Epilogo

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Mas as ondas não tem hora, morena,
de partir ou de voltar.

Sono seduto tra un uiguro di due metri di altezza e un russo di due metri di larghezza. Parte del possente Russo invade il mio posto sul S7 da Ulan Ude a Mosca. Mi verrebbe da fare battute sulla tendenza russa ad espandersi in altri territori, il mio in questo caso. Davanti a me un altro gigante, stretto nell’angusto spazio tra i sedili. Mi sento quasi in colpa per avergli rubato il posto a suoi simili pagando per lo spazio extra per le gambe. 

E ancora più in colpa visto che non me lo godo a causa del russo di prima che, in proporzione è largo come il suo paese e ormai ha già raggiunto il mediterraneo e sta cominciando a diventare stanziale. Sono una persona notoriamente irrequieta.  Non riesco a stare fermo senza far niente. Di solito quando sono in aereo la prima parte parte la spendo a leggere le inutili riviste di bordo. Quasi sempre inutili. A volte scopro qualche buon musicista locale come i Cafe’ Aman su quel volo Pegasus o qualche altra curiosità come le belle storie grammaticali che una volta si potevano leggere nei voli Vueling.

La seconda parte di solito la dedico a far pulizia tra le foto del telefonino. Con sei ore di volo c’è tempo per ponderare accuratamente le foto da cancellare. Stavolta poi le foto sono un po’ meno, considerando che molte me le ha cancellate il funzionario durante  l’estenuante controllo alla frontiera uzbeka. Il gigante uiguro le osserva curiosamente. Data la sua altezza è come se le guardasse dal terzo anello del San Paolo (quello inagibile), corsie olimpiche comprese. Ma la distanza non frena la sua curiosità. Mentre decido  se cancellarle per categorie (partendo dal corteo di inutili foto di cibo) o cronologicamente, partendo dal 2013, il gigante, Timur si chiama, mi chiede curioso:

  • perché stai cancellando quella foto, è molto bella.
  • Molto bella ma mi ha fatto soffrire, gli dico
  • Le foto non si cancellano, i monumenti non si abbattono, mi dice: fanno parte della nostra storia.
  • Vedi, Timur sono d’accordo, ma in parte. La storia non si cancella. La storia, anzi si ricorda, dobbiamo tenere a mente le sue lezioni e gli oggetti, le tracce che ci ha lasciato. I lasciti architettonici non si abbattono. Ma le statue, le gigantografie? non so. Quelle sono fatte per celebrare, glorificare una persona. E una cosa e’ ricordare i momenti bui della storia, un’altra è celebrarla. Una cosa è una stazione, ma una statua di Hitler nel centro di Stoccarda non sarebbe il modo migliore di ricordare che in Germania c’è stato anche quel periodo. Non è un caso che, dopo una rivoluzione  le statue del dittatore sono il primo simbolo a cadere. Ecco, se vuoi sto abbattendo una statua.
  • anche questa foto qui, un altro dittatore da abbattere? Dice Timur
  • No, questa non è nessuna statua, solo una foto venuta male, guarda, sbagliato completamente la messa a fuoco, dico sorridendo
  • ok, ma se cancelli tutte le foto, cosa resta?

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Curiosamente, mentre lo dice, il mio iPhone, ancora acceso fa partire “che cosa resta” di Piero Ciampi.

  • Ah, ma io le cancello dal telefono, non dalla mia vita. Non voglio che il volto del dittatore sia dappertutto: nelle banconote, nei manifesti, nelle stazioni, nei nomi delle città, in tutte le prime pagine del giornale, come in Turkmenistan. Non voglio averle davanti a me, a portata di mano. Voglio che il ricordo rimanga, da qualche parte dove le possa riguardare con tenerezza quando ne ho voglia. Come quelle statue di Lenin e Marx nascoste, quasi abbandonate dietro agli alberi di un giardinetto di Semei (o Semipalatinsk) in Kazakhstan.

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  • Le foto non si cancellano
  • Dillo ai fottuti funzionari di frontiera uzbeki
  • Turkmenistan, Uzbekistan, Kazakistan, ma dove sei stato?
  • Eh, lungo viaggio, con un amico ho guidato una macchina da Milano a Ulan Bator.
  • Ti vedo stanco
  • Ah, il bus da Ulan Bator a Ulan Ude, notturno è stato uno strazio. 12 ore di viaggio notturno sulle strade accidentate della mongolia e una fastidiosa frontiera alle 3 di notte. Non ho chiuso occhio. E ora questo volo di sei ore, scomodo e contro fuso, sarà una dura giornata a Mosca….
  • Ma raccontami del tuo viaggio

Gli racconto praticamente tutto il blog, oltre a un simpatico aneddoto della bellissma receptionist georgiana, che mi voleva farmi pagare per il “bear”. Mi sforzo di ricordare l’incontro con l’orso, che avverrà solo dopo in Armenia(mamma quanto devo aver bevuto il giorno prima se non me ne ricordo). Solo dopo 10 minuti capisco che intendeva dire “beer”.

Mentre gli racconto il viaggio e la mia vita, prendo atto di due cose: primo, siamo in quel momento, terribile, in cui il viaggio diventa già ricordo e, nel migliore dei casi, racconto. La seconda è che non avevo mai visitato in un viaggio tanti paesi “diversamente democratici”.  In molti degli -stan la transizione dal comunismo è consistita semplicemente nell’occupazione dei posti di potere da parte dell’allora uomo forte. Nyazov in Turkmenistan, Nazarbaev in Kazakhstan, Karimov in Uzbekistan (oltre all’Iran, altro discorso a parte).

Loro le statue le hanno abbattute. Ma solo per far spazio al nuovo regime, ai nuovi simboli, al nuovo uomo forte. Alcuni di loro non se la passano manco male e, in fondo, non sono per niente paesi opprimenti per un turista, anzi in molti casi aperti e ospitali (ok, forse il Turkmenistan no), straordinariamente ospitali nel caso dell’Iran. Ma l’aver abbattuto le statue non ha cambiato del tutto certe abitudini. Non ha cambiato il sospetto, il controllo, i posti di blocco, l’inutile burocrazia alle frontiere, la stampa diversamente libera e tante altre cose. Cose che ho visto in molti paesi ex-comunisti, anche svariati anni dopo la caduta del comunismo.

  • No, vedi amico mio – dico a Timur- le statue bisogna abbatterle. Ma è solo l’inizio. Poi bisogna ricostruire e pian piano curare i danni della dittatura. E ci vuole tempo. Anzi, bisogna per prima cosa ribellarsi alla dittatura. A qualsiasi tipo di dittatura. A qualsiasi pensiero ossessivo che ti tormenta come la foto del dittatore nelle banconote. Preoccupazioni di lavoro, angosce di diverso tipo e, certo, anche la statua da abbattere, la foto che ho cancellato, pensieri che tornano ossessivamente. E nel mio caso la terribile dittatura della routine. Ci sono due  caratteristiche che ho spesso trovato in alcuni abitanti di paesi in dittatura o in post dittatura: la rassegnazione e il sospetto. La rassegnazione alle cose che vanno così e che non possono cambiare, perché sono sempre andate così e perché sforzarsi di cambiarle è inutile quando non dannoso. Il sospetto: del vicino, del prossimo, dell’autorità, soprattutto, del complotto. Il sospetto dei poliziotti alla frontiera di fronte alla nostra macchina colorata. Vedi, Timur, ho detto anche post-dittatura. Perché i danni della dittatura continuano nel tempo. Anche nelle società che si ricostruiscono dalle ceneri della dittatura, che ripartono con entusiasmo e impeto, rimuovere quel rumore di fondo del sospetto e, nelle fasce meno beneficiate dal nuovo corso, della rassegnazione richiede anni, decenni, generazioni. E vedi, Timur, già sento in me da qualche mese i germi del sospetto e della rassegnazione, l’odiosa eredità della dittatura che devo sovvertire. Rassegnazione all’impossibilità di gestire il mio tempo, sopraffatto dai carichi di lavoro. Sospetto che una ragazza così interessante che ho appena conosciuto sia una stronza come altre. Per questo devo abbattere le statue e farlo al più presto. Abbattere e ricominciare. I lunghi controlli alla frontiera, la burocrazia, le domande non fanno per me.

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  • Quindi mi vuoi dire che il viaggio non ti è piaciuto?
  • Al contrario, è stato bellissimo
  • Ok, quindi tutto bello tranne i controlli alla frontiera, i posti di blocco, i divieti e le restrizioni?
  • No, anzi anche quelli lo hanno reso interessante. Non ero mai stato in una dittatura.

Nel frattempo l’hostess è arrivata con il carrellino: meno male anche se è una low cost hanno la pietà di offrirti qualcosa da bere in un viaggio di sei ore. Cosa avete? Ampia scelta: puoi scegliere gasata o naturale. E da mangiare? Gasata o naturale. L’enorme russo ha iniziato, mi si perdoni l’assonanza, a russare fragorosamente e quasi faccio fatica a sentire cosa mi dice Timur.

  • La vuoi sapere una cosa?
  • Dimmi.
  • Quello che dici non mi convince del tutto. La rassegnazione, il sospetto, soprattutto, lo hai sottointeso, la privazione di libertà non sono il massimo. Ma la dittatura ti da sicurezza.
  • Beh, in effetti, non c’è stato un solo momento nel viaggio in cui mi sono sentito in pericolo. Forse Quella sera a Tagliacozzo.
  • Tagliacozzo?
  • Ah, scusa Ayagoz, in Kazakhstan.
  • La dittatura ti da sicurezza. La dittatura prende decisioni, non tergiversa, la dittatura rassicura.
  • Può darsi, ma è troppo poco per giustificare i danni che fa.
  • Davvero? E allora perché fai colazione sempre allo stesso posto la mattina? Rigorosamente cornetto e cappuccino, mangi sempre la pasta dalla signora e se il Napoli gioca alla domenica sera, coniglio.
  • No, quello, non è dittatura, è una scaramanzia, vedi noi a Napoli….
  • Ok togliamo pure il coniglio. La routine rassicura, conforta. Lo vedi che in realtà la dittatura la vuoi. E vedi che non è così male? Ti fa stare sicuro, come in questo viaggio.
  • Non ho scelto niente. O meglio, adesso ho capito, non la voglio la dittatura.
  • Certo come le volte che ti sei messo a dieta o hai deciso di imparare il tedesco o hai smesso di fumare.
  • Hey, Timur, ma infatti per questo la chiamo dittatura. Perché non te ne liberi schioccando le dita. Ci sono stati  golpe falliti, seguiti da tremende repressioni.
  • Cazzate. E poi quest’altra cazzata della statua?
  • Non è una cazzata. In un momento della mia vita era come l’immagine del dittatore, dappertutto nella mia mente, nei volti della gente, nei miei sogni, dappertutto.
  • Raffaele, la dittatura è una cosa seria – dice guardandomi con uno sguardo intensissimo – ed è una cosa buona
  • Non sono d’accordo.
  • Ok, ma sei d’accordo che è una cosa seria?
  • Beh, ovvio
  • Ecco la dittatura per te è la routine. Quella della foto non è una statua da abbattere. È un caffè decaffeinato.
  • Li avete anche da voi?
  • Certo, li odio
  • Io invece li prendo spesso
  • Non avevo dubbi
  • Perché non avevi dubbi?
  • Perchè ti arrendi alla dittatura. Fai gesti non per necessità ma per vizio, per abitudine o per ansia.  Vedi, il caffè lo prendi per svegliarti. Il  decaffeinato è vizio,  qualcosa di cui non hai bisogno ma prendi per pura dipendenza.
  • Cioè?
  • Dimmi la verità: il decaffeinato lo prendi per poterti fumare la sigaretta dopo, giusto?
  • Esatto.
  • é pura compulsione. Non ne hai bisogno, ma è la tua routine, la tua dittatura, ti fa stare meglio. Allora vedi che non devi abbattere nessuna statua? Perchè la statua non esiste. Lei non è il dittatore. Lei è il decaffeinato. Non ne hai bisogno, ma non rinunci perché devi fumarti un’altra sigaretta, la sigaretta che ti fa male, lo sai ma devi fumarla. La nostalgia che ti fa star male ma nella quale sguazzi.
  • Ma come?
  • Sei in una dittatura ma non c’è nessun dittattore. Il dittatore sei tu, che vivi sempre con gli stessi gesti, sempre gli stessi tempi. Smettila con lo steso bar, il cappuccino,  il coniglio la domenica sera.
  • No quello, no, che quest’anno abbiamo una buona squadra
  • Bernardo Soares ha scritto che La vita è ciò che facciamo di essa. I viaggi sono i viaggiatori. Ciò che vediamo non è ciò che vediamo ma ciò che siamo.
  • Azz, ti piace Pessoa?
  • Non è ciò che vediamo, è ciò che siamo. Io non sono io, sei tu, sveglia….

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Mi sveglio sudato. Mi ero addormentato al decollo. Affianco a me c’è effettivamente un energumeno di due metri, ma non so se è Uiguro e se si chiama Timur. Il viaggio notturno da Ulan-Bator a Ulan-Ude con annessa chiamata di lavoro alle 3 di notte mi ha abbattuto e per la prima volta in vita mia sono riuscito ad addormentarmi al decollo. Una notte a Mosca e si torna a casa. Verso la dittatura o verso la democrazia.

Scendo dall’aereo canticchiando “Morena dos olhos d’água, tire os seus olhos do mar, vem ver que a vida ainda vale o sorriso que eu tenho pra te dar”, perla del mio eroe Chico Buarque, che ben s’intona alla discussione immaginaria con Timur e guardo fiero l’aeroporto di Domodedovo.

Ecco, a un anno di distanza, avevo questo senso di incompletezza, dovevo scrivere una chiosa, un ultimo articolo del blog. La ragazza della foto, per chi lo chiedesse, è immaginaria, o sono mille ragazze del passato, o sono stato io la statua per qualcuna, non importa, era il pretesto. Volevo raccontare, un anno dopo, cosa mi è rimasto di quel viaggio. La voglia di non smettere di viaggiare. Ogni giorno.

Il blog finisce qui.

No. Non finisce qui. con Francesco abbiamo in mente altri viaggi ugualmente folli. Li racconteremo, sempre come threesteppesahead, che va solo in pausa fino al prossimo viaggio. E lo faremo col solito tono scanzonato e meno pesante di questo.

Per chi avesse voglia, nel frattempo c’è il mio nuovo blog: www.thewanderinglawyer.com/blog, dove racconto mie esperienze di viaggio da un’ottica un po’ diversa.

Cronaca del viaggio esterno. Ultimi giorni. Da Mozzacane a Ecco Bator, via Baia dei Canguri. Polvere, forature e Gengis

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Davanti a una pira di fuoco accesa nel mezzo della steppa solitaria, la sciamana mi dice:

– dimentica quella donna.

– quale donna? Le dico io

– dimenticala, non può venire nulla di buono da lei. Solo sofferenza.

– Si, ma quale donna?

Fa freddo, la temperatura qui di notte scende drasticamente. L’unico rumore che si sente sono i piccoli scoppi della legna che brucia e un venticello freddo che agita il fuoco. Fuoco al quale mi avvicino per riscaldarmi.

– ascoltami bene, devi dimenticarla, devi starle lontano, ne va del tuo futuro. Credimi, quanto è vero che mi chiamo Munguur.

– Quale donna?

– Ssst, ascolta la natura. Dimenticala.

– D’accordo. Farò il possibile per starle lontano, anche se non so chi è. Anche coi pensieri?

– Certo, devi dimenticarla

– Lo farò, grazie, Munguur

– Chi è Munguur?

– Tu, non hai appena detto che..

– Io mi chiamo Khanut

– E allora quella donna?

– Quale donna?

Mi sveglio dopo una notte tormentata e ricca di incubi e sogni dal misterioso significato. In uno c’è Bersani e non Samuele, il politico. Il vento di tormenta ha spalancato la finestra semi-rotta e la notte a Mozzacane fa freddo, il letto era un pezzo di legno più scomodo della Gengis e la finestra aperta ha rivelato un cimitero di mosche spiaccicate tra i vetri. Insomma, nottataccia. Con gli occhi ancora semichiusi dalla spossatezza ci prepariamo ad affrontare l’ultimo tratto di piste fino alla Baia dei Canguri.

I paesaggi sono sempre splendidi quanto desolati. Ma la strada è davvero impossibile. Per percorrere 180 km ci occorrono sei ore e mezza circa. Attraversiamo una zona “infestata” dalle marmotte, che mi riportano alla mente il giorno della marmotta: ci sembra sempre di essere sempre daccapo e nello stesso punto.

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La strada invece di migliorare peggiora ogni chilometro.

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Ogni metro è un attentato a gomme e sospensioni della povera Gengis, che barcolla ma non molla. Dopo interminabili chilometri arriviamo alla Baia dei Canguri, dove ci fermiamo per fare rifornimento e constatiamo che Gengis ha tirato su un po’ di polvere.

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Inizia finalmente la strada asfaltata ed è un gran bell’andare. Mentre il cielo comincia a diventare sempre più nuvoloso, tiriamo avanti in direzione di Viva l’Ikea (non me lo ricordo proprio il vero nome di sta città).

Ci arriviamo verso le sei e, contentissimi, decidiamo di fare un’interminabile doccia per rimuovere i chili di polvere che noi, come Gengis, abbiamo mangiato. Tramite chat scopriamo che anche il team spagnolo è appena arrivato a Viva l’Ikea e proponiamo di mangiare qualcosa insieme. Ci chiedono la cortesia di andare verso il loro albergo perché sono distrutti: hanno forato la ruota tre volte e il tragitto è durato un’eternità. Diceva il grande de Filippo che essere superstiziosi è da stupidi, non esserlo porta male. Ecco, non facciamo a tempo a dire “incredibile, in migliaia di chilometri non abbiamo bucato una gomma”, che al ritorno in albergo ci ritroviamo con una ruota a terra.

Siamo anche noi esausti e la ruota la cambiamo la mattina seguente, dove ci avviamo verso l’ultimo tratto, quello che porta a Ulan Bator, la nostra meta finale.

Sulla strada troviamo un posto bizzarro, che ci aveva indicato Lichay, il soldato israeliano di Mozzacane. In quel punto una grande duna di sabbia va a infrangersi su un prato verdissimo. Ci fermiamo ad osservare il curioso fenomeno.

Riprendiamo la strada verso Ulan Bator. Sapendo che la strada è asfaltata abbiamo stupidamente creduto che la nostra ultima tappa sarebbe stata come l’ultima tappa del Tour de France, una gioiosa passeggiata fino agli Champs Elysees. Il fondo invece è sconnesso e pieno di trappole e non ci va di cambiare ulteriori gomme. Accompagnati dagli immancabili cammelli, guidiamo con prudenza.

Dopo vari chilometri di buche all’improvviso, dopo una curva, si intravede la nostra destinazione finale, Ulan Bator.

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Mi lascio andare a un’esclamazione nella mia lingua: “Uillann’, Bator”. Francesco è troppo stanco per guardarmi male.

La nostra intenzione iniziale è di visitare la mastodontica statua di Gengis Khan a 50 km ad est, ma dobbiamo cambiare subito i nostri piani. Il traffico di Ulan Bator è infernale. Ci vogliono due ore e mezza dalla periferia al nostro albergo.

Decidiamo allora di fare una visita alla piazza centrale che dista poco dall’albergo e sederci a guardare il passeggio degli Ulanbatoresi.

Ci mettiamo in contatto con l’organizzazione per andare alla finish line e organizzare una visita ad uno dei progetti di gohelp. Il giorno dopo è il turno della finish line, subito dopo la quale, in quanto proprietario del veicolo, mi tocca andare dal notaio dove, dopo un paio d’ore, insieme a Marco del team spagnolo, perfezioniamo le pratiche della donazione dei rispettivi furgoni.

Il giorno successivo è quello della visita ad uno dei progetti di Gohelp. Gohelp, insieme a Fondazione Paracelso, e uno dei due destinatari delle donazioni che abbiamo raccolto. Nel prossimo post vi mostrerò dei video relativi ai due destinatari e un breve video relativo alla nostra giornata di visita al progetto.

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Il progetto che visitiamo è una biblioteca, accessibile dai bambini di una ex città mineraria a pochi chilometri da Ulan Bator, impoveritasi a seguito della chiusura delle miniere di carbone. Donald direbbe che we’re gonna dig so much coal, you’re gonna be tired of digging, and we will make Mongolia great again. Ma pensiamo che questo progetto possa essere più utile ai bambini del luogo.

L’allegria dei bambini, contentissimi di vedere stranieri e di provare le frasi che hanno imparato in inglese, è contagiosa e la mattinata da loro è senz’altro uno dei momenti più belli del viaggio. Lasciamo il progetto ancora più contenti di essere riusciti a portare la Gengis fino a Ulan Bator.

Ci manca un ultimo tassello per ritenere il viaggio concluso: la visita al mastodontico monumento di Gengis Khan, dove ci esibiremo nella posizione yoga richiesta con la donazione da Silvia Facchinello e la sua scuola di yoga.

Dopodiché seguono giornate di riposo forzato date dall’impossibilita’ di trovare un aereo in una data sufficientemente prossima, con frequenti visite all’improbabile quando carino pub irlandese di Ulan Bator che si chiama Grand Khan. E, infine, una dura sveglia alle 3 del mattino per seguire Napoli-Nizza, dopo aver operato alla men-peggio il mio rituale scaramantico.

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La seguo in streaming e il telecronista è russo, occasione per sentire altre splendide pronunce russe: Luorenza Insigni, Ghuliam, Dris Miertens, Jorginha e, soprattutto, il capitano, Marek Gamsik. Il viaggio è finito.

Non il blog. Il prossimo post sarà sui destinatari delle donazioni e conterrà il video della giornata di visita al progetto Gohelp. Seguiranno poi dei post di epilogo e di riassunto delle sensazioni del viaggio, oltre alle nostre top 10/pagelle.

Qualora dovesse mancare quel pizzico di avventura, che  in questo ultimo post è latitata un po’, non vi preoccupate: stanotte c’è da prendere un bus sgarrupato fino a Ulan Ude in Siberia, di notte, per 10 ore di viaggio con frontiera annessa,  da dove io prenderò un volo per Mosca domenica e passerò una giornata nella capitale della grande madre Russia. Francesco, che ha trovato il primo aereo per Bruxelles solo il 22, passerà altri due giorni ad Ulan Ude, forse con visita al lago Bajkal. Insomma, c’è un’appendice.

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Cronaca del viaggio esterno. Day 29. Da Alcatel (Altan Teel) a Mozzacane (Buutsangaan). Polvere, cammelli e Ben Stiller

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Lasciamo Alcatel diretti alla Baia dei Canguri. Sappiamo che fino a lì il cammino è composto solo da sterrato, polvere, pietre minacciose, piste che si intersecano come un labirinto dove però è facile non perdersi: come ci hanno consigliato prima di partire, basta andare sempre ad est. Prima o poi da qualche parte si arriva.

La prima parte è abbastanza agevole, finché non arriviamo a Gob-Altai, la porta del deserto del Gobi. Da lì fino alla baia dei canguri la “strada” attraverserà la parte esterna del deserto. Ci aspettiamo quindi tanta polvere e, immaginiamo, qualche cammello.

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In effetti la polvere è dappertutto e così anche i cammelli che allietano un paesaggio altrimenti più monotono della splendida parte montuosa dell’Altai mongolo.

Quello che non ci aspettiamo è la difficoltà delle strade. Ci hanno detto che guidare in Mongolia non è semplice ma ci aspettavamo di sfrecciare su piste sull’erba. In qualche tratto è effettivamente così ed è anche molto divertente.

Ma quasi dappertutto è un susseguirsi di fossi, gobbe, pericolose pietre, piccoli corsi d’acqua da attraversare.

In sostanza, marciamo all’invidiabile media di 40 all’ora (e il giorno dopo andrà anche peggio).

Svariati cammelli più tardi decidiamo di fermarci al primo paesino che troviamo (qui i paesini sono ogni 80/100 km, e per percorrere queste distanze, come detto, ci vuole un po’ di tempo).

Il paesino ha in nome (Butsagaan o qualcosa del genere), che assomiglia a “puzzacane”, che decidiamo di addolcire in “Mozzacane”. Entriamo nel paesino nella speranza che ci sia un posto per dormire.

Non è scontato, perché il paesino sembra fare tipo 300 abitanti e almucche. Francesco scende dalla macchina esclamando, a voce alta: “Cittadini di Mozzacane, siamo arrivati!”. Alcuni bambini si girano curiosi.

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Dopo aver comprato da bere e un accendino in in piccolo negozio locale, mostriamo alla ragazzina del negozio la traduzione di albergo in Mongolo, зочид бууддал.

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La ragazzina ci indica un edificio, dove Francesco entra. Esce dicendo: Fefe’ qui non c’è nessuno. Entro anche io. Effettivamente è vuoto, sembra semi abbandonato. Fuori all’albergo, però, c’è un numero di telefono. Lo chiamo.

La conversazione non è memorabile, dopo aver chiesto se parla inglese o russo e, constatato che parla solo mongolo, inizio a ripetere зочид бууддал. La pronuncia non deve essere impeccabile perché noto dell’incertezza nelle sue incomprensibili frasi in mongolo. A un certo punto decido che ha detto: “aspettatemi qua, sto venendo”.

Per fortuna è così. Ci fa vedere le stanze, dei pezzi di legno al posto del letto e latrine esterne per i nostri bisogni. Il posto non è confortevole ma è l’unico che c’è a Mozzacane, quindi lo prendiamo.

Il vecchio signore ci porta anche all’unico “ristorante” della zona, dove una signora ci scongela dei Manti (specie di ravioli centro-asiatici) e ce li bollisce.

Prima di andarcene verso l’albergo, fotografo un motociclista dal volto impolverato.

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Mi saluta, ci presentiamo, è un ex ufficiale dell’esercito israeliano, di nome Lichay, che si era stancato di quel tipo di vita e da un anno, e per altri due, girava il mondo all’avventura imparando nuove lingue e vedendo nuovi posti. Il ritorno ad Israele previsto per il 2019.

Beviamo qualche birra e scambiamo informazioni sulle strade. Anche lui ha notato che con gli stranieri i poliziotti qui sono piuttosto indulgenti e in genere non li fermano.

Francesco gli chiede: come fanno a capire che sei straniero?

– Beh, di solito non porto il casco, quindi mi vedono e lo capiscono. E se porto il casco, capiscono che sono straniero perché porto il casco.

Assomiglia molto a Ben Stiller in Zohan (e l’accento è identico).

Ci racconta qualcuna delle avventure che gli sono capitati e di quella volta che si è dovuto tirare d’impiccio minacciando il malintenzionato con un coltello che ha sul fianco sotto la camicia e che maneggia con gran destrezza.

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Salutiamo Lichay e torniamo in albergo dove, per passare la notte, proviamo ad allestire l’ennesimo improbabile duetto musicale. Quello con la figlia della signora dell’hotel è pure riuscito bene, con coretto di folla di curiosi che cantava la canzone in mongolo, ma purtroppo non è stato filmato.

Andiamo a dormire pronti ad altri 180 km di strade impossibili fino alla nostra oasi alla fine del deserto, la leggendaria baia dei canguri.

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Cronaca del viaggio esterno. Day 28. Da Olgii ad Alcatel (Altan Teel). Yak, compatrioti e alcool

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Lasciamo Olgii di mattina stavolta non troppo presto. L’obiettivo è raggiungere la baia dei canguri entro due o tre giorni. Da lì in poi inizia una strada asfaltata che porta fino a Ulan Bator.

Ok, ovviamente in Mongolia non c’è il mare e non ci sono marsupiali. Continuiamo il nostro esercizio di italianizzare i complicato nomi mongoli. La baia dei canguri corrisponde a Bayakhongor. Nel mezzo ci sono tanti paesini interessanti. Di seguito il nome originale e tra parentesi quelli nostro. Darvi (ciao Darvi, Francesco mi guarda male), Tugrug (Tuareg), Altan Teel (Alcatel), Sharga (Shakira), Bunbugur (Bunga Bunga) e Buutsagaan (Puzzacane o Mozzacane). In quale di questi ci fermeremo dipende dalle condizioni del manto stradale.

Il viaggio inizia bene, con un bel tratto asfaltato tra le montagne dove, sulla nostra sinistra vediamo un essere goffo e strano.

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– E’ un orso?
– No, è uno yeti
– No, e’ un cane radioattivo di enormi proporzioni
– No, è uno yak

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Ci avviciniamo e, dopo qualche dubbio sul cane radioattivo, confermiamo che è uno yak. Salutato lo yak salutiamo anche l’asfalto e iniziano tratti assolutamente non adatti alla povera Gengis. Si va alla media di 40/50 all’ora se va bene, con improvvisi tratti in cui si può “sfrecciare” a 70/80 su immensi campi d’erba. Le strade qui sono diverse piste parallele che si intersecano. Manca, ovviamente, qualsiasi tipo di segnaletica, quindi per capire se la direzione è giusta si usa la vecchia bussola.

Chiaramente così si avanza molto lentamente. Almeno c’è tempo per godersi il paesaggio (che, però, dopo le montagne è diventato steppa ripetitiva).

Il volo dell’aquila (ce ne sono davvero molte ) rompe ogni tanto la monotonia.

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Vanno ghiotte di una specie di marmotta che ogni tanto si vede attraversare la strada per nascondersi nella sua buca.

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La giornata continua tranquilla fino a un certo punto dove delle persone dal volto occidentale ci fanno segno di fermarci. Sono una coppia di italiani, Mamo e Veronica. Ci avevano visto prendere foto con il treppiedi e all’inizio ci avevano presi per geometri che facevano misurazioni per costruire (finalmente) la strada asfaltata.

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Mamo però  ha notato la Kangoo, modello inesistente da queste parti e, soprattutto la targa italiana. Stanno facendo un grand tour della Mongolia.

Seguono svariati racconti di viaggio e brindisi con birra vino e vodka da loro gentilissimamente offerti. Chiedo: ma qui qual è il tasso alcolemico consentito?
Zero, ma hai visto un poliziotto? (In effetti, usciti dagli -stan, dove c’era un poliziotto a ogni angolo, la loro assenza qui si nota).

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Sfrecciamo brilli sulla sabbia fino alle 19.30, dove all’altezza di Alcatel vediamo un cartello “hotel”. Riteniamo saggio fermarci. Non ci aspettiamo molto visto il posto sperduto in cui siamo finiti. Con nostra grande sorpresa, invece, l’hotel è moderno e ben rifinito (deve essere stato costruito da un paio d’anni). Piacevole sorpresa: la baia dei canguri è lontana e le strade sono quello che sono. Meglio dormirci sopra.

Cronaca del viaggio esterno Day 27. Da Kosh-Agasch a Olgi. Mongolia, raschiate, riposo.

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– Italiano? Cilintana, dice il giovanissimo funzionario russo che controlla la macchina. Parla un ottimo inglese e mi chiede, come da prassi, se trasporto armi, droghe o altri materiali proibiti

Un po’ di tensione la abbiamo, perché stiamo trasportando 40 litri di prezioso diesel russo, visto che in mongolia la qualità del diesel è inferiore. Avere un paio di taniche piene ci può tornare utile.

Ci hanno detto che per attraversare questa frontiera ci può volere anche un’intera giornata. Quindi ci armiamo di pazienza e svolgiamo il controllo russo, che prevede lo scan dei bagagli, il controllo della macchina e una serie di pratiche a casaccio.

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Ce la caviamo dopo un’ora e mezza. Superata la frontiera russa ci sono 20 km (ancora appartenenti alla Russia) prima della frontiera mongola. A un certo punto c’è una sbarra che un altro giovane funzionario russo solleva, dietro la sbarra il cartello “Mongolia”.

Il contrasto è incredibile. Fino alla sbarra la bella strada asfaltata russa. Immediatamente dopo la sbarra, sterrato composto soprattutto da pietre appuntite che non vedono l’ora di affondare la loro punta nelle gomme di Gengis.

Tre chilometri a venti all’ora e siamo al controllo di frontiera mongolo. Capiamo che in Mongolia Gengis sarà messa a dura prova.

Il controllo mongolo dura meno del previsto. Un funzionario anziano mi fa entrare in un ufficio dove inizia a dare ordini ad altri funzionari più giovani che compilano dei moduli, poi estraggono quello che sembra essere una specie di orologio a cipolla con carenino ma è in realtà un porta-timbri circolare. Ogni funzionario ha il suo e ognuno lo appone nelle scartoffie compilate. Poi il funzionario più anziano mette il suo timbro e la sua firma ed esclama: Finish!

– Really? Can I go?
– Yes, go, finish.

Subito dopo la frontiera un tipo si parla davanti alla macchina e indica una casetta.
-Mongolian insurance, you must buy one.

Francesco però ha letto in una guida che l’associazione non è obbligatoria e che bisogna diffidare di questi venditori. Mi dice: vai avanti

Vado avanti, ma il tipo si piazza davanti alla macchina, da un pugno sul cofano ed esclama deciso, perentorio, qualcosa in mongolo, che ha il suono di una forte raschiata. Il mongolo ha molti suoni gutturali e in alcune persone sembrano delle specie di raschiate.

Mi faccio un po’ avanti ma lui non si sposta.

– Tiralo sotto, dice Francesco

Avanzo più deciso, ma non si sposta.

– Insurance! You must buy, frase raschiata incomprensibile

Dopo qualche minuto di balletto ci lascia andare.

Pochi metri più avanti veniamo fermati da un poliziotto per una tassa, questa si obbligatoria.

Due bambini si affacciano al finestrino e indicano a turno qualsiasi oggetto della macchina chiedendo di regalarglielo. Gliene regaliamo qualcuno e siamo finalmente nelle disastrate strade della Mongolia.

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Dopo interminabili chilometri di sterrato, all’improvviso, dalle parti di Olgii, la strada diventa sterrata. Siamo stanchi, decidiamo di fermarci ad Olgii per cambiare valuta, acquistare una scheda dati mongola e riposare.

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Abbiamo notato che qui le carte di credito internazionali sembrano ben accette un po’ dappertutto.

Beh, quasi. Quando chiedo alla signora del modesto albergo che abbiamo scelto se posso pagare con visa (è indicato come pagamento accettato all’ingresso), fa come il gesto di scacciare con le mani qualcosa di non gradito e tira fuori una frase con raschiate di proporzioni epiche.

Si, tocca andare a procurarci un po’ di banconote mongole, che raffigurano quasi tutte il più famoso omonimo della nostra macchina, il grande Gengis. Onorati, da domani, di immergerci nella terra da cui parti’ il suo impero.

 

Cronaca del viaggio esterno da Barnaul a Fort Apache/Caran d’Ache (Kosh-Agasch). Freddo, neve, Elena

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Raccolta un po’ di provviste da Maria-Ra, supermercato aperto 7/24 e onnipresente (almeno in questa zona della Russia), ci prepariamo all’ultimo, lungo tratto che ci separa dalla Mongolia. Si attraversano di nuovo

e montagne di straordinaria bellezza, che non riesco a fotografare perché è il mio turno di guida. Le fotografo con gli occhi che, almeno loro, non sbagliano le regolazioni.

Prima, però, dobbiamo risolvere un problema. Ci siamo accorti che, per la frontiera con la Mongolia andava stampato un documento per poter importare la macchina. Avendo già lasciato l’albergo, non sappiamo dove stamparla. Cerchiamo su google maps copisterie/stamperie a Biysk, la prima città sul nostro cammino.
Google ce ne trova una in Ohio. Dobbiamo elaborare una strategia. Ne partoriamo tre diverse. Quella semplice: cercare un albergo e chiedere se ce lo stampa. Quella inutilmente elaborata: entrare in un negozio beeline, la società di telefonia mobile che ci ha seguito e forniti in quasi tutti i paesi ex sovietici e fingere che qualcosa non va nella scheda acquistata a Barnaul, complimentarsi con loro per aver risolto il problema (inesistente) e chiedere la cortesia di stampare il nostro documento. La terza è una variante della seconda, presentarsi da beeline dicendo che siamo clienti e provare a chiedere un favore.

Il destino ci suggerisce la via da scegliere: appena entrati a Biysk troviamo un negozio beeline alla nostra destra. Concordiamo che il finto guasto è troppo patetico e proviamo la strada del cliente.

– hello, do you speak English?

Chiedo a un ragazzo il cui nome non ricordo e alla bellissima Elena.

– niet, rispondono come a chiedere scusa.
Provo a spiegarmi in russo e, in italiano, il dialogo suona più o meno così

– buongiorno, io so’ cliente. Ecco, abbiamo un problema, ci serve un documento per la frontiera mongola e lo abbiamo dimenticato all’hotel a Barnaul, dico lo sguardo fisso su Elena
– Si?, dice Igor (facciamo che si chiama così)
– (Il mio sguardo non si riesce a staccare da Elena) Ecco, allora, io so’ cliente, eh, volevo chiedere, Ivan, se te lo mando via telefonino, me lo puoi stampare?
– Io mi chiamo Igor (credo). Fammi vedere il documento.
Lui guarda il documento e io continuo a guardare Elena

– il telefonino è in italiano, mi imposti tu l’invio della mail?
– Certo, io so’ cliente, faccio subito. Grazie Sergei, sei gentilissimo, dico con un occhio al telefonino e l’altro a Elena, che sembro Marotta il dirigente della Juve
– Igor, dice lui (credo)
– Igor. Grazie. Io so’ cliente
– Ci vorrà qualche minuto, mi dice
– Ok, intanto guardo un po’ in giro, io so’ cliente, dico
– Ok, dice lui con l’aria di chi vuole dire, si guarda in giro che è meglio
Dopo dieci minuti ancora non ha stampato e io ho finito di guardare tutto quello che vendono, quindi riprendo a guardare Elena. Poi per parlare di qualcosa, mi rivolgo a Igor (credo) e gli faccio vedere la collezione di vecchie schede beeline: questa è l’Armenia, questo è il Kazakhstan, io so’ cliente.

Igor (credo) è gentilissimo e si affanna per risolvere il problema, ma per qualche motivo non riesce a stampare. Lo ringrazio ed esco dal negozio. Mi dice di provare dal negozio Tele2 (altro operatore) affianco. E io gli dico: ma come? io so’ cliente

Francesco mi chiede come è andata e il sto per rispondere solo “Elena”, ma riesco a riprendere la bussola e dire: ci tocca cercare l’albergo.

All’albergo la gentile direttrice mi lascia usare il suo computer e in cinque minuti risolvo il problema della stampa.

Possiamo ripartire verso la frontiera. La prima parte del percorso è un paradiso dei campeggiatori ed è molto frequentata dai locali. Ma mano il paesaggio si fa meno urbanizzato e i pochi volti che incontriamo tornano ad essere orientali, finché a un centinaio di km dalla frontiera, davanti a noi le prime vette innevate (beh le seconde dopo il Kirghizistan, ma qui c’è molta più neve).

Il termometro della macchina inizia a segnare 7 gradi e siamo certi che: a) meglio non dormire in macchina; b) non ci serve un albergo con l’aria condizionata.

La cosa non è un problema perché nel paese dove ci fermiamo (Kosh-Agasch, che per semplificare chiamiamo Fort Apache o Caran D’ache) ci sono solo piccole guest house affollatissime di Mongoli di ritorno a casa che domani passeranno la frontiera con noi.

 

Mangiata un’ottima zuppa in un caffè che ricorda un rifugio di montagna sudtirolese andiamo a dormire nella nostra stanza dai colori sgargianti e bizzarri.

Domani finalmente Mongolia!

Cronaca del viaggio esterno. Day 25. Da Semey a Barnaul. Europa, vodka e boschi

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La mattina si parte in direzione della Russia. Contiamo di arrivare nel tardo pomeriggio a Barnaul, principale centro dell’Oblast’ dell’Altai.

Non sono mai stato in Russia e mai avrei pensato che la mia prima volta sarebbe stata in questa remota zona della Siberia meridionale e non a Mosca o San Pietroburgo.

La strada verso il confine e’ la solita schifezza di questo lato del Kazakhstan. L’attesa al confine Russo e’ di circa due ore, allietate da curioso signore Russo che ci pone diverse domande sul viaggio e poi ci fa una donazione simbolica e ci regala della pasta cinese.

Entrati in Russia vediamo quasi commossi una cosa che non vedevamo da un bel po’ di tempo: una strada.

Il paesaggio, nel frattempo, e’ cambiato drammaticamente. La steppa e’ sostituta da campi verdi, boschi, e piantagioni di girasoli. Anche la temperatura e’ cambiata: dai 30-35 siamo scesi ai 20-25 (e scenderemo ancora).

Arriviamo a Barnaul e comprata una scheda russa giusto in tempo per essere aggiornato su casini sul lavoro, ci sediamo a un caffè.

Spesso mentre sono in lunghi viaggi ho dei sogni (o degli incubi) in cui sono a casa e a un certo punto dico “ma che ci faccio qua? dovrei essere in [Tanzania, Malaysia, etc].

Ecco, la sensazione che abbiamo entrando a Barnaul (introdotta in periferia da belle case in legno) e’ di essere improvvisamente rientrati in Europa.

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I volti non più asiatici, ma Russi, l’aspetto della città decisamente occidentale, la presenza dei bancomat che due giorni prima avevo criticato e adesso benedico.

Ne approfittiamo per prendere una serata di relax in un locale posh della zona, al centro del quale un gruppo di una 15 di russi, dal peso medio di 120 chili, cena rumorosamente tra brindisi e risate.

Una particolarità’ di questa zona e’ il famoso canto di gola dell’Altay, in cui il cantante, con una tecnica particolare arriva a sdoppiare la voce tra una parte che emette suoni basse e un’altra che emette una specie di fischio acuto. Eccone un esempio. Spero di riuscirne a incontrare uno qui o in Mongolia dove e’ altrettanto tipico.

Nel frattempo, visitato il monumento alle vittime della seconda guerra mondiale, presente quasi in ogni città della Russia, comprensibilmente, torniamo in albergo, per la prima volta in questo viaggio con il maglione e ci prepariamo ad andare a Tashanta, o giu’ di li, l’ultima città che ci separa da Itaca, la Mongolia.

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Cronaca del viaggio esterno. Day 24. Da Tagliacozzo (Ayagoz) a Semmai (Semey). Lenin, pompe e insonnia.

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Fuggiamo da Tagliacozzo a gambe levate alle sei e mezza del mattino. L’obiettivo e’ arrivare a Semmai/Sergej/Sai Mai a ora di pranzo per poter fare alcuni servizi e poi riposare un po’ in albergo. In mezzo non ci sono frontiere, quindi dovremmo farcela.

Attraversata la solita strada indecente arriviamo in effetti per pranzo a Semey e proviamo a cercare un albergo. Il primo ha un prezzo spropositato per quello che appare essere. Al secondo siamo più fortunati. Ci accoglie (più o meno) una signora di poche parole e con il broncio che ci mostra la stanza. Capiamo poi il motivo del broncio. La abbiamo vista dietro alla portineria a ogni ora del giorno e della notte. Probabilmente soffre di insonnia o ha vinto il premio Stakanov 2017. Prendiamo la stanza e usciamo subito a fare i nostri servizi.

Prima tappa, tanto per cambiare, un meccanico. I mille chilometri di buche hanno fatto cedere il paramotore che urta facendo un brutto rumore e decidiamo di farlo avvitare. Inoltre, sempre per effetto delle buche, la macchina sembra perdere liquido, ci sembra acqua del condizionatore.

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Le riparazioni prendono un’oretta nella quale assistiamo a una singolare scena. All’improvviso, dal nulla, spunta un signore russo che si toglie la maglietta, inizia a gridare ordini, fa sollevare la macchina, tocca le ruote e scompare come era comparso.

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Sistemata la macchina, occorre darle una lavata. Ci sono almeno tre centimetri di polvere del Kirghizistan da rimuovere. La facciamo rimuovere da un simpatico benzinaio, dove siamo assaliti dalla solita folla che vuole fare foto.

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A questo punto ci resta solo un ultimo servizio da fare: provare a comprare una pompa per gonfiare il materasso. Va fatto adesso perché in Mongolia toccherà dormire almeno quattro volte in macchina e non e’ detto che a Barnaul riusciremo ad avere un intero pomeriggio.

Avevamo visto un negozio di sport vicino all’albergo ad Almaty, ma lo avevamo trovato chiuso. Siamo più fortunati a Semey, parcheggiamo la macchina proprio di fronte a un grande negozio di sport. Adesso tocca, pero’ una sfida impegnativa: non sapendo come di dice “pompa” in russo, devo affidarmi a google translator per dire alla commessa: “buongiorno, avrei bisogno di una pompa”. Prendo coraggio e dico quello che mi ha detto google. Tremo al pensiero di come possa aver tradotto “pompa”. Il secondo prima della sua risposta e’ eterno.

Lo ha tradotto bene. Ma non ne hanno.  Mi consiglia di andare “per strada”. All’inizio non capiamo. Poi ci accorgiamo che c’e’ un enorme mercatino, dove si può trovare di tutto.

Sicuro della traduzione, convinto chiedo al nerboruto esercente: “avrei bisogno di una pompa”. Qui vi aspettate che mi dia uno schiaffo. No, lo ho detto, la traduzione e’ corretta, mi da la pompa per il materasso.

Possiamo quindi dirigerci a una delle poche attrazioni turistiche della città. Un parco dove sono rimaste una decina di statue di Lenin e altri eroi del comunismo. Adesso e’ utilizzato dalle coppiette per infrascarsi. Sotto lo sguardo di Ilya Ulyanov, una volta rivolto all’avvenire, oggi al pomiciare.

Cronaca del viaggio esterno. Day 23. Da Almaty a Tagliacozzo (Ayagoz). Steppe, bar malfamati e reduci di guerra

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Tagliacozzo è un comune italiano di 6 866 abitanti della provincia dell’Aquila in Abruzzo.

 

Per numero di abitanti è il terzo comune della Marsica dopo Avezzano e Celano e tra i maggiori in Abruzzo per superficie territoriale. Centro propulsore delle attività culturali è stato elevato a città con decreto del presidente della Repubblica. Fa parte dei borghi più belli d’Italia. Tagliacozzo è un’importante meta turistica abruzzese (fonte wikipedia).

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Francesco da’ un occhio alla mappa.

– Da qui a Semey [ex Semipalatinsk, ultima città di una certa grandezza prima del confine con la Russia], sono 1200 km circa. Se partiamo adesso e le strade sono in buone condizioni possiamo farcela in serata.

– Se no, dove arriviamo ci fermiamo.

– Il problema e’ che, a giudicare dalla mappa, qui e’ tutto steppa. C’e’ un villaggio ogni cento chilometri e solo un puntino qui, che sembra una città.

– Come si chiama?

– Ayagoz

– Tagliacozzo?

– Si, Tagliacozzo.

– Beh, dai, sono le sette e mezza, partiamo poi si vede.

– Dai, andiamo.

Si lascia Almaty e il suo confort. La saluto con dispiacere, dicendo “C’eravamo tanto Almaty”. Francesco mi guarda come per dire “iniziamo di prima mattina? Ci si mette in marcia per la steppa del Kazakhstan.”. E’ proprio come descritta nel dialogo immaginario con Azamat. Non c’e’ nulla. Per chilometri. Nessun albero, vegetazione scarsa, chilometri e chilometri di nulla. Non a caso, vicino alla zona dove dobbiamo arrivare, Semey, nota in epoca sovietica come Semipalatinsk, venivano effettuati i test della bomba atomica. Con un piccolo particolare, tenuto nascosto per anni. Sebbene scarsamente popolata, la zona circostante era popolata, e gli effetti sugli abitanti sono stati terribili. E un altro particolare, questo meno tragico. Mi devo scusare con Azamat. Cercando su internet una mappa della diffusione dell’orso bruno in Russia (da dove scrivo adesso), ho scoperto che in effetti nella zona in cui immaginavo la scena in Kazakhstan ci sono orsi.

I primi 200 km sembrano andare bene, nell’inaspettato lusso di un’autostrada a tre corsie.

– E bravo Nursultan (Nazarbaev, presidente talmente apprezzato da essere eletto da vent’anni con più del 90% dei voti. Ok, forse non solo perché apprezzato), cosi ci piace. Dai, a sto ritmo stasera arriviamo tranquilli fino a Semey (o Semmai, Sai mai, o Sergej, come prenderemo a chiamarla.

Purtroppo, pero’, superata Taldiqorgan, la strada diventa ad una corsia e dal paesaggio lunare. No, il paesaggio lunare non e’ quello che vediamo ai nostri lati (quello e’ la solita steppa), ma proprio la strada stessa, tempestata da crateri, montagne e asperità.

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– Mannaggia a te Nursultan, invece di fare sta cacchio di Expo ad Astana, sistema sta strada! Fai vedere, nel piano strategico Kazakhstan 2050 le ha messe le infrastrutture? No, ecco, lo sapevo.

Si procede alla media di 50 all’ora, con picchi negativi di 30 all’ora. A questo punto non e’ neppure certo che riusciremo ad arrivare a Tagliacozzo (la vera pero’ e’ collegata dalla Roma-Pescara).

Attraversiamo un paesino di 300 anime, di nome Ay (che deve essere il lamento delle anime stesse).  Diciamo 300 anime perché ad occhio il paesino deve averne circa 20, ma il bel cimitero adiacente pare ospitarne almeno 280. Più morti che vivi.

Verso le sette di sera appare chiaro che, contro ogni pronostico, riusciremo ad arrivare a Tagliacozzo prima dell’imbrunire. Resta risolvere la questione di dove dormire. Nella steppa ovviamente la copertura internet e’ quasi inesistente e quindi non sappiamo quanti abitanti abbia Tagliacozzo ne’, soprattutto, se c’e’ un hotel o una pensione. Siamo quasi certi di dover dormire nella Gengis anche se, dopo la brutta esperienza di Darvaza, abbiamo capito che il problema che non faceva gonfiare i materassini e’ l’uso di una pompa sbagliata (per la cronaca dell’acquisto della nuova pompa si rimanda al prossimo post). Andranno almeno gonfiati da un gommista e poi andrà trovato un posto tranquillo dove accamparci. Salvo che a Tagliacozzo non ci sia un hotel o una pensione.

Siamo alle porte di Tagliacozzo, alla nostra destra un aeroporto e una base militari. Qui internet comincia a funzionare anche se con lentezza.

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– Tagliacozzo fa 40.000 abitanti circa, magari troviamo un hotel. Fai provare su booking

– Su booking, ma figurati

– Vabbe’, io ci provo, Sai mai

– No, a Sai mai ci andiamo domani, stasera Tagliacozzo.

Ovviamente booking non scrive “your search has shown no results”, ma direttamente “ma sei serio?”.

Resta google maps. Che pero’ e’ stato piuttosto inefficiente a Quchan in Iran dove ci ha trovato due hotel inesistenti ed uno abbandonato. Quello aperto, l’unico, ce lo ha indicato un locale che parlava un ottimo inglese con accento americano.

Google maps ci indica tre hotel. Dai, uno su tre dovrà essere aperto.

Proviamo prima i due con le recensioni più lusinghiere. Non esistono. Ci resta l’Hotel Ayagoz (Tagliacozzo).

Tagliacozzo e’ stata fondata per qualche motivo dai sovietici negli anni trenta. E’ attraversata da una ferrovia che sembra molto attiva (alle due di notte si sentivano fischi del treno ogni due minuti) ed urbanisticamente non e’ nemmeno mal concepita, con i due vialoni paralleli che circondano un lungo parco che conduce alla stazione del treno.

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Tuttavia, l’economia della città deve essere cambiata fortemente dopo il crollo del muro di Berlino e l’impressione generale e’ quella di un monumento al degrado post-sovietico. Inoltre, come in molte città, la zona attorno alla stazione non sembra molto sicura (per usare un eufemismo).

Davanti a noi, l’Hotel Tagliacozzo, l’unico che siamo riusciti a trovare. Ovviamente vicino alla stazione. Si presenta con una facciata azzurra un po’ rovinata, ma non troppo considerato l’ambiente circostante.

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Parcheggiamo la macchina, che viene immediatamente circondata da una folla che probabilmente non vede turisti dal paleolitico. Entro a chiedere se hanno stanze libere. Il pavimento all’ingresso e’ rotto e senza mattonelle e l’odore non e’ esattamente quello di una profumeria di Parigi. Una signora dal volto orientale (a differenza di Almaty i Kazaki sono ampia maggioranza in questa città) mi dice: certo, abbiamo una camera “lux”. Per arrivarci attraversiamo lunghissimi corridoi azzurri. L’albergo ha un look da film horror e ci chiediamo dove cavolo siamo finiti.

Io pero’ sorrido perche’ i momenti in cui si finisce in posti improbabili sono spesso tra i più memorabili del viaggio. La stanza, non pulitissima, specialmente nell’area bagno e’ pero’ molto spaziosa. La prendiamo, non abbiamo scelta. La signora ci segnala che hanno anche un ristorante. Per qualche motivo preferiamo evitare. Francesco individua due ristoranti che sembrano essere migliori degli altri. Ci andiamo in macchina perché sono a due chilometri e lo slalom tra i crateri ci ha stancati abbastanza. Effettivamente, esternamente, hanno un bell’aspetto. Peccato che siano entrambi pieni per matrimonio. Dovevano effettivamente essere i migliori. Ma d’altra parte le guide lo dicevano: non andate a Tagliacozzo di domenica, potreste trovare tutto pieno.

Il problema adesso e’ trovare un ristorante. Non ne vediamo in giro, a parte quello dell’albergo. E tutto intorno a noi, tranne il parco centrale, ci sembra piuttosto malfamato e pericoloso. A un certo punto esulto: guarda, un disegno raffigurante un pollo al forno, questo e’ un ristorante! Ci sembra vuoto e non sappiamo se fidarci, ma poi notiamo varie persone sulla terrazza e ci convinciamo ad entrare. E facciamo bene. Non si mangia male e accompagnamo il tutto con un sorso di Byaly Medved (orso bianco), una discreta birra.

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E’ qui che abbiamo l’idea che diventa la vera svolta della serata. Nella piazza dell’albergo abbiamo visto un “Pivovar”, un Pub, fuori al quale erano sedute due ragazze, una biondona alta e robusta, che ricorda la classica immagine della cameriera bavarese dell’Oktoberfest e una brunetta bassina dal volto regolare.

Decidiamo di andarci a prendere un’ultima birra prima di dormire.

– Fefe’, questo e’ un bordello, dice Francesco.

– Vabbe’, non credo, e comunque e’ l’unico bar in zona, pigliamocela sta birra.

Entriamo e le due ragazze ci fanno accomodare in una stanza vuota. Siamo gli unici due avventori. Il posto e’ piccolo e improbabile. All’ingresso, al lato del bar svettano una grossa bombola del gas (supponiamo per la birra alla spina) e un lavandino.

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Sul bancone, preannunciato da un intenso quanto non gradevole odore, un grosso pesce secco, che le ragazze stanno mangiando con gusto mentre prendono l’ordine. Ci chiedono: in che hotel soggiornate? (ma perché, ce ne e’ più di uno?). Ricordiamo che l’hotel ha il nome della città, ma non ricordiamo il nome della città. Imbarazzati rispondiamo in coro:

– Tagliacozzo!

– Ayagoz? dice lei

– Si, ecco, Ayagoz.

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L’alta ragazza bavarese ci serve una birra locale (pessima) e poi viene a sedersi vicino a noi con la brunetta, dicendoci: “ve la do se la volete” (o giu’ di li), indicando la brunetta con un sorriso.

– Visto, Fefe’, dice Francesco. E aggiunge (e dovremmo andare a letto co sta tipa con sta tremenda puzza di pesce secco? manco col viagra).

– Vabbe’ finiamo sta birra e ce ne andiamo.

La abbiamo quasi finita quando irrompe un kazako molto loquace, sulla cinquantina, che subito ci stringe la mano (immancabile consuetudine regionale) e si presenta. Dice in media nove parole in kazako ed una in russo ed abbiamo difficolta’ a capirlo, ma ci sembra di capire che vuole invitarci a bere qualcosa e di aspettare che sta arrivando un amico.

L’amico arriva. Un uomo sulla sessantina, con un berretto militare, che stringe tra le mani una Vodka che si chiama Gengis Khan (molto in tema), che ci vuole offrire.

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Con quel nome, non possiamo rifiutarla. Il signore e’ ancora più loquace del suo amico e parla una lingua prevalentemente composta da Russo con qualche “prestito” kazako. Il problema e’ che parla troppo velocemente e il mio russo e’ piuttosto elementare. Rispondo spesso “ya ne panyal” (non ho capito). Ma vedo che la cosa inizia a non piacergli. Decidiamo allora con Francesco di procedere cosi’: io sono quello che parla Russo lui e’ quello a cui le cose vanno tradotte in italiano. Qualsiasi cosa lui dica, io la traduco. Se non ho capito, non importa, mi diverto a tradurre quello che il suono sembra evocare facendo attenzione a menzionare le parti che suonano uguali in Italiano (tipo Gengis Khan, Kazakhstan, Putin, Italia). Per esempio, se dice “daroga” (strada), io traduco “droga”. Questo, ovviamente, quando non capisco (il novanta per cento del tempo). Se capisco, traduco effettivamente quello che ha detto.

Seguono dialoghi surreali tipo:

Lui: Frase in russo incomprensibile.

Io (imitando il tono con cui ha detto la frase): Gengis Khan lo ho ucciso io

Lui: Frase in russo incomprensibile.

Io: Gengis Khan era di Tokyo

Lui: Frase in russo incomprensibile

Io: Da noi i bisonti li chiamiamo Tatanka

Lui: Frase in russo incomprensibile

Io: In Kazakhstan siamo tutti campioni di sumo.

Ogni volta che finisco di tradurre una sua frase, stando ben attento a usare il suo stesso tono e Francesco annuisce o reagisce a seconda del tono che abbiamo usato, fingendo di aver ben compreso, lui fa “da, da” e poi continua il suo monologo. Che io traduco fedelmente.

La bavarese, si chiama Tanya ed e’ di Kazan, segue la scena da lontano e ride sotto ai baffi perché ha ben compreso che sta succedendo (ha visto come parlo russo ed e’ altamente improbabile che io possa essere in grado di tradurre quello che sta dicendo che peraltro, ad occhio, e’ una specie di stream of consciousness joyciana).

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Esco a fumare una sigaretta. Mi si avvicina Tanya. Parla russo molto velocemente, ma riesco a capire il senso di quello che dice.

– Non bevete. Non accettate quello che vi offrono. Questo e’ un posto pericoloso. Bisogna aver cautela.

– Non ti preoccupare, solo questo sorso di vodka per cortesia, poi andiamo a dormire. Grazie!

Rientro e riprendo le mie funzioni di interprete. Qualche brevissimo frammento di quello che dice, in realtà, lo capisco e lo traduco correttamente. E aiuta a dipingere il personaggio con cui stiamo parlando. Come quei manoscritti in cui alcune frasi sono leggibili ma il resto, la maggior parte, e’ purtroppo incomprensibile.

Capisco che ha combattuto la guerra in Afghanistan, quella del 1979, l’invasione sovietica (io Kazako, difendendo i colori della Russia). Dice Russia, non Unione Sovietica. Ha chiari ricordi delle olimpiadi di Mosca, che si disputarono l’anno dopo, boicottate dagli Stati Uniti e da altri paesi, ma non l’Italia per protesta contro l’invasione dell’Afghanistan. E siamo sorpresi della sua memoria in merito ad alcuni nostri celebri atleti che ottennero grandi risultati in quella edizione: Piotr Mennea e Sara Simioni (come li chiama lui).

Il motivo per cui li ricorda e’ che narra di essere stato un grande atleta e di aver saltato 2.60 (ma potrei aver scambiato io un 16 per un 60) col metodo fosbury (il record del mondo e’ 2.45).

Ogni tanto interviene l’altro, in evidente trance nazionalista Kazaka facendo continuamente il gesto del “fottere” (poi capiremo perché). Conosci i Naiman (tribù mongola dalla quale si ritiene provengano molti dei Kazaki)? Loro hanno fottuto Gengis Khan (gesto).

Il veterano di guerra ci fa capire che ama molto l’Italia. Inizia a cantare Felicita’ e aggiunge: Felicita’, Tota Cutugna.

– Gli dico, no, Albana e Ruomino (mi diverto anche io a giocare con le vocali).

Ci dice, poi, che ritiene che Putin non sia Russo, ma ebreo e seguono una serie di imprecisate teorie del complotto.

L’altro interviene per aggiungere un suo, scontato, commento: Noi abbiamo fottuto la Russia (gesto). La abbiamo fottuta talmente tanto (gesto) che adesso e’ incinta (gesto della pancia).

Continuo le mie traduzioni improbabili:

– Se fa freddo devi metterti il maglione

– Da, da

– I pinguini hanno poca pazienza

– Da, da

– Nazarbaev e’ bravissimo con i cruciverba

– Da, da

Finiamo la Vodka e facciamo cenno che dobbiamo andare a dormire. Provano a trattenerci, ma spieghiamo che domani dobbiamo andare a Sai mai, Semmai, Sergej, Semey e dobbiamo riposare.

Ci saluta cordialmente aggiungendo “che fortuna che parli Russo e Kazako”.

Gia’, che fortuna.

Camminiamo verso l’albergo quando vediamo l’altro, quello del gesto, che ci segue e, ovviamente, continua a fare il suo caratteristico gesto.

– Che c’e’, i Russi?

– No, fottere, volete fottere? (credo voglia proporci anche lui la brunetta).

– No, grazie.

– Che ti avevo detto, Fefe’?

– Buona notte. Domani scappiamo da questo posto all’alba, vero?

– Si, se troviamo ancora la macchina

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(mucche e cavalli in fila dal benzinaio – qui vanno a benzina – nei dintorni di Tagliacozzo)

 

 

 

Cronaca del viaggio esterno. Day 22. Da Bishkek ad Almaty. Monete, frontiere facili e servizi.

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– Gli orsi sono animali molto intelligenti e suscettibili, dice Azamat indicandomi di far silenzio.

Ci siamo uniti a lui per la tradizionale caccia all’orso notturna. Si va in gruppi di dieci persone con una specie di calappio,che chiamano Khabarat, e lo scopo e’ accalappiare l’orso. Sospetto ci sia anche qualcosa di simbolico, dove l’orso rappresenta la Russia e lo scopo e’ dimostrare la superiorità Kazaka sui potenti vicini.

– Ok, ma che succede se mi sente?, sussurro nel buio

– Si nasconde, risponde Azamat, che fa Colantuono di cognome, ma giura di non avere origini italiane.

– Si nasconde dove, che qui e’ tutta steppa e non c’e’ un albero?, gli chiedo curioso.

– Gli orsi sono animali molto intelligenti, ripete Azamat, scuotendo le spalle e guardandomi come se fossi un alieno.

– Ma ne avete mai accalappiato qualcuno?, domando

– Certo che no, qui non ci sono orsi, e’ più un modo per stare insieme.

Ok, come avrete capito nel tragitto tra Bishkek e Almaty non sono successe cose particolari e mi sono inventato un’altra cazzata di contorno. Che poi non e’ troppo irrealistico, dato quello che hanno visto degli australiani che sono davanti a noi appena entrati in mongolia. Ecco il video.

Essendoci poco da raccontare dal punto di vista esterno, ci inserisco un inciso interno.

Cronaca del viaggio interno, Day 2. Monete

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– Kazakhstan money, buy Kazakhstan money, Tenge!, grida un signore con la borsa.

E’ una caratteristica comune a tutte le frontiere da quella tra Armenia e Iran in poi. Un signore con la borsa, in uscita dal paese, che vuole venderti moneta del paese dove stai entrando.

Iranian money, Rial! Turkmenistan money, Manat! Uzbekistan money, Sum! Kirghizistan money, Som! e oggi Kazakhstan money, Tenge!

Ne abbiamo cambiate di monete, in questo viaggio. Come ai tempi in cui ero giovane e cambiavo un paese al giorno in treno, con l’interrail. Non c’era moneta unica e non avevo ancora una carta di credito. Qui le carte di credito le abbiamo pure, ma in molti di questi paesi non e’ facile usarle o prelevare. Quindi si ritorna al vecchio cambio (di dollari nel nostro caso) e ai vecchi calcoli di quanti ne saranno necessari per attraversare il paese.

– Kazakhstan money, you want? Good change. You where from? ot kuda’? Italia? Celentana, Tota Cutugna, Michiele Placida (in Russo tendono a pronunciare la “o” non accentata come “a”)

Monete. Talmente abituato a usare il bancomat, ho quasi dimenticato le formalità del cambio e i relativi calcoli. Siamo in un’epoca di crescente dematerializzazione. La ricchezza, rappresentata da numeri in un conto in banca e non dalla piscina di monete di zio Paperone. La musica. Una volta i CD (o addirittura le musicassette) erano oggetti da collezionare e custodire con amore. Adesso anche il supporto della musica e’ immateriale. Immateriale come le foto, non più stampate su un album, ma custodite, se tutto va bene in un hard-disk esterno o in un cloud e, immancabilmente, su Facebook o instagram.

Le relazioni umane (non sempre, grazie a Dio), veicolate da altri supporti immateriali, Skype, WhatsApp, email e, immancabilmente, Facebook. False. Artefatte. Costruite ad arte per apparire senza difetti, quando i difetti sono cio’ che caratterizza e rende unico un uomo, come gli imprevisti, in fondo, hanno reso unico questo viaggio.

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Una volta si parlava, e lo si fa ancora, dell’avido come persona attaccata ai beni materiali. La ricchezza era ricchezza materiale. Ormai, credo, si può riflettere sulla nuova figura dell’avido come avido di ricchezze immateriali. E recuperare il senso del materiale, che questo viaggio mi ha fatto un po’ riscoprire (anche se, paradossalmente, lo scrivo su un blog, anch’esso immateriale).

– Sorry, we don’t need Kazakh money, we will change them in Kazakhstan.

Monete. Vere (non tutte, anche per quello non ci fidiamo dell’uomo con la borsa). Percepibili al tatto. Meravigliosamente materiali. Nell’immateriale si nasconde l’inganno, l’artefatto, il cinismo, photoshop, l’autotune. Ci sono anche nel mondo materiale, e’ vero, ma si nascondono peggio, come gli orsi di Azamat.

– In Kazakhstan bad change, here I make you good change.

Monete, la piscina di zio Paperone. Non esiste più. E non e’ un male. Siamo in un’epoca in cui e’ possibile reperire istantaneamente qualsiasi informazione su qualsiasi cosa. Dove e’ possibile scoprire qualsiasi canzone scritta in qualsiasi parte del mondo, tesori (non più) nascosti e meraviglie dell’animo umano.

Eppure ascoltiamo tutti, in ogni paese, la stessa canzone, ascoltiamo tutti despacito. Ecco, anche questa e’ stata una nota positiva del viaggio, ascoltare musiche diverse, sonorità a noi non familiari. Non dappertutto. Per indicare quanto la tendenza a uniformare della globalizzazione ha raggiunto i vari paesi, ho creato l’indice di despacito, che rappresento in una mappa che inseriro’ qua sotto al ritorno dall’Italia. Caratterizza l’influsso globale sul paese in base a se e quante volte abbiamo sentito per strada despacito. Posso dire che, al momento, gli unici paesi dove non l’abbiamo sentita affatto sono il Kirghizistan, l’Uzbekistan e, ovviamente, il Turkmenistan.

INSERIRE GRAFICO

– No, thank you.

La frontiera e’ di quelle abbastanza organizzate e la passiamo agevolmente e il tragitto fino ad Almaty e’ privo di insidie. Riposiamo in un albergo di categoria decisamente superiore a quelli usati in precedenza e passeggiamo per questa città dal look sicuramente più occidentale delle precedenti, ben organizzata e con tutti i servizi per accogliere i turisti, in cui, come prima impressione, sentiamo parlare molto più russo che kazako. Le impressioni saranno confermate nei successivi giorni in Kazakhstan. Ma questo nei prossimi post.