda come per dire “iniziamo di prima mattina? Ci si mette in marcia per la steppa del Kazakhstan.”. E’ proprio come descritta nel dialogo immaginario con Azamat. Non c’e’ nulla. Per chilometri. Nessun albero, vegetazione scarsa, chilometri e chilometri di nulla. Non a caso, vicino alla zona dove dobbiamo arrivare, Semey, nota in epoca sovietica come Semipalatinsk, venivano effettuati i test della bomba atomica. Con un piccolo particolare, tenuto nascosto per anni. Sebbene scarsamente popolata, la zona circostante era popolata, e gli effetti sugli abitanti sono stati terribili. E un altro particolare, questo meno tragico. Mi devo scusare con Azamat. Cercando su internet una mappa della diffusione dell’orso bruno in Russia (da dove scrivo adesso), ho scoperto che in effetti nella zona in cui immaginavo la scena in Kazakhstan ci sono orsi.

I primi 200 km sembrano andare bene, nell’inaspettato lusso di un’autostrada a tre corsie.

– E bravo Nursultan (Nazarbaev, presidente talmente apprezzato da essere eletto da vent’anni con più del 90% dei voti. Ok, forse non solo perché apprezzato), cosi ci piace. Dai, a sto ritmo stasera arriviamo tranquilli fino a Semey (o Semmai, Sai mai, o Sergej, come prenderemo a chiamarla.

Purtroppo, pero’, superata Taldiqorgan, la strada diventa ad una corsia e dal paesaggio lunare. No, il paesaggio lunare non e’ quello che vediamo ai nostri lati (quello e’ la solita steppa), ma proprio la strada stessa, tempestata da crateri, montagne e asperità.

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– Mannaggia a te Nursultan, invece di fare sta cacchio di Expo ad Astana, sistema sta strada! Fai vedere, nel piano strategico Kazakhstan 2050 le ha messe le infrastrutture? No, ecco, lo sapevo.

Si procede alla media di 50 all’ora, con picchi negativi di 30 all’ora. A questo punto non e’ neppure certo che riusciremo ad arrivare a Tagliacozzo (la vera pero’ e’ collegata dalla Roma-Pescara).

Attraversiamo un paesino di 300 anime, di nome Ay (che deve essere il lamento delle anime stesse).  Diciamo 300 anime perché ad occhio il paesino deve averne circa 20, ma il bel cimitero adiacente pare ospitarne almeno 280. Più morti che vivi.

Verso le sette di sera appare chiaro che, contro ogni pronostico, riusciremo ad arrivare a Tagliacozzo prima dell’imbrunire. Resta risolvere la questione di dove dormire. Nella steppa ovviamente la copertura internet e’ quasi inesistente e quindi non sappiamo quanti abitanti abbia Tagliacozzo ne’, soprattutto, se c’e’ un hotel o una pensione. Siamo quasi certi di dover dormire nella Gengis anche se, dopo la brutta esperienza di Darvaza, abbiamo capito che il problema che non faceva gonfiare i materassini e’ l’uso di una pompa sbagliata (per la cronaca dell’acquisto della nuova pompa si rimanda al prossimo post). Andranno almeno gonfiati da un gommista e poi andrà trovato un posto tranquillo dove accamparci. Salvo che a Tagliacozzo non ci sia un hotel o una pensione.

Siamo alle porte di Tagliacozzo, alla nostra destra un aeroporto e una base militari. Qui internet comincia a funzionare anche se con lentezza.

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– Tagliacozzo fa 40.000 abitanti circa, magari troviamo un hotel. Fai provare su booking

– Su booking, ma figurati

– Vabbe’, io ci provo, Sai mai

– No, a Sai mai ci andiamo domani, stasera Tagliacozzo.

Ovviamente booking non scrive “your search has shown no results”, ma direttamente “ma sei serio?”.

Resta google maps. Che pero’ e’ stato piuttosto inefficiente a Quchan in Iran dove ci ha trovato due hotel inesistenti ed uno abbandonato. Quello aperto, l’unico, ce lo ha indicato un locale che parlava un ottimo inglese con accento americano.

Google maps ci indica tre hotel. Dai, uno su tre dovrà essere aperto.

Proviamo prima i due con le recensioni più lusinghiere. Non esistono. Ci resta l’Hotel Ayagoz (Tagliacozzo).

Tagliacozzo e’ stata fondata per qualche motivo dai sovietici negli anni trenta. E’ attraversata da una ferrovia che sembra molto attiva (alle due di notte si sentivano fischi del treno ogni due minuti) ed urbanisticamente non e’ nemmeno mal concepita, con i due vialoni paralleli che circondano un lungo parco che conduce alla stazione del treno.

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Tuttavia, l’economia della città deve essere cambiata fortemente dopo il crollo del muro di Berlino e l’impressione generale e’ quella di un monumento al degrado post-sovietico. Inoltre, come in molte città, la zona attorno alla stazione non sembra molto sicura (per usare un eufemismo).

Davanti a noi, l’Hotel Tagliacozzo, l’unico che siamo riusciti a trovare. Ovviamente vicino alla stazione. Si presenta con una facciata azzurra un po’ rovinata, ma non troppo considerato l’ambiente circostante.

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Parcheggiamo la macchina, che viene immediatamente circondata da una folla che probabilmente non vede turisti dal paleolitico. Entro a chiedere se hanno stanze libere. Il pavimento all’ingresso e’ rotto e senza mattonelle e l’odore non e’ esattamente quello di una profumeria di Parigi. Una signora dal volto orientale (a differenza di Almaty i Kazaki sono ampia maggioranza in questa città) mi dice: certo, abbiamo una camera “lux”. Per arrivarci attraversiamo lunghissimi corridoi azzurri. L’albergo ha un look da film horror e ci chiediamo dove cavolo siamo finiti.

Io pero’ sorrido perche’ i momenti in cui si finisce in posti improbabili sono spesso tra i più memorabili del viaggio. La stanza, non pulitissima, specialmente nell’area bagno e’ pero’ molto spaziosa. La prendiamo, non abbiamo scelta. La signora ci segnala che hanno anche un ristorante. Per qualche motivo preferiamo evitare. Francesco individua due ristoranti che sembrano essere migliori degli altri. Ci andiamo in macchina perché sono a due chilometri e lo slalom tra i crateri ci ha stancati abbastanza. Effettivamente, esternamente, hanno un bell’aspetto. Peccato che siano entrambi pieni per matrimonio. Dovevano effettivamente essere i migliori. Ma d’altra parte le guide lo dicevano: non andate a Tagliacozzo di domenica, potreste trovare tutto pieno.

Il problema adesso e’ trovare un ristorante. Non ne vediamo in giro, a parte quello dell’albergo. E tutto intorno a noi, tranne il parco centrale, ci sembra piuttosto malfamato e pericoloso. A un certo punto esulto: guarda, un disegno raffigurante un pollo al forno, questo e’ un ristorante! Ci sembra vuoto e non sappiamo se fidarci, ma poi notiamo varie persone sulla terrazza e ci convinciamo ad entrare. E facciamo bene. Non si mangia male e accompagnamo il tutto con un sorso di Byaly Medved (orso bianco), una discreta birra.

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E’ qui che abbiamo l’idea che diventa la vera svolta della serata. Nella piazza dell’albergo abbiamo visto un “Pivovar”, un Pub, fuori al quale erano sedute due ragazze, una biondona alta e robusta, che ricorda la classica immagine della cameriera bavarese dell’Oktoberfest e una brunetta bassina dal volto regolare.

Decidiamo di andarci a prendere un’ultima birra prima di dormire.

– Fefe’, questo e’ un bordello, dice Francesco.

– Vabbe’, non credo, e comunque e’ l’unico bar in zona, pigliamocela sta birra.

Entriamo e le due ragazze ci fanno accomodare in una stanza vuota. Siamo gli unici due avventori. Il posto e’ piccolo e improbabile. All’ingresso, al lato del bar svettano una grossa bombola del gas (supponiamo per la birra alla spina) e un lavandino.

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Sul bancone, preannunciato da un intenso quanto non gradevole odore, un grosso pesce secco, che le ragazze stanno mangiando con gusto mentre prendono l’ordine. Ci chiedono: in che hotel soggiornate? (ma perché, ce ne e’ più di uno?). Ricordiamo che l’hotel ha il nome della città, ma non ricordiamo il nome della città. Imbarazzati rispondiamo in coro:

– Tagliacozzo!

– Ayagoz? dice lei

– Si, ecco, Ayagoz.

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L’alta ragazza bavarese ci serve una birra locale (pessima) e poi viene a sedersi vicino a noi con la brunetta, dicendoci: “ve la do se la volete” (o giu’ di li), indicando la brunetta con un sorriso.

– Visto, Fefe’, dice Francesco. E aggiunge (e dovremmo andare a letto co sta tipa con sta tremenda puzza di pesce secco? manco col viagra).

– Vabbe’ finiamo sta birra e ce ne andiamo.

La abbiamo quasi finita quando irrompe un kazako molto loquace, sulla cinquantina, che subito ci stringe la mano (immancabile consuetudine regionale) e si presenta. Dice in media nove parole in kazako ed una in russo ed abbiamo difficolta’ a capirlo, ma ci sembra di capire che vuole invitarci a bere qualcosa e di aspettare che sta arrivando un amico.

L’amico arriva. Un uomo sulla sessantina, con un berretto militare, che stringe tra le mani una Vodka che si chiama Gengis Khan (molto in tema), che ci vuole offrire.

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Con quel nome, non possiamo rifiutarla. Il signore e’ ancora più loquace del suo amico e parla una lingua prevalentemente composta da Russo con qualche “prestito” kazako. Il problema e’ che parla troppo velocemente e il mio russo e’ piuttosto elementare. Rispondo spesso “ya ne panyal” (non ho capito). Ma vedo che la cosa inizia a non piacergli. Decidiamo allora con Francesco di procedere cosi’: io sono quello che parla Russo lui e’ quello a cui le cose vanno tradotte in italiano. Qualsiasi cosa lui dica, io la traduco. Se non ho capito, non importa, mi diverto a tradurre quello che il suono sembra evocare facendo attenzione a menzionare le parti che suonano uguali in Italiano (tipo Gengis Khan, Kazakhstan, Putin, Italia). Per esempio, se dice “daroga” (strada), io traduco “droga”. Questo, ovviamente, quando non capisco (il novanta per cento del tempo). Se capisco, traduco effettivamente quello che ha detto.

Seguono dialoghi surreali tipo:

Lui: Frase in russo incomprensibile.

Io (imitando il tono con cui ha detto la frase): Gengis Khan lo ho ucciso io

Lui: Frase in russo incomprensibile.

Io: Gengis Khan era di Tokyo

Lui: Frase in russo incomprensibile

Io: Da noi i bisonti li chiamiamo Tatanka

Lui: Frase in russo incomprensibile

Io: In Kazakhstan siamo tutti campioni di sumo.

Ogni volta che finisco di tradurre una sua frase, stando ben attento a usare il suo stesso tono e Francesco annuisce o reagisce a seconda del tono che abbiamo usato, fingendo di aver ben compreso, lui fa “da, da” e poi continua il suo monologo. Che io traduco fedelmente.

La bavarese, si chiama Tanya ed e’ di Kazan, segue la scena da lontano e ride sotto ai baffi perché ha ben compreso che sta succedendo (ha visto come parlo russo ed e’ altamente improbabile che io possa essere in grado di tradurre quello che sta dicendo che peraltro, ad occhio, e’ una specie di stream of consciousness joyciana).

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Esco a fumare una sigaretta. Mi si avvicina Tanya. Parla russo molto velocemente, ma riesco a capire il senso di quello che dice.

– Non bevete. Non accettate quello che vi offrono. Questo e’ un posto pericoloso. Bisogna aver cautela.

– Non ti preoccupare, solo questo sorso di vodka per cortesia, poi andiamo a dormire. Grazie!

Rientro e riprendo le mie funzioni di interprete. Qualche brevissimo frammento di quello che dice, in realtà, lo capisco e lo traduco correttamente. E aiuta a dipingere il personaggio con cui stiamo parlando. Come quei manoscritti in cui alcune frasi sono leggibili ma il resto, la maggior parte, e’ purtroppo incomprensibile.

Capisco che ha combattuto la guerra in Afghanistan, quella del 1979, l’invasione sovietica (io Kazako, difendendo i colori della Russia). Dice Russia, non Unione Sovietica. Ha chiari ricordi delle olimpiadi di Mosca, che si disputarono l’anno dopo, boicottate dagli Stati Uniti e da altri paesi, ma non l’Italia per protesta contro l’invasione dell’Afghanistan. E siamo sorpresi della sua memoria in merito ad alcuni nostri celebri atleti che ottennero grandi risultati in quella edizione: Piotr Mennea e Sara Simioni (come li chiama lui).

Il motivo per cui li ricorda e’ che narra di essere stato un grande atleta e di aver saltato 2.60 (ma potrei aver scambiato io un 16 per un 60) col metodo fosbury (il record del mondo e’ 2.45).

Ogni tanto interviene l’altro, in evidente trance nazionalista Kazaka facendo continuamente il gesto del “fottere” (poi capiremo perché). Conosci i Naiman (tribù mongola dalla quale si ritiene provengano molti dei Kazaki)? Loro hanno fottuto Gengis Khan (gesto).

Il veterano di guerra ci fa capire che ama molto l’Italia. Inizia a cantare Felicita’ e aggiunge: Felicita’, Tota Cutugna.

– Gli dico, no, Albana e Ruomino (mi diverto anche io a giocare con le vocali).

Ci dice, poi, che ritiene che Putin non sia Russo, ma ebreo e seguono una serie di imprecisate teorie del complotto.

L’altro interviene per aggiungere un suo, scontato, commento: Noi abbiamo fottuto la Russia (gesto). La abbiamo fottuta talmente tanto (gesto) che adesso e’ incinta (gesto della pancia).

Continuo le mie traduzioni improbabili:

– Se fa freddo devi metterti il maglione

– Da, da

– I pinguini hanno poca pazienza

– Da, da

– Nazarbaev e’ bravissimo con i cruciverba

– Da, da

Finiamo la Vodka e facciamo cenno che dobbiamo andare a dormire. Provano a trattenerci, ma spieghiamo che domani dobbiamo andare a Sai mai, Semmai, Sergej, Semey e dobbiamo riposare.

Ci saluta cordialmente aggiungendo “che fortuna che parli Russo e Kazako”.

Gia’, che fortuna.

Camminiamo verso l’albergo quando vediamo l’altro, quello del gesto, che ci segue e, ovviamente, continua a fare il suo caratteristico gesto.

– Che c’e’, i Russi?

– No, fottere, volete fottere? (credo voglia proporci anche lui la brunetta).

– No, grazie.

– Che ti avevo detto, Fefe’?

– Buona notte. Domani scappiamo da questo posto all’alba, vero?

– Si, se troviamo ancora la macchina

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(mucche e cavalli in fila dal benzinaio – qui vanno a benzina – nei dintorni di Tagliacozzo)

 

 

 

Cronaca del viaggio esterno. Day 22. Da Bishkek ad Almaty. Monete, frontiere facili e servizi.

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– Gli orsi sono animali molto intelligenti e suscettibili, dice Azamat indicandomi di far silenzio.

Ci siamo uniti a lui per la tradizionale caccia all’orso notturna. Si va in gruppi di dieci persone con una specie di calappio,che chiamano Khabarat, e lo scopo e’ accalappiare l’orso. Sospetto ci sia anche qualcosa di simbolico, dove l’orso rappresenta la Russia e lo scopo e’ dimostrare la superiorità Kazaka sui potenti vicini.

– Ok, ma che succede se mi sente?, sussurro nel buio

– Si nasconde, risponde Azamat, che fa Colantuono di cognome, ma giura di non avere origini italiane.

– Si nasconde dove, che qui e’ tutta steppa e non c’e’ un albero?, gli chiedo curioso.

– Gli orsi sono animali molto intelligenti, ripete Azamat, scuotendo le spalle e guardandomi come se fossi un alieno.

– Ma ne avete mai accalappiato qualcuno?, domando

– Certo che no, qui non ci sono orsi, e’ più un modo per stare insieme.

Ok, come avrete capito nel tragitto tra Bishkek e Almaty non sono successe cose particolari e mi sono inventato un’altra cazzata di contorno. Che poi non e’ troppo irrealistico, dato quello che hanno visto degli australiani che sono davanti a noi appena entrati in mongolia. Ecco il video.

Essendoci poco da raccontare dal punto di vista esterno, ci inserisco un inciso interno.

Cronaca del viaggio interno, Day 2. Monete

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– Kazakhstan money, buy Kazakhstan money, Tenge!, grida un signore con la borsa.

E’ una caratteristica comune a tutte le frontiere da quella tra Armenia e Iran in poi. Un signore con la borsa, in uscita dal paese, che vuole venderti moneta del paese dove stai entrando.

Iranian money, Rial! Turkmenistan money, Manat! Uzbekistan money, Sum! Kirghizistan money, Som! e oggi Kazakhstan money, Tenge!

Ne abbiamo cambiate di monete, in questo viaggio. Come ai tempi in cui ero giovane e cambiavo un paese al giorno in treno, con l’interrail. Non c’era moneta unica e non avevo ancora una carta di credito. Qui le carte di credito le abbiamo pure, ma in molti di questi paesi non e’ facile usarle o prelevare. Quindi si ritorna al vecchio cambio (di dollari nel nostro caso) e ai vecchi calcoli di quanti ne saranno necessari per attraversare il paese.

– Kazakhstan money, you want? Good change. You where from? ot kuda’? Italia? Celentana, Tota Cutugna, Michiele Placida (in Russo tendono a pronunciare la “o” non accentata come “a”)

Monete. Talmente abituato a usare il bancomat, ho quasi dimenticato le formalità del cambio e i relativi calcoli. Siamo in un’epoca di crescente dematerializzazione. La ricchezza, rappresentata da numeri in un conto in banca e non dalla piscina di monete di zio Paperone. La musica. Una volta i CD (o addirittura le musicassette) erano oggetti da collezionare e custodire con amore. Adesso anche il supporto della musica e’ immateriale. Immateriale come le foto, non più stampate su un album, ma custodite, se tutto va bene in un hard-disk esterno o in un cloud e, immancabilmente, su Facebook o instagram.

Le relazioni umane (non sempre, grazie a Dio), veicolate da altri supporti immateriali, Skype, WhatsApp, email e, immancabilmente, Facebook. False. Artefatte. Costruite ad arte per apparire senza difetti, quando i difetti sono cio’ che caratterizza e rende unico un uomo, come gli imprevisti, in fondo, hanno reso unico questo viaggio.

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Una volta si parlava, e lo si fa ancora, dell’avido come persona attaccata ai beni materiali. La ricchezza era ricchezza materiale. Ormai, credo, si può riflettere sulla nuova figura dell’avido come avido di ricchezze immateriali. E recuperare il senso del materiale, che questo viaggio mi ha fatto un po’ riscoprire (anche se, paradossalmente, lo scrivo su un blog, anch’esso immateriale).

– Sorry, we don’t need Kazakh money, we will change them in Kazakhstan.

Monete. Vere (non tutte, anche per quello non ci fidiamo dell’uomo con la borsa). Percepibili al tatto. Meravigliosamente materiali. Nell’immateriale si nasconde l’inganno, l’artefatto, il cinismo, photoshop, l’autotune. Ci sono anche nel mondo materiale, e’ vero, ma si nascondono peggio, come gli orsi di Azamat.

– In Kazakhstan bad change, here I make you good change.

Monete, la piscina di zio Paperone. Non esiste più. E non e’ un male. Siamo in un’epoca in cui e’ possibile reperire istantaneamente qualsiasi informazione su qualsiasi cosa. Dove e’ possibile scoprire qualsiasi canzone scritta in qualsiasi parte del mondo, tesori (non più) nascosti e meraviglie dell’animo umano.

Eppure ascoltiamo tutti, in ogni paese, la stessa canzone, ascoltiamo tutti despacito. Ecco, anche questa e’ stata una nota positiva del viaggio, ascoltare musiche diverse, sonorità a noi non familiari. Non dappertutto. Per indicare quanto la tendenza a uniformare della globalizzazione ha raggiunto i vari paesi, ho creato l’indice di despacito, che rappresento in una mappa che inseriro’ qua sotto al ritorno dall’Italia. Caratterizza l’influsso globale sul paese in base a se e quante volte abbiamo sentito per strada despacito. Posso dire che, al momento, gli unici paesi dove non l’abbiamo sentita affatto sono il Kirghizistan, l’Uzbekistan e, ovviamente, il Turkmenistan.

INSERIRE GRAFICO

– No, thank you.

La frontiera e’ di quelle abbastanza organizzate e la passiamo agevolmente e il tragitto fino ad Almaty e’ privo di insidie. Riposiamo in un albergo di categoria decisamente superiore a quelli usati in precedenza e passeggiamo per questa città dal look sicuramente più occidentale delle precedenti, ben organizzata e con tutti i servizi per accogliere i turisti, in cui, come prima impressione, sentiamo parlare molto più russo che kazako. Le impressioni saranno confermate nei successivi giorni in Kazakhstan. Ma questo nei prossimi post.

 

Cronaca del viaggio esterno. Day 21. Da Jalalabad a Bishkek. Laghi, Yurte e Ruscelli.

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Salutiamo i simpatici turisti israeliani a cui ho fatto da interprete la sera prima in albergo. Uno di loro gestisce un agriturismo che mi ha invitato a visitare e Israele e’ nella lista delle mie prossime destinazioni. Le loro idee politiche erano apparse chiare quando una di loro aveva detto, leggendo il telefonino, qualcosa in ebraico, la cui unica parola comprensibile era Neytanyhau . Scatta un boato. E la notizia della sua iscrizione tra gli indagati per corruzione. Ci mettiamo in marcia verso la capitale, Bishkek.

Il portiere dell’albergo (a quanto pare di proprietà italiana) ci ha detto che a seconda di quanto corriamo ci potranno volere tra le otto e le dodici ore. Ne calcoliamo dieci e partiamo verso le otto per evitare di arrivare di notte. Anche qui le strade non sembrano in ottime condizioni e preferiamo guidare con la luce del sole.

Dopo una cinquantina di chilometri di altra Toscana orientale, si imbocca la strada che porta sulle montagne. E sono montagne molto imponenti, la parte finale dell’Himalaya anche se, nella zona in cui passeremo noi, non superano i 4800. Per cercare picchi oltre i 7000 bisogna andare verso il sud-est del paese che, purtroppo, non abbiamo tempo di visitare.

Ma il paesaggio che si presenta davanti non fa rimpiangere la mancata deviazione. Superato uno strettissimo canyon, la strada inizia a costeggiare un fiume dall’acqua di un forte colore turchese. Cioè, almeno secondo me turchese, per l’esatta definizione delle sfumature cromatiche ci servirebbe una consulenza femminile.

MI distraggo a guardare il fiume e a pensare come fotografarlo e se chiedere subito il cambio alla guida a Francesco. Avendo come al solito i minuti contati, le foto dovranno essere fatte dalla macchina in movimento, perdendo ahimè tantissimo. Una sola foto verra’ fatta da fermo. Eccola.

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C’e’ un motivo: nel distrarmi a guardare il fiume non ho tenuto d’occhio il limite di velocità all’ingresso di un centro abitato. Immancabile in questi paesi la polizia appostata dietro una curva, che ci appioppa una multa (per fortuna ragionevole rispetto al suo collega Turkmeno). Fermo per fermo, scatto la foto e si riparte.

Salendo sulla montagna a un certo punto si attraversa un tunnel. Chiudo un occhio prima di entrare per farlo abituare alla minore quantità di luce e lo riapro una volta entrato. Serve a poco. Il tunnel non e’ per niente illuminato, nemmeno catarifrangenti. E’ talmente scuro che nemmeno con gli abbaglianti si riesce a vedere qualcosa. Rallento fino ad andare quasi a passo d’uomo. Faccio bene. Di fronte a me una a destra e una a sinistra. Due sagome. Incrocio da ambo i lati due bambini che, ciascuno a cavalcioni del suo asino, stanno follemente attraversando il tunnel in senso contrario.

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Si sale fino a 3150 metri, poi si riaccende a 2500 circa dove ci troviamo di fronte un paesaggio meraviglioso, che non rende abbastanza in foto, specialmente, con foto scattate mentre la macchina sfreccia. Da entrambi i lati, immensi pascoli, yurte, cavalli e, sullo sfondo, cime innevate.

Lo spettacolo va avanti per diversi chilometri e non ci stanchiamo di guardarlo. La temperatura intanto e’ scesa a tre gradi, un bel salto dai 48 dell’Iran e de Turkmenistan.

Poi c’e’ da salire un altro passo, che si inerpica fino a quasi 4000 metri con una vista mozzafiato sulla valle/altopiano.

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In mezzo un’altro tunnel, strettissimo e scuro quasi quanto il primo. Ma molto più lungo. Nell’attraversarlo si prova una sensazione di soffocamento e grande e’ il sollievo quando si intravede la famosa “luce in fondo al tunnel”.

In tutto il percorso incrociamo cimiteri che in Kirghizistan (poi scopriremo anche in Kazakhstan) sono composti da tombe racchiuse in delle specie di gabbie di ferro. Ci divertiamo a pensare ipotesi serie e meno serie su questa particolare struttura: per esempio, magari, un tempo i morti si seppellivano non necessariamente raggruppati in un cimitero, ma all’aperto nella natura e la gabbia serviva a “proteggere”  la tomba da uomini e animali. Contro la teoria il fatto che le abbiamo viste, appunto, tutte vicine in cimiteri. Altra teoria: vista l’alta frequenza di enormi sassi sulla strada, le frane sembrano essere piuttosto frequenti. La gabbia potrebbe essere un’altra forma di protezione della tomba, considerando anche l’inverno e i suoi due metri di neve.

La teoria che troviamo più plausibile pero’ e’ che le gabbie non siano per proteggere i morti, ma per proteggere i vivi nel caso in cui i defunti diventino zombie e cerchino di uscire dalla tomba, per intrappolarli.

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Anche a causa del forte traffico all’ingresso e della presenza di “ostacoli sulla carreggiata”, arriviamo a Bishkek tardino, quasi verso le nove. Ma ne e’ valsa la pena. Abbiamo visto i paesaggi più belli del viaggio. E lo spettacolo sul passo e’ tra i più belli che ho mai visto. Considerata anche la gentilezza dei locali il Kirghizistan e’ senz’altro un paese da visitare di nuovo con maggiore calma.

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Lo lasciamo con dispiacere per dirigerci verso il più pianeggiante paesaggio del Kazakhstan orientale. Prima, pero’, un a tappa ad Almaty, la vecchia capitale del paese, per un po’ di riposo. Ma questo e’ gia’ materiale per il prossimo post.

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Cronaca del Viaggio esterno. Day 20. Da Tashkent a Jalalabad. Ancora frontiere, paesaggi rurali e Kirghizi curiosi

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Vi chiederete. Come siamo finiti seduti a un tavolo con Putin, un rigattiere e un radioamatore? Tutto e’ legato al mercato nero della benzina in Uzbekistan. Ma andiamo con ordine. Ok, falsa anche questa. Un’altra giornata in cui non e’ successo nulla di particolarmente rilevante.

Intanto segnalo l’evidente ritardo nell’aggiornamento dei post che stavolta non e’ dato da difficolta’ ad accesso ad internet, ma piuttosto da stanchezza che inizia a farsi sentire. Le strade sono sempre più accidentate e si arriva alla sera distrutti.

Partiamo, indovinate un po’, di mattina presto in direzione della frontiera tra Uzbekistan e Kirghizistan. Le relazioni tra i due paesi non sono idilliache anche a causa dei tremendi scontri etnici avvenuti ad Osh nel 2010, che causarono la morte di diverse persone. Ed e’ proprio ad Osh che siamo diretti e, se la frontiera ci sarà amica, oltre Osh per cercare di recuperare un po’ del tempo perduto.

Proprio a causa di questa inimicizia (oltre che della loro innata paranoia) nella valle di Fergana ogni 50 km circa ci sono dei posti di blocco nei quali, se sei straniero, devi fermare la macchina ed entrare in una caserma a registrarti. La registrazione consiste nel fornire passaporto e proprie generalità ad un poliziotto che le segna su un quadernone a quadretti di quelli che si usavano alle elementari negli anni ottanta.

Entriamo dunque nella valle di Fergana. L’ingresso e’ effettivamente molto scenico, con un bacino idroelettrico incastonato tra le montagne.

La valle in se’, pero’, delude un po’ le nostre aspettative. E’ molto piatta e il paesaggio e’ un po’ ripetitivo. Inoltre la foschia agostana impedisce di vedere le montagne che la circondano (che sono molto distanti dato che la valle e’ immensa). Confidiamo in paesaggi più belli dal lato Kirghizo. Il Kirghizistan, paese prevalentemente montuoso, e’ considerato una specie di svizzera del centro Asia.

Arriviamo alla frontiera verso le tre del pomeriggio, consapevoli che ci vorrà un po’ di tempo come al solito e che, in più, perderemo un’ora a causa del fuso. Per uscire dall’Uzbekistan ci vogliono due ore e mezza (per uscire, cacchio). Nell’ordine: scan della macchina (individuano il drone, peraltro ancora non utilizzato, lo conserviamo per la Mongolia e, presi due dei miei pacchetti di sigarette iraniane mi dicono: hai dichiarato di non avere nessun drone, vero? – Certo); firma di dichiarazioni doganali a casaccio; consegna delle ricevute di tutti gli alberghi dove abbiamo dormito in Uzbekistan (chiedono pure quello) e inutile lentezza nel confrontare il nostro faccione con quello sul passaporto. Il tutto condito da difficolta’ linguistiche di comunicazione.

Ma finalmente siamo in Kirghizistan.

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Ci prepariamo ad altre inutili paranoie dei bizzarri personaggi di frontiera anche se, almeno qui, non e’ necessario il visto.

Con nostra grande sorpresa, ci troviamo di fronte un poliziotto gentilissimo che, in un ottimo inglese, ci spiega tutto quello che dobbiamo fare, ci segue passo passo, ci aiuta con una dichiarazione ai fini doganali che ci permetterà di risparmiare tempo nei prossimi due paesi e ci da persino indicazioni stradali su come arrivare a destinazione.

Il lato Kirghizo della valle di Fergana e’ molto più bello di quello Uzbeko. Un paesaggio rurale che ricorda la Toscana.

Una Toscana orientale: i volti qui sono molto più asiatici e il fatto di avere la Cina a 150 chilometri ci fa capire quanto abbiamo camminato.

Attraversiamo Osh, città caotica e nota per la saggezza dei suoi abitanti, capaci di concentrare utili consigli di vita in brevi massime: le famose Frasi di Osh. Francesco non mi guarda male perché la aveva pensata pure lui.

I Kirghizi, gentilissimi sono molto incuriositi dalla nostra presenza, ma ancor di più dalla nostra lingua che deve apparire loro come qualcosa di molto strano ed esotico. Per almeno tre volte ci viene chiesto: ma che lingua state parlando?

Da li arriviamo a Jalalabad (non quella famosa in Afghanistan) dove un gentilissimo receptionist dell’albergo ci offre un te’ e un benvenuto in questo paese che, dalle prime impressioni, sembra essere molto bello. Vedremo domani quando proveremo ad attraversarlo da sud a nord per raggiungere Bishkek, la capitale.

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Cronaca del viaggio esterno. Day 19. Da Bukhara a Tashkent (via Samarcanda). Via della Seta, mercato nero e camerieri affetti da OCD

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Dopo una breve passeggiata per Bukhara che e’ davvero un gioiello, partiamo in direzione della capitale, Tashkent. In mezzo faremo tappa a Samarcanda, che merita almeno una fugace visita.

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La strada da Bukhara a Samarcanda e’ un delirio di buchi da scansare, seconda solo alla strada in Turkmenistan che conduceva a Darvaza.

Una controllata all’olio e una al liquido del motore, tutto a posto, si può’ andare. Quasi tutto a posto, ci manca un po’ di benzina (diesel, pardon, dopo l’esperienza iraniana chi se lo scorda). Beh, basta ricordarci sulla strada di fermarci a una pompa di benzina prima che il livello sia troppo basso. Meglio farlo presto, perché abbiamo letto nei forum che solo una benzina su cinque ha il diesel.

Le brutte sorprese, pero’, sono a ogni angolo in questo viaggio, in questa odissea ormai. A quanto pare i forum non sono troppo aggiornati. Qui ormai tutte le macchine vanno a gas. Alla nostra destra e alla nostra sinistra un desolante panorama di pompe di benzina in disuso e ogni tanto qualcuna introdotta da un cartello “Metan” o “Propan”.

Dopo vari tentativi infruttuosi e 200 chilometri ci rendiamo conto che trovarne uno effettivamente funzionante e’ praticamente impossibile. Per fortuna nel forum abbiamo letto anche dell’esistenza di un mercato nero della benzina (anche lei dura da trovare) e del diesel.

Non abbiamo, pero’, idea di come fare a trovare chi vende questo fantomatico diesel. Fermiamo varie persone che vendono sigarette, frutta, acqua, ai bordi della strada e chiediamo a un paio di meccanici. Apparentemente, pero’, non e’ la strada giusta. Tutti ci dicono: non lo so, non la vendo. Provate da un’altra parte. Senza indicarci, pero’, dove e’ quest’altra parte.

Ora faccio una parentesi. Spesso i cognomi, in quasi tutto il mondo, indicano la provenienza o il mestiere di qualcuno degli antenati. I vari -son in Inghilterra, -sson -sen nei paesi scandinavi, -oglu in Turchia, etc. indicano che un antenato era figlio di X (in Islanda non indicano gli antenati ma ancora proprio il padre). Oppure possono essere mestieri, mi vengono in mente i classici cognomi Zapatero, o Schumacher, che devono aver avuto antenati che facevano scarpe.

Ecco, interrogandomi sulle origini del cognome di Francesco, Falco, ho pensato a varie possibilità che includevano questi possibili antenati: un falconiere, un poliziotto in borghese ma facilmente riconoscibile che girava in motocicletta, un cantante Austriaco autore di improbabili canzoni relative a commissari, etc.

Poi ho ricordato, pero’, che alcuni cognomi descrivono qualità fisiche o morali dell’antenato. Ecco. Falco deve essere legato a qualche antenato dall’occhio di falco, che gli ha trasmesso i geni.

Non si sa come, mentre sfrecciamo a 90 all’ora (su quel fondo, credetemi, e’ sfrecciare), intravede un tipo inserire benzina con una tanica in una macchina. Inchiodiamo. Marcia indietro. La cosa incredibile e’ che riesce a vederlo mentre mi sta guardando male perché canticchio Uzbek, Uzbek to where you once belonged.

– Dove l’hai comprata?

Tir park, a tre km da qui. In effetti, dopo tre chilometri circa, sulla destra, troviamo un parcheggio per tir. Esce un ragazzino e gli chiediamo. Diesel? No, non ne abbiamo.

– Sicuro?

– Se vuoi chiedi.

Vogliamo. E facciamo bene. Il parcheggio gestito da un arabo, che parla russo con caratteristico accento medio-orientale. Gli diciamo:

– abbiamo poco diesel e dobbiamo arrivare fino a Osh, in Kirghizistan. Qui in Uzbekistan il diesel non si trova. Ci puoi aiutare?

– Posso. Quanto vi serve?

– Tre taniche da 20 litri.

– Ve ne posso dare una.

Accettiamo, naturalmente, al prezzo di 120.000 som (che sono un gran mazzo di soldi visto che per qualche motivo in Uzbekistan non si trovano banconote da più di 5000 som che al cambio non ufficiale, e più favorevole, sono poco piu’ di mezzo dollaro).

Ci possono, forse, bastare per arrivare fino a Tashkent, ma certo non fino a Osh. Bisognerà trovarne altri.

Ma per fortuna, dove la tecnologia non aiuta (google maps ovviamente non segnala i mercati neri), ci pensa l’occhio bionico di Francesco, che individua un altro parcheggio di Tir, seminascosto, dove riusciamo a riempire le altre due taniche.

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Il successo di questa missione e’ molto importante, perché ci permette di visitare anche il Kirghizistan e non tagliare diretti dal Kazakhstan. Ho la sensazione che perderlo sarebbe un gran peccato.

Possiamo dirigerci quindi verso Tashkent. Mentre canticchio “ma nun me lassa’, nun me da stu turment’, tuorna a Tashkent'”. Non so se Francesco mi guarda male perché il mio sguardo è concentrato ad evitare i fossi della terribile strada.

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Arriviamo a Tashkent senza problemi e con un gran sollievo per aver trovato il prezioso carburante.

Tashkent, come molte delle città che abbiamo visto, risente, almeno nell’urbanistica, dell’influenza sovietica con i suoi infiniti vialoni e i palazzi monumentali. Sembra anche essere abitata da molti più russi che le precedenti città. Di fatto il russo e’ la lingua che sentiamo parlare di più per la strada e le televisioni nei locali trasmettono quasi tutte canali russi.

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Dopo aver trovato due locali tradizionali Uzbeki chiusi, decidiamo di accontentarci di un fast food locale e prendere un Hamburger. Tanto per cambiare in questo viaggio, stanno girando una fiction o una pubblicità (il giorno dopo troviamo un altro set nel parco di fronte all’albergo).

Ma non e’ il set a colpirci. Ci appassiona di più la compulsione del cameriere. Gli hamburger sono enormi ed e’ impossibile mangiarli senza macchiarsi le mani e consumare quantità industriali di tovaglioli. A ogni singolo tovagliolo che macchiamo viene a raccoglierlo. Ci divertiamo ad alternarci. Uno lo macchio io, l’altro lo macchia Francesco. Ogni venti secondi, zaff…, eccolo che sostituisce il tovagliolo. Stanchi come siamo ci divertiamo con poco. Ma la ricreazione e finita. Domani, tanto per cambiare, sveglia presto e ci si dirige in Kirghizistan attraversando quella che e’ descritta come la “meravigliosa valle di Fergana”. Non vediamo l’ora.

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Cronaca del viaggio esterno. Day 18. Da Turkmenabad a Bukhara. Gli Uzbeki e la privacy, oasi e Rosy Bindi.

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Ok, oggi inizia di nuovo cosi’: ci svegliamo di mattina presto per dirigerci alla frontiera. Lasceremo l’avventuroso Turkmenistan e i suoi deserti per dirigerci verso le più fertili valli dell’Uzbekistan. L’Uzbekistan, al centro della via della seta e’ patria di città meravigliose che evocano suggestioni esotiche: Khiva, Bukhara, Samarcanda. Al centro del regno del grande Tamerlano, ha vissuto un’epoca di splendore, le cui vestigia sono ancora ben conservate.

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Ma prima c’e’ una frontiera. La fonte principe di aneddoti del viaggio. Essendo coinvolto il Turkmenistan calcoliamo sulle cinque ore, per fortuna senza cambio di fuso. Siccome andiamo verso est ogni cambio di fuso e’ un’ora persa.

Arriviamo comodamente alla frontiera del Turkmenistan e ci prepariamo alla loro estenuante burocrazia. Non ci delude: un’altra pila di formulari tutti scritti a mano e di tasse a casaccio per pagare. Most, dice il militare. Deve essere la tassa per l’uso del ponte. Non sappiamo se il ponte sull’Amu Darya di una trentina di chilometri prima o il ponticello di dieci metri per entrare alla frontiera.

Le pratiche si svolgono senza particolari problemi, tranne un poliziotto che, nel controllare la macchina trova la civetta che Francesco ha messo come mascotte e si convince che i suoi occhi sono due telecamere. Inizia a palpeggiarla per buoni cinque minuti, finche’ non la prendo e la sbatto per terra: visto, non e’ una telecamera, non si e’ rotta.

Finalmente salutiamo il Turkmenistan. Nonostante le bizzarrie governative, la gente e’ stata molto cordiale, contenta e curiosa di vedere dei turisti, merce rara da queste parti. E ci ha donato alcuni momenti molto avventurosi nel deserto.

Finalmente si entra in Uzbekistan. I primi controlli sono veloci e semplici. Impossibile pareggiare il Turkmenistan quanto a paranoia. Qui ce la dovremmo cavare presto.

E invece no. Avrei dovuto sospettare qualcosa quando l’addetto ai timbri, come era successo in Turkmenistan, ci ha misurato la febbre.

Poco dopo due poliziotti sovrappeso ci chiedono l’uno di portare tutti i bagagli dalla macchina e passarli sotto a un metal detector, l’altro di consegnarli i telefonini.

Inizia dal mio. Controlla tutte le foto. E dico tutte, 1650 tra foto e video controllate ad una ad una. Una cosa piuttosto fastidiosa francamente. Un’intrusione nella mia vita che non dovrebbe avere il diritto di fare in un paese civile.

Mi diverto un po’ anche io. In qualsiasi foto in cui sono con un’amica dico: “la mia ragazza”. Alla quindicesima, ride e capisce che sto scherzando. Nel frattempo aveva fatto anche una sua personale classifica, che non vi diro’. In maniera un po’ paracula diro’ semplicemente che la più bella sa di esserlo.

Nel frattempo si perde altro tempo perché contemporaneamente i due pingui poliziotti stanno controllando due ciclisti iraniani, che intendono andare in Thailandia in bicicletta. Hanno trovato una polverina nera che, gli iraniani spiegano, e’ un’erba naturale iraniana utile per far sport e che aiuta a dimagrire. Va sciolta nell’acqua e crea delle specie di bollicine. Il sapore e’ tutto meno che buono, ma i ciclisti, simpatici e amichevoli come tutti gli iraniani incontrati in questo viaggio, assicurano che fa molto bene.

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Il poliziotto non e’ convinto. Continua a chiedere se e’ un narcotico. Dopo mezz’ora, usandomi come interprete (gli iraniani parlano inglese), si convince. Mi fa chiedere: e quanta al giorno ne dovrei bere per perdere quanti chili? L’iraniano mi dice di dire: aiuta a perdere, non fa perdere, per quello ti presterei la bicicletta, ma mi serve.

L’iraniano mi fa vedere la bandierina dietro alla sua bici: dice “live more, worry less”. Gli dico: spiegalo a sti ossessionati qua.

E sono proprio ossessionati. Nel controllare tra le foto di Francesco, trovano qualche foto contenente nudità, dei meme con delle battute, di quelli che si mandano su WhatsApp. Una ritrae, con un fotomontaggio, Rosy Bindi nuda. Si prova a spiegare che sono scherzi, anche traducendo di volta in volta cosa dice il meme. A loro non fa ridere. O meglio, un paio gli fanno pure ridere, ma devono fingere di no. Portano Francesco in una stanza separata per ulteriori controlli e domande. Alla fine decidono solo di cancellare le foto e, dopo quattro ore di ridicoli e paranoici controlli entriamo in Uzbekistan.

Andiamo a Bukhara, il cui centro storico e’ perfettamente conservato (anche se ogni tanto, a dire il vero, all’improvviso spuntano vie e case completamente sfasciate, che stridono con la magia del vecchio centro, per la quale parlano le foto.

Ritorna anche internet senza (troppe) censure. Bukhara e’ una città molto turistica e, con i turisti vengono i servizi a cui il turista occidentale e’ abituato.

Dopo la traversata nel deserto, Bukara con le sue madrasse e i suoi antichi palazzi, ci appare come una specie di oasi. Chissà, forse anche le carovane che attraversavano la via della seta la vedevano un po’ cosi’.

Domani ci dirigiamo verso la capitale, Tashkent dalla quale, se ci saranno le condizioni, punteremo ad Osh, in Kirghizistan, attraversando la splendida valle di Fergana. Altrimenti ci toccherà tagliare per il Kazakhstan.

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